![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 27 DICEMBRE 2001 |
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Il
politologo che ha teorizzato la fine della storia: «Le minacce esterne
rafforzano lo spirito comunitario. E in
futuro avremo più comunicazione fra i Paesi
Francis
Fukuyama, professore di Politica economica internazionale alla John's Hopkins
University, è conosciuto soprattutto per la sua teoria sulla «fine della storia».
(Un'ipotesi che oggi sembra smentita dagli eventi dell'11 settembre. Che invece hanno contribuito a confermare le
tesi più recenti del sociologo americano, che notavano una rinnovata tensione
etica della società americana dopo un lungo periodo di declino. Un'osservazione ampiamente confermata dalla
straordinaria reazione del popolo americano agli attacchi di New York e
Washington.
Nel suo ultimo saggio, La grande distruzione, notava come, dopo decenni di sfilacciamento
del tessuto sociale, negli Stati Uniti e altrove si percepissero segni di rinascita. Ritiene che, dopo gli eventi
dell'11 settembre, questo trend
positivo abbia subito un'accelerazione?
«L'accelerazione
è già sotto i nostri occhi, esprimendosi attraverso un rinnovato forte richiamo
alla comunità, dopo un periodo di sfrenato individualismo. Negli ultimi decenni, l'eroe in cui più si
identificava la gente comune era un imprenditore, magari della new economy, o
una star dello sport, persone che difficilmente possono essere dei validi punti
di riferimento morale.
In
tempi di pace e di prosperità era naturale che ciò accadesse. «Ora l'impetuoso
revival di valori come il patriottismo ha messo in discussione la precedente
bilancia etica della società».
E' una tendenza destinata a durare?
«Penso
non sia un fenomeno temporaneo. Potrebbe chiudere il sipario sull'era
Reagan-Thatcher che, dopo un periodo di eccessivo statalismo, ha spinto il pendolo
nella direzione opposta, dando vita ad eccessi che sono durati fino a tutti gli
anni Novanta. Un'oscillazione del tutto
naturale, all'interno di una cornice liberal-democratica. Credo che ora si sia
aperto un nuovo ciclo, almeno qui negli Stati Uniti».
Favorito negli Usa anche da una dirompente crescita
della fiducia dei cittadini verso le
istituzioni pubbliche. Che, pure, non sono immuni da critiche per il ruolo avuto prima e dopo l'11 settembre.
Come si spiega il paradosso?
«In
buona parte è una reazione naturale. In
generale, minacce esterne alla sicurezza hanno l'effetto di rafforzare lo
spirito comunitario perché l'individuo capisce di avere molto più in comune con
gli altri cittadini che con terroristi che non si farebbero scrupolo di ammazzarlo. Una grande fiducia nell'autorità pubblica
tende però a dissolversi se il governo è percepito successivamente come
incompetente o incapace di agire per risolvere il problema alla radice».
L'aumento della fiducia nelle Istituzioni pubbliche
può renderle quindi luoghi di lavoro più attraenti per chi esce dalle migliori università, bilanciando l'appeal di Wall Strett e Silicon Valley?
«E' troppo presto per
dirlo. Qual che posso direi è che, nel
programma di relazioni internazionali della John's Hopkins dove io
insegno, si è verificato un
aumento di domande per i corsi dei prossimi semestri. Basta scorrere le classifiche dei libri più
venduti per rendersi conto che la gente è più interessata alla politica
internazionale o ai problemi dello Stato.
Non è da escludere che con un'economia sull'orlo della recessione,
questo interesse si traduca anche in una diversa offerta di lavoro».
In passato le è capitato di polemizzare
con Robert Putnam, sociologo di Harvard, il quale ritiene che la società americana sia sempre più lontana dal ritratto di
partecipazione dal basso e di forte senso
civico tracciato per primo da Alexis
De Tocqueville.
«Contesto che il calo del capitale sociale denunciato da Putnam
sia strutturale e