RASSEGNA STAMPA

24 DICEMBRE 2001
PIERGIORGIO ODIFREDDI
L'IMPERO DEL CIELO

IL SIGNIFICATO DI UN MONDO SOPRA DI NOI

Da esso discendono l'afflato religioso e la curiosità scientifica

Alcuni libri di recente pubblicazione ci raccontano un'avventura vecchia di millenni. Filosofi, poeti e scienziati hanno provato a interpretarlo, i pittori ne hanno restituito la luce

Nel 423 a.C. Aristofane concorse alle Dionisie (una specie di premio Strega) con la commedia Le nuvole, nella quale Socrate veniva rappresentato come un filosofo letteralmente sospeso a mezz'aria, che non teneva i piedi per terra e aveva la testa fra le nuvole: una satira talmente efficace, che le due espressioni sono state tramandate fino a noi. Il commediante proponeva anche di sostituire gli dèi con le nuvole, per sottolinearne l'evanescente ed effimera natura: una satira che invece non fu per nulla recepita, come dimostra la sopravvivenza delle religioni.

Le nuvole in particolare, e i fenomeni meteorologici in generale, hanno attirato un enorme interesse nell'antichità. Di nubi, lampi, tuoni, piogge e arcobaleni parlano estesamente le mitologie di tutti i popoli, collegandoli spesso a malefatte divine: il diluvio di Iahvè, i fulmini di Giove, le tempeste di Eolo... E gli uomini primitivi hanno tentato tutti i mezzi possibili per ingraziarsi le divinità del cielo e propiziarsi i loro favori: dalle danze della pioggia degli stregoni alle preghiere collettive dei vescovi (l'ultima nel marzo 2000).

Anche gli artisti, ovviamente, hanno osservato con attenzione lo spettacolo del cielo. Dante alluse nel Purgatorio ai repentini cambiamenti di colore delle "nuvole d'agosto" al tramonto. Shakespeare paragonò le nuvole a cammelli, donnole e balene nell'Amleto e a draghi, orsi e leoni in Antonio e Cleopatra. Constable congelò la mutevolezza del cielo nei quadri del ciclo Nobili nuvole ed effetti di luce, dipinti tutti nello stesso luogo e nella stessa ora nel corso di due estati.

I filosofi incominciarono a interessarsi dei fenomeni atmosferici fin dalla nascita del pensiero greco. Anassimandro comprese che i venti sono movimenti dell'aria, e che i tuoni vengono provocati dalle nuvole. Democrito intuì la scala planetaria delle perturbazioni, nel suo caso dall'Europa all'Africa. Aristotele scrisse un'intera opera intitolata Meteorologica. Cartesio capì che le nuvole sono costituite di gocce d'acqua, che danno origine a pioggia, neve e grandine.

Nelle mani delle scienziati il cielo divenne l'oggetto della meteorologia, la cui affascinante nascita è narrata da Richard Hamblyn ne L'invenzione delle nuvole (Rizzoli): dal primo grande progetto di osservazione climatica del Granduca Ferdinando II nel Seicento, alla costituzione delle società meteorologiche nazionali nell'Ottocento. Il libro si concentra, però, sulla vita del chimico Luke Howard, il quale inventò nel 1802 i nomi con i quali ancor oggi chiamiamo le nuvole: i cirri, riccioli di alta quota e bassa densità, legati al vento; i cumuli, mucchi di media quota e alta densità, legati alla temperatura diurna; e gli strati, falde di bassa quota e media densità, legati alla temperatura notturna.

Questa nomenclatura affascinò Goethe, che la cantò nel poema La forma delle nubi secondo Howard e la riassunse nel verso "le nubi salgono, si ripiegano e si spargono". Ma la vera gloria di Howard sta nell'aver capito che, nonostante la loro apparente varietà, la descrizione delle nuvole si può ridurre a questi tre tipi principali: unendoli due a due si ottengono altri tre tipi misti, e mettendoli tutti e tre insieme si producono i nembi, che sarebbero le nuvole della pioggia (i cumuli producono acquazzoni, gli strati pioviggine). Queste sette famiglie descrivono sostanzialmente l'intera popolazione del cielo, anche se oggi la lista è stata raffinata con altri tre tipi intermedi.

Howard spiegò anche il meccanismo di funzionamento delle nubi. L'aria calda sale, si raffredda e si condensa attorno alle impurità dell'atmosfera, come le perle crescono attorno alle impurità dell'ostrica: si formano così goccioline d'acqua o cristalli di ghiaccio, tanto leggeri da poter rimanere sospesi per aria. Se i cristalli si aggregano possono acquistare un peso sufficiente e cadere sotto forma di pioggia o neve, a seconda che si sciolgano o no nella caduta. I fulmini sono invece il prodotto dello squilibrio elettrico in nubi formate sia da cristalli (positivi) che da gocce (negative): poiché i primi stanno nelle parti alte e più fredde, e le seconde in quelle basse e meno fredde, il fulmine si scarica nella direzione della terra.

Se le nuvole sono i messaggeri del cielo, i venti costituiscono i loro veicoli. Una classificazione dei venti di terra fu introdotta nel 1759 da John Smeaton, in base all'effetto che essi hanno sulle pale dei mulini a vento (o, oggi, degli anemometri). Poiché installare pale da mulino su una nave per misurare i venti di mare non era molto pratico, l'idea fu trasposta nel 1806 da Francis Beaufort alle vele. La sua scala di dodici gradi (oggi saliti a diciotto, per poter classificare i venti polari) fu usata per la prima volta dal Beagle, che portò in giro per il mondo per cinque anni il giovane Charles Darwin, raccomandato al capitano dallo stesso Beaufort.

Le classificazioni delle nuvole di Howard e dei venti di Beaufort costituirono i fondamenti della meteorologia ottocentesca, sulla quale si concentra il libro di Hamblyn. Ma è solo nel Novecento che fu possibile realizzare il sogno della previsione del tempo inseguito fin dai primordi dell'umanità, andando finalmente oltre generalità quali "rosso di sera, bel tempo si spera", o "cielo a pecorelle, acqua a catinelle". E, diciamocelo pure, togliendo il piacere di aprire le finestre la mattina e scoprire che tempo fa.

Il primo passo verso una teoria matematica della previsione del tempo fu compiuto nel 1904 da Vilhelm Bjerknes, che trovò le equazioni che legano pressione, temperatura, umidità e velocità del vento. Il problema era risolverle, e la cosa si rivelò proibitiva. Soltanto dal 1950, con l'avvento del computer, è stato possibile simularle in maniera approssimativa e prevedere il tempo alla breve, fino a un massimo di tre o quattro giorni. Quanto alle previsioni alla lunga, le speranze sono state spente nel 1963 da Edward Lorenz: il famoso "effetto farfalla" da lui scoperto, secondo cui il battito d'ali di una farfalla in un continente può provocare un tornado in un altro continente, mostra che l'evoluzione del tempo è intrinsecamente instabile e non prevedibile.

Benché su di esse ci siamo finora soffermati, non bisogna dimenticare che c'è ben altro in cielo Al di là delle nuvole, come recita il titolo di un bel libro di Umberto Villante (Bollati Boringhieri), citando un omonimo film di Michelangelo Antonioni e Wim Wenders. Ci sono, ad esempio, gli influssi del Sole: non soltanto, ovviamente, la luce e il calore, ma anche gli effetti della rotazione, delle macchie e del vento solare. Una folata del quale ha causato, nel 1989, un blackout elettrico che ha lasciato al buio milioni di persone dall'America all'Oceania.

Oltre che da fattori extraterrestri, nel senso letterale, l'atmosfera è anche influenzata da fattori terrestri. Ad esempio, dagli scarichi delle eruzioni vulcaniche, che possono arrivare ad avere ripercussioni planetarie: è il caso di un'eruzione in Polinesia nel 1815, che provocò una serie di spettacolari tramonti in tutto il mondo, riprodotti in tele infuocate da William Turner.

Altrettanto spettacolari, ma più regolari, sono le aurore boreali, delle quali il libro di Villante riporta non solo la spiegazione, ma anche attraenti fotografie. Il nome si deve a Galileo, ma vari popoli videro nubi ardenti o cieli fiammeggianti fin dall'antichità. Nel 37 d.C. le coorti romane accorsero in armi a Ostia, pensando che stesse bruciando. Gli ebrei credettero di assistere ad apparizioni divine e i vichinghi a cavalcate delle valchirie, ma il fenomeno è soltanto il prodotto dall'interazione fra il vento solare e il campo magnetico terrestre: lo dimostrò nel 1899 Kristian Birkeland, la cui singolare vita è narrata da Lucy Jago in Aurora boreale (Rizzoli).

Fra le cause di mutazioni atmosferiche c'è anche, da qualche anno, l'uomo stesso. Conosciamo tutti il buco di ozono prodotto dai gas di scarico, soprattutto dei paesi industrializzati. Il metereologo Paul Crutzen e i chimici Mario Molina e Sherwood Rowland ne hanno spiegato il meccanismo, vincendo nel 1995 il premio Nobel. Bush e Berlusconi, più furbi dei Nobel, non ci credono e hanno deciso di sabotare il protocollo di Kyoto: ognuno ha il cervello e l'atmosfera che si merita.
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