RASSEGNA STAMPA

27 DICEMBRE 2001
STEFANO DA EMPOLI
Fukuyama: «Facciamo gruppo contro la paura»

Il politologo che ha teorizzato la fine della storia: «Le minacce esterne rafforzano  lo spirito comunitario. E in futuro avremo più comunicazione fra i Paesi

Francis Fukuyama, professore di Politica economica internazionale alla John's Hopkins University, è conosciuto soprat­tutto per la sua teoria sulla «fine della sto­ria». (Un'ipotesi che oggi sembra smentita dagli eventi dell'11 settembre.  Che invece hanno contribuito a confermare le tesi più recenti del sociologo americano, che notavano una rinnovata tensione etica della società americana dopo un lungo periodo di declino. Un'osservazione ampiamente confermata dalla straordinaria reazione del popolo americano agli attacchi di New York e Washington.

Nel suo ultimo saggio, La grande distruzione, notava come, dopo decenni di sfilacciamento del tessuto sociale, negli Stati Uniti e altrove si percepissero segni di   rinascita. Ritiene che, dopo gli eventi dell'11 settembre, questo trend positivo abbia subito un'accelerazione?

«L'accelerazione è già sotto i nostri occhi, esprimendosi attraverso un rinnovato forte richiamo alla comunità, dopo un perio­do di sfrenato individualismo.  Negli ulti­mi decenni, l'eroe in cui più si identificava la gente comune era un imprenditore, magari della new economy, o una star dello sport, persone che difficilmente possono essere dei validi punti di riferimento morale.

In tempi di pace e di prosperità era naturale che ciò accadesse. «Ora l'impetuoso revival di valori come il patriottismo ha messo in discussione la prece­dente bilancia etica della società».

E' una tendenza desti­nata a durare?

«Penso non sia un fe­nomeno temporaneo. Potrebbe chiudere il sipario sull'era Reagan-Thatcher che, dopo un periodo di eccessivo statalismo, ha spinto il pendolo nella direzione opposta, dando vita ad eccessi che sono durati fino a tutti gli anni Novanta.  Un'oscillazione del tutto naturale, all'interno di una corni­ce liberal-democratica. Credo che ora si sia aperto un nuovo ciclo, almeno qui negli Stati Uniti».

Favorito negli Usa anche da una dirom­pente crescita della fiducia dei cittadini verso le istituzioni pubbliche.  Che, pu­re, non sono immuni da critiche per il ruolo avuto prima e dopo l'11 settem­bre.  Come si spiega il paradosso?

«In buona parte è una reazione naturale.  In generale, minacce esterne alla sicurez­za hanno l'effetto di rafforzare lo spirito comunitario perché l'individuo capisce di avere molto più in comune con gli altri cittadini che con terroristi che non si fa­rebbero scrupolo di ammazzarlo.  Una grande fiducia nell'autorità pubblica ten­de però a dissolversi se il governo è perce­pito successivamente come incompeten­te o incapace di agire per risolvere il pro­blema alla radice».

L'aumento della fiducia nelle Istituzio­ni pubbliche può renderle quindi luoghi di lavoro più attraenti per chi esce dalle migliori università, bilanciando l'appeal di Wall Strett e Silicon Valley?

«E' troppo presto per dirlo.  Qual che posso direi è che, nel programma di relazioni in­ternazionali della John's Hopkins  dove io

insegno, si è verificato un au­mento di domande per i cor­si dei prossimi semestri.  Ba­sta scorrere le classifiche dei libri più venduti per ren­dersi conto che la gente è più interessata alla politica internazionale o ai proble­mi dello Stato.  Non è da escludere che con un'econo­mia sull'orlo della recessio­ne, questo interesse si tradu­ca anche in una diversa of­ferta di lavoro».

In passato le è capitato di polemizzare con Robert Putnam, sociologo di Har­vard, il quale ritiene che la società americana sia sem­pre più lontana dal ritratto di partecipazione dal basso e di forte senso civico tracciato per primo da Alexis De Tocqueville.

 «Contesto che il calo del capitale sociale denunciato da Putnam sia strutturale e

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Filosofia (e) politica