![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 24 DICEMBRE 2001 |
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I PERICOLI DI UN MONDO GLOBALE SENZA POLITICA
Forse, almeno a titolo profilattico, di precauzione, dovremmo davvero cominciare a dire e pensare che dopo l'11 settembre non è cambiato niente. Intanto, per non essere succubi di Bush, per il quale l'11 settembre è stato tanto catastrofico da giustificare una limitazione senza precedenti dei diritti civili in America; limitazione che, con maggiore o minore solerzia, è destinata via via a imporsi anche nei paesi europei. Ma soprattutto, dovremmo sospettare dell'uso che anche a sinistra sempre più spesso si fa del significato apocalittico dell'11 settembre per coltivare senza pudore uno dei vizi più antichi e più cari alle correnti di pensiero che si richiamano (fino a che punto legittimamente?) a Marx; cioè la tendenza appunto a pensare la storia solo in termini di apocalisse, di rovesciamento totale, che poi nel linguaggio quotidiano della politica diventa il "benaltrismo" che è sempre stato nemico del riformismo. Se nemico del riformismo, dunque molto probabilmente, per una elementare legge transitiva, amico della conservazione. Questo viene in mente leggendo il dialogo, pubblicato nell'ultimo numero (Almanacco di filosofia 2001) di Micromega, tra Toni Negri, Roberto Esposito, Salvatore Veca, e in particolare ciò che dice nel dialogo il primo dei tre interlocutori, invano contrastato, con argomenti più politicamente ragionevoli, dagli altri due. Secondo Negri, la globalizzazione toglie senso (se mai ce ne ha avuto; non dimentichiamo il Toni Negri degli anni Settanta) a qualunque forma di rappresentanza politica, insomma alle istituzioni liberali e democratiche come le abbiamo ereditate (anche per questo "obsolete e logore") dalla tradizione europea. Alla situazione radicalmente nuova venuta in luce piena con l'11 settembre si può reagire solo con l'invenzione di un pensiero e un lessico politico totalmente nuovi; che esigono "l'esodo dalla sinistra rappresentanza". Per Negri, non ha senso puntare "sulla ricostruzione del mondo attraverso le istituzioni esistenti"; si può contare solo "sulle moltitudini e sulla loro possibilità di costruire nuove istituzioni". Non vede il rischio che "un mondo totalmente spoliticizzato sia strutturalmente esposto alla violenza", con le "moltitudini" - titolari uniche dell'autentico spirito comunitario - che si affrontano e affrontano il potere senza alcuna mediazione istituzionale. Addio Max Weber, addio figura del capo carismatico concepita come un rischio per la libertà. Come gli hanno osservato Esposito e Veca, lo storicismo totale di Negri fa sì che la descrizione dei modi in cui di fatto sta andando la globalizzazione (a cominciare, si licet, dalla telecrazia italiana) diventi una accettazione euforica dei suoi meccanismi. Non sarà anche questo a spiegare l'entusiasmo con cui l'ultimo libro di Negri è stato accolto dai compassati signori di Time?