![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 30 DICEMBRE 2001 |
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Per
Internet e il mondo delle reti il 2001 è stato soprattutto l'anno degli
eventi. Nulla più di quello che è successo
dall'11 settembre in poi, ha avuto le caratteristiche del
"glocalismo", cioè della sintesi di globalizzazione e localismo che
aveva fin qui caratterizzato questo mondo».
Per
Alberto Abruzzese - è lui che parla adesso diventa indispensabile spostare il
senso delle reti e l'asse dei valori della modernità, verso una maggiore
multiversalità: arrivare, cioè, a un
approccio meno univoco.
«In
questo cammino verso nuovi punti di vista il libro del 2001 che può aiutare a
trovare la strada è L'etica hacker e lo
spirito dell'età dell'informazione» spiega
Abruzzese, segnalando il saggio scatto da Pekka Himanen, filosofo finlandese,
con Linus Torvalds, il celebre inventore del sistema operativo Linux e Manuel
Castels, sociologo all'Università di Berkeley (Serie Bianca /Feltrinelli
pagine 1716).
Qual'è l'etica di un hacker?
Quella
che coglie la sintesi tra l'analisi delle innovazioni portate nella nostra
società dal computer e da Internet, e anche del distacco radicale della
modernità, e quella dimensione che, invece, mantiene tratti di continuità con
l'etica del lavoro tipica del capitalismo analizzata nel classico di Max
Weber, L'etica protestante e lo
spirito del capitalismo.
E com'è la nuova etica del lavoro nella concezione
hacker?
Innanzi
tutto, questo libro ci dice che non bisogna cadere nell'inganno della liberazione
«dal» lavoro, anzi ci dimostra come attraverso l'esempio dell'etica hacker, il
lavoro, nell'età della informazione, può essere visto con una nuova
esaltazione, o con un entusiasmo per valori che riguardano più da vicino la
qualità della vita o l'ambiente.
Un'esaltazione che, però, è molto diversa da quella per il lavoro che
può avere un bravo capitalista o un manager zelante.
Questo sembrerebbe sfatare il luogo comune che le
nuove tecnologie influiscano sul
tempo dedicato al lavoro.
Non so se stanno contribuendo
a farci lavorare di più o di meno, e
conseguentemente aumentino o diminuiscano la qualità della nostra vita, ma
perlomeno l'etica del lavoro ispirata da questa concezione ci pone davanti alla
riflessione sul perché lavoriamo.
Nel libro di Pekka anche l'etica hacker del denaro -
l'idea del condividere gratuitamente le informazioni - viene letta come una
sfida a quella dominante.
Su questo aspetto io sarei
più cauto nel considerare in modo così innovativo quelle che rimangono, per
ora, solo delle affermazioni programmatiche.
Tutto sommato, anche nella società più prettamente capitalistica è
sempre esistita la beneficenza.
Non crede, dunque, a quella che Pekka definisce la
«netica» o l'etica del network,
che sostiene la libertà di espressione e
l'accesso per tutti alla Rete?
Tutto è possibile, non dimentichiamo che la cultura degli hacker è sostanzialmente di provenienza nordamericana, e alla base della storia di quel paese ci sono i tanti reietti che fuggivano la legge. Per quanto paradossale anche dagli hacker, o dai craker, che violano le regole può nascere una nuova morale. Ma siamo sempre di fronte a un'aristocrazia tecnologica, ed è tipico che essa tenda a negare se stessa.