![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 DICEMBRE 2001 |
|
Scarsi finanziamenti,, gestione burocratica,
strutture obsolete, ma in alcune discipline si ottengono risultati di qualità -
I numeri e le testimonianze di un sistema da migliorare guardando a quanto
avviene all'estero/, Sono 14 i nostri ricercatori fra i più citati nel mondo. Chimica inorganica e nucleare in alto nel
ranking internazionale
coautore Luca Veronese
Negli anni Venti, un grande
fisico teorico Niels Bohr appose proprio sotto la targa del suo dipartimento
di fisica un grande cartello con la scritta "Lavori in corso". Era un modo ironico e sottile per descrivere
quello che stava accadendo sulla ricerca teorica e pratica sulla fisica
quantistica in quegli anni in Europa.
Le università del vecchio continente fissavano allora lo standard di
qualità: centri di cultura come Heidelberg o Gottinga (o i college inglesi)
davano la misura di quanto si stesse facendo per rivoluzionare, dalle baci
stesse, la scienza. Nomi come Einstein,
Heisenberg, Dirac, Pauli, Schroedinger o Eddington dominavano la scena.
Negli anni fra il 1921 e il
1930 ben 23 premi Nobel per le scienze naturali (fisica, chimica e medicina)
vennero assegnati a ricercatori europei; mentre agli scienziati americani ne
"rimasero' quattro. Nelle stesse
discipline, - ma in anni più vicini a noi, tra il 1989 e il 1998, il rapporto
si è esattamente rovesciato: 26 sono stati nel decennio i Nobel consegnati
nelle mani di studiosi americani, e 13 quelli ricevuti dagli europei (e tra
questi non pochi grazie ai risultati ottenuti negli Stati Uniti).
Pochi numeri che danno nell'insieme la dimensione di un cambiamento
testimoniato anche da indicatori più accurati: la ricerca scientifica americana
primeggia oggi in tutti i settori, quella europea la insegue a molta
distanza. L'Italia, poi, sta anche
peggio della media del Vecchio continente: strutture obsolete, ricercatori
costretti a cercare all'estero una via per far valere capacità e talento,
laboratori del tutto insoddisfacenti, scarsi investimenti (e il più delle volte
sbagliati o mal gestiti) sulla ricerca fanno sì che il nostro Paese soffra più
di altri il deficit competitivo (è riconosciuto il ruolo cruciale che
l'università gioca per l'intero sistema produttivo e per lo sviluppo del
sistema economico).
Non mancano però le isole di
eccellenza, come è emerso nel recente rapporto del Centro Studi di
Confindustria «Benchmarking competitive: il sistema universitario»-che
utilizza, per valutare la qualità della ricerca nei diversi Paesi, due
indicatori bibliometrici dell'Isi, Institute for Scientific Information (per entrambi
vengono prese in considerazione 43 discipline - nei campi delle scienze
naturali e sperimentali,
della medicina e dell'ingegneria - e 35 Paesi).
Da un
lato l'«Impact relative to field», che tiene conto delle citazioni che una
pubblicazione riceve in un dato campo disciplinare; dall'altro il «Citation
impact» che considera il numero di lavori citati. Sono quindi necessarie molte
pubblicazioni e di alto livello per avanzare nel ranking della ricerca scientifica.
L'Italia
in generale non esce bene dalla comparazione internazionale, ma può vantare
alcune punte
in Chimica inorganica e
nucleare e in Ingegneria chimica (addirittura al sesto posto) come impatto relativo
al campo disciplinare.
Considerando
invece il numero di citazioni ricevute, l'Italia risulta tra i primi 15 Posti
solo in 13 categorie (con un primo posto di nuovo in Chimica organica e
nucleare). La situazione presenta
alcune sorprese se si considera l'indicatore di impatto comparato (la
differenza percentuale tra la media delle citazioni ricevute per articolo e la
media mondiale per articolo in quel determinato campo scientifico). Il
vantaggio comparato dell'Italia (evidenziato dal segno positivo nella tabella)
riguarda Fisica, Ingegneria e Computer Science), mentre nell'Economia si registra
il dato peggiore con -30% (e il primo fra gli studiosi italiani, Alberto
Alesina, non a caso insegna negli Stati Uniti).
Anche per quanto riguarda i
singoli ricercatori I'Isi ha stilato una graduatoria seguendo criteri che non
sempre esprimono il reale valore della ricerca ma che sicuramente hanno il
pregio dell'oggettività. Sono 14 gli italiani che rientrano nel gruppo degli
highty cited. Fra di loro otto lavorano in Italia, anche se spesso collaborano con centri di ricerca esteri:
Vincenzo Balzani (chimico dell'Università di Bologna), Ernesto Carafoli
(biologo e biochimico dell'Università di Padova), Alberto Isidori (ingegnere
della Sapienza di Roma), Alberto Mantovani (immunologo dell'Istituto Mario
Negri di Milano), Massimo Marezio (biofisico del Cnr), Giorgio Parisi (fisico
della Sapienza di Roma), Sergio Romagnani (immunologo dell'Università di
Firenze) e Nicoletta Sacchi (biologa e
biochimica dell'Università di Milano).
In
sei hanno invece deciso di trasferirsi all'estero: Carlo M. Croce (biologo
molecolare e genetista a Filadelfia), Erminio Costa (neuroscienziato a
Chicago), Federico Capasso (ingegnere nel New Jersey), Lelio Orci (biologo
molecolare e genetista a Ginevra),, Daniele Sette (immunologo a San Diego) e
Giorgio Trinchieri (immunologo in Francia).
In totale ai primi posti della classifica risultano ben 480 americani su un totale di 600 ricercatori. Vista la supremazia degli Stati Uniti, abbiamo chiesto a due italiani che conoscono bene quella realtà di mettere a confronto, in modo propositivo, il modello americano e la situazione italiana.