![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 27 DICEMBRE 2001 |
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Gli uomini
di Stato ci sono ancora, ma - così come gli spazzini sono diventati operatori
ecologici - si chiamano operatori di pace e ricevono a turno il Nobel per aver
combattuto non altri stati o altri popoli ma i mostri senza volto e senza
confine che popolano la terribile mitologia del presente: terrorismo, razzismo,
pulizia etnica, apartheid, genocidio. In tutto questo, noi europei siamo un po'
defilati, come una Svizzera del mondo. E viviamo una fase di passaggio. Abbiamo
ancora degli Stati: ma sotto e sopra di loro, si avanzano altri poteri: per le
leggi e l'amministrazione ci sono le Regioni e gli organismi dell'Unione
europea, per l'esercito e la guerra c'è la Nato. Per ultimo, se ne sta andando
in soffitta quello che è stato il primo simbolo del potere statale: il diritto
di batter moneta. Con l'euro, a giorni la gente si rigirerà tra le mani valori
e simboli indecifrabili di un potere che non è più lo Stato di cui continuiamo
a essere cittadini e non è ancora compiutamente quello che ci auguriamo
diventi: qualcosa di meglio, di più adeguato ai nostri bisogni, di più vicino
alle nostre esigenze.
E tuttavia,
in Europa l'orizzonte è ancora dominato dagli Stati. E questo perché lo Stato è
un'invenzione europea. Da questa premessa parte Wolfgang Reinhard in un'opera
capitale ( Storia del potere politico in Europa , editore Il Mulino,
pagine 800: ma sarebbe stato meglio tradurre "Storia dello Stato"):
una vera "summa", uno sforzo gigantesco di rielaborazione delle
conoscenze storiche a cui da ora in poi dovranno rifarsi tutti coloro che
vorranno parlare o scrivere di Stato con cognizione di causa. Dunque, si
potrebbe parafrasare il titolo del celebre scritto di Novalis: non
"Cristianità cioè Europa", ma "Stato cioè Europa". È nato
in Europa. E qui è morto, o almeno agonizza (la data della morte presunta si
colloca, secondo Reinhard, sullo scorcio finale del secolo XX, fra gli anni
1970 e 1980). È nato da radici diverse: le tradizioni di monarchia militare
germanica, i fondamenti classici (pensiero greco e diritto romano) veicolati
dalla Chiesa cristiana e - terzo ma non ultimo - l'idea di sovranità messianica
della Bibbia ebraica e cristiana. Muore per effetto dell'emergere di nuove
aggregazioni per certi aspetti più vaste, sovrastatali, per altri invece più
ridotte, di tipo etnico, microregionale. E oggi, la costruzione europea
balbetta e si arena proprio per lo scontro fra modelli inconciliabili, quello
centralistico francese e quello di decentramento informale della tradizione
inglese (come ha segnalato di recente lo storico del pensiero politico Larry Siedentop,
in La democrazia in Europa ).
Intanto, nel
suo percorso l'idea di Stato ha costruito quella realtà storica e non
geografica che è l'Europa. Reinhard analizza caratteri e percorsi del potere
statale, prendendo atto della realtà effettuale (come avrebbe detto Machiavelli)
e non dell'immagine corrente. Di tale realtà fa parte, ad esempio, il fatto che
si tratta di una storia da cui le donne sono escluse: la politica è stata
sempre fondamentalmente "una questione di uomini". La ricchezza delle
informazioni raccolte con un poderoso sforzo di controllo di una sterminata
letteratura va qui di pari passo con la penetrazione delle domande, che nascono
da una viva attenzione al presente: le dimensioni europee e la lunga durata di
problemi come i rapporti tra potere politico e amministrazione della giustizia
(inclusa la questione della separazione delle carriere e dei rapporti tra
giudici e avvocati), la fiscalità e l'economia sommersa, le radici locali e la
proiezione centrale del potere clientelare, sono solo alcuni tra i robusti
ancoraggi del passato al presente che reggono la possente architettura
dell'opera.
Sulle soglie
di questa opera imponente c'è un documento che viene in mente a un lettore
italiano: è una lettera datata 26 aprile 1478. La scrisse Lorenzo il Magnifico,
signore di Firenze, appena sfuggito all'attentato che durante la Messa solenne
in Duomo era costato la vita di suo fratello Giuliano: "In questo punto -
scrisse Lorenzo, invocando l'aiuto dei duchi di Milano suoi alleati - m'è stato
morto mio fratello et sono in grandissimo pericolo dello stato mio".
Nacque così, in un momento drammatico, quel termine "Stato" in cui si
racchiude il contributo originale dell'Europa alla storia del potere politico:
il pensiero di quel ricco e geniale erede di una famiglia di banchieri e di
mercanti corse allora non alla vita sua ma al regime che andava costruendo per
sé e per i suoi eredi.
Dunque la
precoce invenzione del termine, come riconosce Reinhard, spetta all'Italia. Ma,
tanto in Italia quanto in Germania, lo Stato sovrano doveva diventare realtà
solo nel XIX secolo. Singolare contraddizione: in questi due paesi, dove lo
Stato moderno ebbe la gestazione più lunga e difficile, la sua vittoria
culturale fu strepitosa. Se Machiavelli, riflettendo sulla mancanza di un
Principe capace di unificare l'Italia, inventò la moderna scienza della
politica, nella Germania dell'800 spettò a Hegel definire lo Stato come
"la totalità etica", il fine stesso della storia del mondo.
Che tocchi proprio ad uno storico di esperienza internazionale ma di salde radici tedesche affrontare una decostruzione storica della forma Stato è un fatto di indubbio significato simbolico. Reinhard se ne rende conto e ce ne avverte. Si tratta di decostruire lo Stato, di battere il percorso inverso rispetto a quello consueto agli storici e ai professori di storia, destinati un tempo a funzionare come educatori al senso dello Stato e quindi tradizionalmente pronti a ricostruirne le magnifiche sorti e progressive e a farsene servitori e propagandisti presso i giovani. Ci si augura che il libro di Reinhard offra materia di meditazione a quegli storici italiani che sembrano dilettarsi ancora della questione deamicisiana di come si possa piantare l'idea di Patria nel cuore dei giovani, convincendo con questo argomento una classe politica priva di ogni altro "appeal". Quel terreno è oggi irrimediabilmente desueto. La storiografia tedesca ce lo spiega con la sua voce migliore. È bene, dunque, che l'Italia cessi di scimmiottare la Germania nel culto dello Stato e la segua nel cercar di capire quali altre e diverse forme occupino il nostro orizzonte. Per il passato, la decostruzione dello Stato è come lo smontaggio caricaturale di Luigi XIV. Il Re Sole, alto un metro e 60 e calvo fin da giovane, si costruì una immagine pubblica maestosa coi tacchi e con la parrucca. Come scrisse William Thackeray, "barbieri e ciabattini creano gli dèi che noi adoriamo". Il nostro tempo vi ha aggiunto solo un piccolo dettaglio: la televisione.