![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 29 DICEMBRE 2001 |
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INTERVISTA A
BENJAMIN BARBER
Una guerra che non avrà
vincitori, il libero mercato e il suo contesto/Considera globalizzazione e
terrorismo profondamente interdipendenti.L'ex consigliere di Clinton è uno dei
più autorevoli pensatori americani
"Se lo
Stato invade con prepotenza la sfera delle libertà e dei diritti, parliamo di
regime e dittatura; se è la religione a dettar legge, denunciamo i pericoli
della teocrazia; perché allora non siamo altrettanto allarmati quando è la
logica del mercato a invadere tutto, a condizionare la nostra vita quotidiana e
i nostri valori? L'ideologia del mercato punta a privatizzare tutta la sfera
pubblica e a commercializzare tutta la sfera individuale. Si basa sul
laissezfaire, l'economia globale liberata da ogni interferenza statale. Ma la
libertà totale - il dominio degli interessi privati sui beni pubblici - è
sinonimo di anarchia. E il terrorismo è una delle malattie che nascono
dall'anarchia". Benjamin Barber è uno dei più autorevoli pensatori
americani, docente di scienze politiche alla Rutgers University, già
consigliere di Bill Clinton. Negli Stati Uniti è tornato in vetta alle
classifiche delle vendite il suo saggio del 1995, Jihad Vs. McWorld
(Guerra santa contro McMondo, edizioni Pratiche), la cui visione oggi appare
quasi profetica.
Nella nuova
edizione c'è una prefazione scritta dopo l'11 settembre, in cui l'autore
ricorda il senso di quel titolo: "E' la collisione tra le forze del tribalismo
e del fondamentalismo reazionario, che ho chiamato Jihad, e le forze di una
aggressiva modernizzazione e globalizzazione economica e culturale. Sono in
apparenza nemiche, in realtà profondamente interdipendenti. Entrambi sono
indifferenti al destino della libertà. Perciò la democrazia rischia di rimanere
stritolata dal loro confronto". Barber sente l'urgenza di aprire insieme
alla lotta contro il terrorismo un secondo fronte in difesa della democrazia,
contro i due opposti integralismi: quello che nasconde sotto un velo religioso
la ferocia dell'odio tribale; e quello dei logos multinazionali che propagano
l'omogeneità dei consumi e il materialismo secolarizzato.
Dopo l'11
settembre lei conferma la sua tesi di sei anni fa su una convergenza d'intenti
tra Jihad e McWorld?
"Sì,
tutt'e due svuotano la sovranità degli Stati-nazione smantellando quelle
istituzioni democratiche che ne sono la realizzazione più compiuta. Né la Jihad
né il McWorld puntano ad allargare la democrazia nei loro ambiti rispettivi:
nelle nuove entità etnicoreligiose, o nei mercati globali. L'America nonostante
l'11 settembre si illude di godere ancora di una sorta di sovranità e al tempo
stesso rifiuta le responsabilità che le derivano dalla diffusione planetaria
della sua cultura consumistica. Il terrorismo riconosce l'interdipendenza solo
a fini distruttivi, usa l'immenso peso del McWorld per ribaltarlo contro la sua
stessa potenza".
Malgrado la
sua requisitoria sui danni di una globalizzazione sregolata, lei non offre
alibi alle culture che alimentano il terrorismo.
"Col
terrorismo non si tratta, i suoi obiettivi non possono essere razionalizzati.
Può essere solo estirpato, e questo compito spetta ai professionisti
dell'esercito, dell'intelligence, della diplomazia. In questa battaglia i
cittadini d'America e del mondo sono confinati al ruolo di spettatori, è raro
che possano prendervi parte. C'è però un'altra battaglia che li chiama in
causa. L'eliminazione del terrorismo è un'operazione chirurgica; ma se la
metastasi è diffusa, il chirurgo non è sufficiente. L'America e i suoi alleati
devono lottare contro quel caos sociale che ha creato un clima di disperazione
sfruttato dal terrorismo. Contro i terroristi la parola è alla giustizia
penale; ma contro la perdita di speranza su cui fa leva la Jihad occorre aprire
un secondo fronte democratico, che usi gli strumenti della giustizia
redistributiva per ridurre le ineguaglianze".
Questo non
rischia di riconoscere ai responsabili delle stragi un legame con la fame di
giustizia degli oppressi?
"No,
quando dico che occorre democratizzare la globalizzazione, rendere il McWorld
meno omogeneizzante, difendere la religione e i valori eticospirituali, io non
sostengo che questo servirà a placare i terroristi. La battaglia per la
democrazia non è efficace contro i terroristi, i quali odiano tutte le virtù
della modernità: libertà, tolleranza, diversità. Ma i terroristi nuotano in un
mare di tacite simpatie popolari, di risentimenti e di passività, dove possono
attecchire ideologie violente e nichiliste. Mentre il mondo entra in una nuova
fase della guerra contro un nemico invisibile, io dico che la risposta al
terrore non può essere solo militare e tattica".
E questa
risposta democratica implica una sfida all'ideologia del mercato?
"Per
anni il fondamentalismo del mercato ha indebolito la democrazia, attaccando il
ruolo dello Stato e del potere pubblico. Questa ideologia ha predicato che i
privati possono svolgere i compiti dei governi meglio di loro e con più libertà
di scelta per i cittadini. Ha convinto gli elettori ad accettare il declino
delle istituzioni, persuadendoli che staranno meglio quando il dibattito
democratico sarà ammutolito, quando essi non saranno più cittadini bensì
consumatori. Ma il consumatore è un povero surrogato del cittadino, così come
un imprenditore è un pessimo sostituto di uno statista. La mattina dell'11
settembre gli americani non si sono rivolti a Bill Gates per dirigere la lotta
al terrorismo".
Cosa accade
quando il "fondamentalismo del mercato" viene esportato in paesi che
non hanno democrazia e diventa l'ideologia dell'economia globale?
"E'
l'esperimento catastrofico che abbiamo fatto sotto le insegne di McWorld,
l'asimmetrìa che abbiamo creato globalizzando gli scambi delle merci, i
movimenti della manodopera e dei capitali, senza globalizzare le istituzioni
civiche che storicamente sono state il contesto indispensabile del libero
mercato. Estrarre il capitalismo dalla sua scatola istituzionale è una
calamità, perché le economie di mercato sono cresciute quando sono state
controllate da Stati democratici. Lo Stato di diritto, le regole contrattuali,
il tessuto solidale della società civile: tutto ciò ha attenuato i tratti
darwinisti del capitalismo, ne ha contenuto le tendenze monopolistiche e
autodistruttive. Ma sui mercati globali questa simmetrìa fra democrazia e
capitalismo è andata perduta. Le relazioni nella società globale oggi
assomigliano alle relazioni sociali nell'America dell'Ottocento, quando il
governo federale era debole: la vita era facile sia per i banditi del Far West
che per i baroni ladri nelle prime metropoli capitalistiche. Oggi abbiamo
globalizzato tutti i vizi - la droga, il commercio di armi, la prostituzione -
e quasi nessuna delle nostre virtù democratiche".
Lei ha
anticipato di anni il popolo di Seattle, il movimento noglobal. Ma è pensabile
invertire la marcia verso la globalizzazione, tornare a un mondo di steccati e
barriere?
"No,
l'alternativa che sta di fronte ai popoli non è la scelta facile tra
un'indipendenza sicura e una interdipendenza indesiderata. Così come gli Stati
Uniti nacquero dalla Dichiarazione d'Indipendenza che annunciò l'avvento di un
nuovo tipo di società, oggi il mondo nuovo si può costruire solo partendo da
una Dichiarazione d'Interdipendenza. Dobbiamo riconoscere che la razza umana
non può sopravvivere in frammenti, sia che questi frammenti siano chiamati
nazioni, tribù, o mercati. Non ci sono oceani abbastanza larghi per difenderci
dall'inquinamento o dalle malattie, non ci sono muraglie che ci proteggano da
un'ideologia malata o da un profeta vendicativo, e nessuna nazione avrà una
prosperità sicura finché le altre non godono delle stesse opportunità. Una
guerra tra McWorld e Jihad non può essere vinta da nessuno. Solo una guerra
della democrazia contro entrambe queste forze, può concludersi con una vittoria
benefica per il mondo intero. Il capitalismo è un sistema produttivo
straordinario ma fallisce miseramente nella distribuzione: perciò la giustizia
è l'oggetto delle nostre istituzioni pubbliche. Entro le frontiere nazionali
gli Stati hanno consentito un capitalismo democratico; a livello internazionale
questo equilibrio dobbiamo ancora trovarlo".
Nel suo
saggio lei non risparmia le accuse agli Stati Uniti. Sostiene che questa
superpotenza è l'impero più "provinciale" che sia mai esistito nella
storia.
"Nonostante esportino nel mondo intero la cultura del McWorld, gli americani sono molto meno cosmopoliti di quanto richiederebbe il loro potere. Non c'è un'altra democrazia al mondo in cui così pochi cittadini hanno un passaporto per viaggiare all'estero. Per le nostre università lo studio della statistica vale più delle lingue straniere; ma la statistica può aiutarci a contare le vittime, non a impedire le stragi. L'altra faccia di questo provincialismo è la riduzione degli aiuti allo sviluppo, l'attacco degli Stati Uniti ai trattati multilaterali e alle istituzioni internazionali: proprio quelle che andrebbero ri-democratizzate, legittimate e rese trasparenti, per costruire una nuova infrastruttura di regole globali".