RASSEGNA STAMPA

29 DICEMBRE 2001
GIORGIO PESTELLI
L´opera perfetta che Adorno non finì

Per tutta la vita Adorno aveva cercato di scrivere un libro su Beethoven; non c'è mai riuscito, ma al suo posto ci ha lasciato un libro di appunti preparatori, una sorta di brogliaccio che avrebbe dovuto condurlo al libro perfetto; forse, proprio la conoscenza capillare di ogni pagina del musicista doveva avergli insinuato, via via che raccoglieva la materia, che l'epoca dei libri perfetti su Beethoven era tramontata e che un nuovo spirito critico, almeno per un po', rendeva forzosa e quindi difficile quella identificazione totale con l'Io beethoveniano che aveva sostenuto le grandi monografie di un Rolland o di un Bekker. In tempi più recenti, anche Carl Dahlhaus, che tanto deve ad Adorno, lo ha riconosciuto con chiara consapevolezza, ripiegando anche lui su un libro dove Beethoven è considerato in alcuni aspetti per singoli saggi; ma quelli di Adorno, come si diceva, non sono saggi, ma proprio appunti, frammenti, intuizioni, aforismi: e tuttavia di tale pregnanza e originalità da costituire un pozzo di idee scavando nel quale si finisce col non rimpiangere il libro compiuto e inseguito per tanti anni dal grande critico e filosofo. Il libro, apparso dieci anni fa in Germania curato e annotato da Rolf Tiedemann, vede ora la luce in italiano, con titolo e sottotitolo originali di Beethoven. Filosofia della musica moderna, per l'editore Einaudi in traduzione di Luca Lamberti. Nella sua Prefazione il Tiedemann insiste persino troppo sullo stato di incompiutezza ("Nessuno degli appunti per il Beethoven è stato scritto per un lettore; l'autore li ha presi tutti quanti solo per se stesso, come promemoria per quando avesse poi iniziato la stesura"); ma dove mai Adorno è stato "compiuto"? Sempre il suo pensiero si è rappresentato in frammenti e anche i suoi libri apparentemente più costruiti si muovono in realtà per illuminazioni parziali. Piuttosto, il vero problema è la pretesa di un lettore che si sappia destreggiare con pari competenza nella terminologia filosofica e nella conoscenza più minuta delle opere beethoveniane; ma non bisogna lasciarsi terrorizzare dalla sottigliezza delle più ardue analogie (tra Hegel e Beethoven, ad esempio), quanto piuttosto leggere e rileggere i passi in cui Adorno mette in campo la sua straordinaria capacità di captare i riflessi critici più ampi, le più audaci prospettive, dentro i procedimenti musicali più tecnici. Si vedano le osservazioni sul terzo stile ("La melodia dell'ultimo Beethoven si aliena dalla melodia; non è più se stessa, bensì ciò che pensa"), gli incontri ravvicinati con Schubert e Wagner, la percezione degli shock, o addirittura dell'"aggrottare la fronte, del borbottare" incorporati nel linguaggio di Beethoven; il suo proiettarsi oltre il suo tempo: "Beethoven non ha già elementi romantici, come pretende la storia della musica, bensì ha in sé tutto il romanticismo e la sua critica". Non si finirebbe più di citare fra questi frammenti scritti per sé, ma indispensabili agli addetti ai lavori e utili anche agli appassionati.
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Storia della filosofia