RASSEGNA STAMPA

28 DICEMBRE 2001
STEFANO SALIS
Ricerca, c'è anche l'eccellenza tutta italiana

Scarsi finanziamenti,, gestione burocratica, strutture obsolete, ma in alcune discipline si ottengono risultati di qualità - I numeri e le testimonianze di un sistema da migliorare guardando a quanto avviene all'estero/, Sono 14 i nostri ricercatori fra i più citati nel mondo.  Chimica inorganica e nucleare in alto nel ranking internazionale

coautore Luca Veronese

Negli anni Venti, un grande fisico teorico Niels Bohr appose proprio sotto la targa del suo dipartimento di fisica un grande cartello con la scritta "Lavori in corso".  Era un modo ironico e sottile per descrivere quello che stava accadendo sulla ricerca teori­ca e pratica sulla fisica quantistica in quegli anni in Europa.  Le uni­versità del vecchio continente fis­savano allora lo standard di quali­tà: centri di cultura come Heidelberg o Gottinga (o i college inglesi) davano la misura di quanto si stesse facendo per rivoluzionare, dalle baci stesse, la scienza.  Nomi come Einstein, Heisenberg, Dirac, Pauli, Schroedinger o Eddington do­minavano la scena.

Negli anni fra il 1921 e il 1930 ben 23 premi Nobel per le scienze naturali (fisica, chimica e medici­na) vennero assegnati a ricercatori europei; mentre agli scienziati americani ne "rimasero' quattro.  Nelle stesse discipline, - ma in anni più vicini a noi, tra il 1989 e il 1998, il rapporto si è esattamente rovescia­to: 26 sono stati nel decennio i Nobel consegnati nelle mani di studiosi americani, e 13 quelli ricevuti dagli europei (e tra questi non po­chi grazie ai risultati ottenuti negli Stati Uniti).

Pochi numeri che danno nell'in­sieme la dimensione di un cambia­mento testimoniato anche da indicatori più accurati: la ricerca scientifica americana primeggia oggi in tutti i settori, quella europea la insegue a molta distanza.  L'Italia, poi, sta anche peggio della media del Vecchio continente: strutture obso­lete, ricercatori costretti a cercare all'estero una via per far valere capacità e talento, laboratori del tutto insoddisfacenti, scarsi investimenti (e il più delle volte sbagliati o mal gestiti) sulla ricerca fanno sì che il nostro Paese soffra più di altri il deficit competitivo (è riconosciuto il ruolo cruciale che l'università gioca per l'intero sistema produttivo e per lo sviluppo del sistema economico).

Non mancano però le isole di eccellenza, come è emerso nel recente rapporto del Centro Studi di Confindustria «Benchmarking competitive: il sistema universitario»-che utilizza, per valutare la qualità della ricerca nei diversi Paesi, due indicatori bibliometrici dell'Isi, Institute for Scientific Informa­tion (per entrambi vengono prese in considerazione 43 discipline - nei campi delle scienze

naturali e sperimen­tali, della medicina e dell'ingegneria - e 35 Paesi).

Da un lato l'«Impact relative to field», che tiene conto delle citazioni che una pubblicazione riceve in un dato campo disciplinare; dall'altro il «Citation impact» che considera il numero di lavori citati. Sono quindi necessarie molte pubblicazioni e di alto livello per avanzare nel ranking della ricerca scientifica.

L'Italia in generale non esce be­ne dalla comparazione internazionale, ma può vantare alcune punte

in Chimica inorgani­ca e nucleare e in In­gegneria chimica (addirittura al sesto po­sto) come impatto re­lativo al campo disciplinare.

Considerando invece il numero di citazioni ricevute, l'Italia risulta tra i primi 15 Posti solo in 13 categorie (con un primo posto di nuovo in Chimica organica ­e nucleare).  La situazione presenta alcune sorprese se si considera l'indicatore di impatto compara­to (la differenza percentuale tra la media delle citazioni ricevute per articolo e la media mondiale per articolo in quel determinato campo scientifico). Il vantaggio comparato dell'Italia (evidenziato dal segno positivo nella tabella) riguarda Fisica, Ingegneria e Computer Science), mentre nell'Economia si registra il dato peggiore con -30% (e il primo fra gli studiosi italiani, Alberto Alesina, non a caso inse­gna negli Stati Uniti).

Anche per quanto riguarda i sin­goli ricercatori I'Isi ha stilato una graduatoria seguendo criteri che non sempre esprimono il reale valo­re della ricerca ma che sicuramente hanno il pregio dell'oggettività. Sono 14 gli italiani che rientrano nel gruppo degli highty cited. Fra di loro otto lavorano in Italia, anche se spesso collaborano con centri  di ricerca esteri: Vincenzo Balzani (chimico dell'Università di Bolo­gna), Ernesto Carafoli (biologo e biochimico dell'Università di Pado­va), Alberto Isidori (ingegnere della Sapienza di Roma), Alberto Mantovani (immunologo dell'Istituto Mario Negri di Milano), Massimo Marezio (biofisico del Cnr), Giorgio Parisi (fisico della Sapienza di Roma), Sergio Romagnani (immunologo dell'Università di Firenze)  e Nicoletta Sacchi (biologa e biochimica dell'Università di Milano).

In sei hanno invece deciso di trasferirsi all'estero: Carlo M. Cro­ce (biologo molecolare e genetista a Filadelfia), Erminio Costa (neuroscienziato a Chicago), Federico Ca­passo (ingegnere nel New Jersey), Lelio Orci (biologo molecolare e genetista a Ginevra),, Daniele Sette (immunologo a San Diego) e Gior­gio Trinchieri (immunologo in Francia).

In totale ai primi posti della classifica risultano ben 480 americani su un totale di 600 ricercatori.  Vi­sta la supremazia degli Stati Uniti, abbiamo chiesto a due italiani che conoscono bene quella realtà di mettere a confronto, in modo propo­sitivo, il modello americano e la situazione italiana.
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