![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 DICEMBRE 2001 |
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"Lo conobbi nel 1933 a un congresso hegeliano
M´impressionarono lo sguardo e la bravura"
Il
testo inedito di Norberto Bobbio che pubblichiamo in versione quasi integrale è
stato scritto per la riedizione del saggio di Guido Calogero Le regole della
democrazia e le ragioni del socialismo, apparso la prima volta nel 1968 e
ora riproposto da Diabasis (pagine 148, lire 30.000). La riedizione è curata
dal giovane studioso Thomas Casadei, autore di un´ampia introduzione (Le
radici della democrazia possibile). Il contributo di Bobbio (Il più giovane dei
miei maestri) è stato raccolto dallo stesso Casadei (lo scorso febbraio) e
rivisto, dopo la trascrizione, dal professore. Nato nel 1904, morto nel 1986,
Calogero ha sviluppato l´attualismo di Gentile in prospettiva etica. E´ stato
un grande amico di Bobbio, come documenta il loro epistolario. Le regole della
democrazia e le ragioni del socialismo è il suo libro più noto, in cui analizza
i rapporti che si stabiliscono fra democrazia, politica e i diritti dell´uomo.
Il ricordo
che ho di Calogero è quello di una bella amicizia, ma prima di tutto di una
profonda, straordinaria, ammirazione: di quell´ammirazione che si prova di
fronte ad un maestro. Mi viene subito alla mente quel disegno di Renato Guttuso
che documenta anche il mio ingresso nell´antifascismo attivo, era il 1939.
Prima a Camerino, dove dal 1935 ero docente di filosofia del diritto, poi a
Siena, dove insegnavo, dopo aver vinto il concorso, dalla fine del 1938, avevo
iniziato a frequentare le riunioni del movimento liberalsocialista, animato da
Calogero e da Aldo Capitini. Il disegno di Guttuso, allora giovane e
promettente pittore, rappresenta la testimonianza di una di queste riunioni:
siamo raffigurati io, Umberto Morra (proprietario della villa presso Cortona
dove spesso si tenevano le nostre riunioni e che ci presentò lo stesso
Guttuso), Cesare Luporini (che poi divenne comunista), Capitini e, appunto,
Calogero con il dito alzato. Entrambi tengono un libro in mano: su quello di
Calogero si legge Liberalismo sociale, su quello di Capitini Non
violenza. Dell´artefice del disegno si vede la nuca. La prima volta che
vidi Calogero fu nel 1933, a Roma, ad un Congresso hegeliano. Presiedeva
Giovanni Gentile, che tenne il discorso d´apertura, Calogero era fra i
relatori ed io ero fra il pubblico. Mi impressionarono la sua bravura, la sua
intelligenza, il suo sguardo. Eravamo entrambi molto giovani (io avevo
ventiquattro anni, lui era di soli cinque anni più grande di me), ma rimasi
stupito dalla sua maturità: era giovane d´età, ma sembrava un uomo "già
arrivato". Questo aspetto destava grande e profonda ammirazione in noi
aspiranti studiosi. Calogero aveva un viso "aperto" e i suoi occhi
esprimevano, per così dire, quella volontà di discussione che ne faceva un
"maestro del dialogo". Non è un caso che i ragazzi della Federazione
giovanile del Partito d´Azione si rivolgessero a lui per farsi chiarire la
struttura e il senso delle principali regole della discussione democratica, per
essere educati alla procedura, nella fase in cui la dittatura fascista sembrava
realmente potersi sostituire con un nuovo ordine. I diversi interventi
apparvero, in un primo momento, su quello che era il giornale del Partito
d´Azione, l´Italia libera. Calogero era dunque per noi più giovani un simbolo,
un esempio da ammirare e possibilmente da seguire. Era diventato professore universitario
molto presto. Oltre che essere di una intelligenza precoce aveva una grande
capacità di apprendere: si era dedicato alla filosofia, ma avrebbe potuto
insegnare lettere classiche; oltre al latino, sapeva benissimo il greco, lo
leggeva perfettamente: del resto fu traduttore di opere come il Simposio e il
Critone. Dimostrava una straordinaria facilità di apprendimento: oltre al
greco, conosceva in modo approfondito il tedesco e sapeva anche l´inglese. Non
so quando l´avesse studiato, ma lo parlava correntemente, tanto che nel 1950 fu
chiamato a dirigere l´Istituto italiano di Cultura a Londra.
Era un uomo
di un´intelligenza estremamente rapida. Cominciò prestissimo a scrivere:
poesie, recensioni, apparse queste ultime sul Giornale critico della filosofia
italiana diretto da Gentile. Compose la sua prima opera molto giovane, nel
1927, a ventitré anni: i Fondamenti della logica aristotelica, che
ampliava e rielaborava la sua tesi di laurea (discussa nel 1925); ma il suo
primo scritto risale a qualche anno prima, al 1923, ed era dedicato a
Pindaro, l´autore al quale Calogero, giovane studente di filologia classica
presso l´Università di Roma, pensava di dedicare la tesi; questo prima di
conoscere Gentile e dedicarsi agli studi filosofici.
Dimostrava
una precocità fuori dal comune nell´imparare le cose difficili, la logica, le
lingue straniere, antiche e moderne. Tutto questo ci affascinava e ce lo faceva
vedere, appunto, come un maestro. La sua sfortuna fu che così come aveva
iniziato molto giovane finì il suo cammino di studioso non vecchio: ricordo
benissimo quando la sua intelligenza cominciò a deperire, a degenerare. Mi
vengono alla mente i colloqui che ebbi con sua moglie, Maria Comandini, e il
racconto delle sue difficoltà. I suoi ultimi libri risalgono alla fine degli
Anni Sessanta, per quanto poi continuasse a scrivere su periodici, riviste e
quotidiani. Gli anni precedenti alla sua scomparsa furono terribili, si era
appannata la sua intelligenza
L´incontro
con Capitini
A quel
periodo risale anche la mia conoscenza dell´altro ispiratore del
liberalsocialismo: Aldo Capitini. Prima di insegnare a Siena, come accennato,
ero professore a Camerino. E ricordo di esserlo andato a trovare a Perugia, nel
momento in cui stava per pubblicare il libro che lo rese noto, Elementi di
un´esperienza religiosa, che è del 1937, mentre il libro di Calogero,
altrettanto fondamentale per la mia generazione, La scuola dell´uomo, è
del 1939. Questi sono i due libri che rappresentano come dire un precorrimento,
una specie di anticipazione, di quella che era la lotta politica antifascista
clandestina, che però si manifestava nelle opere scritte, con molta cautela
come dimostra il titolo del libro di Capitini, che in realtà celava una
trattazione strettamente politica. Capitini e Calogero furono due figure
assolutamente centrali per la mia formazione e per il mio ingresso
nell´antifascismo attivo. E tuttavia erano personaggi molto diversi fra loro.
Si possono
individuare due fasi del loro rapporto. Dapprima c´è un dialogo legato al
liberalsocialismo, che sta a cavallo fra la fine degli Anni Trenta e l´inizio
degli Anni Quaranta. In estrema sintesi, mentre il liberalsocialismo di
Capitini era di evidente orientamento social-religioso e non soltanto politico,
quello di Calogero si caratterizzava per l´approccio giuridico. C´è poi una
seconda fase di scambio fra i due, a metà degli Anni Sessanta, poco prima della
morte di Capitini (che avviene nel 1964), che riguarda la filosofia del
dialogo. Sulle riviste Azione non violenta (diretta da Capitini) e La
Cultura (diretta da Calogero) uscirono articoli dell´uno e dell´altro sulla
nonviolenza, il dialogo e l´"apertura" in cui i due affrontavano
queste tematiche: l´uno, Capitini, partendo da un profondo senso religioso,
l´altro, Calogero, da un forte afflato morale di matrice laica, che già in La
scuola dell´uomo trova una testimonianza esemplare. Il problema centrale,
comunque, nel quadro dei rapporti fra i due, è quello della nonviolenza.
Calogero aveva una mentalità giuridica che Capitini certamente non aveva e
questo portava il primo a sostenere (cosa che anch´io ho sempre pensato) che la
nonviolenza finirebbe per essere una teoria disarmata, inefficace, senza il
diritto. Come ho sottolineato in molti scritti, il diritto senza forza non si
dà, come sanno tutti quelli che hanno studiato giurisprudenza, il diritto senza
possibilità della sanzione, che operi qualora si verifichi la violazione delle
norme, non esiste. Calogero e Capitini avevano senz´altro qualcosa in comune
sul piano intellettuale, legato alla formazione idealistica, all´insegnamento
di Croce e Gentile, da cui poi entrambi si distaccarono.
Il modello
Inghilterra
Calogero era
un idealista immanentista, la sua filosofia derivava da quella che era allora
la filosofia dominante in Italia. Ma sulla questione del diritto e della
nonviolenza le loro posizioni erano senz´altro diverse, e alcuni passaggi del
saggio I diritti dell´uomo e la natura della politica, contenuto in
questa raccolta, ne sono una chiara dimostrazione. Un altro punto su cui mi
preme soffermarmi è il suo modo di intendere il socialismo. La sua simpatia per
questa prospettiva culturale e politica va senz´altro attribuita alla sua
ammirazione per l´Inghilterra e per il laburismo. Naturalmente bisognerebbe
anche rivedere il suo libro sul marxismo, Il metodo dell´economia e il
marxismo, che a suo tempo ebbe una certa fortuna tra coloro che si stavano
avviando sulla strada dell´antifascismo. Sarebbe una buona occasione, fra
l´altro, per richiamare l´attenzione su un testo ormai dimenticato e che pure
presenta, ancora oggi, qualche interesse rispetto al dibattito continuato e
sempre attuale sulla storia del marxismo. Le istanze socialiste di Calogero si
raccolgono attorno all´idea di una società giusta fondata sul dialogo e la
reciprocità, su un´idea di democrazia come colloquio integrale perché tutti
devono avere il diritto-dovere di prendervi parte. Scrive per esempio Calogero
in L´abbiccì della democrazia: "L´unità della democrazia è l´unità
degli uomini che, per qualunque motivo, sentono questo dovere di capirsi a
vicenda e di tenere reciprocamente conto delle proprie opinioni e delle proprie
preferenze". E´ un modo singolare e originale di definire la democrazia.
Quando si parla di democrazia s´intende, primariamente, la partecipazione al
potere, richiamando una nozione di potere dal basso.
L´uguaglianza
è libertà
Calogero fa
riferimento al rapporto fra gli individui, alla relazione dialogica, alla
democrazia come ciò che rende possibile il dialogo, che non è la definizione
più comune di democrazia, per cui usualmente si intende, appunto, il rapporto
fra l´insieme dei singoli e il potere. Questo in Calogero è implicito. Egli si
richiama costantemente al rapporto fra gli individui, al dialogo inteso come reciprocità,
ad un continuo domandare e rispondere: la democrazia è vista attraverso il
dialogo, che è regola fondamentale ma anche valore. L´ideale della democrazia
come colloquio spiega in qualche modo anche la sua visione sociale degli
assetti democratici: tutti devono avere la possibilità di prendere parte allo
scambio dialogico, devono avere l´effettiva capacità e l´effettivo potere di
discutere con gli altri. E´ forse qui che si può rinvenire un´istanza
propriamente socialista, in quanto l´effettività presuppone forme di
eguaglianza fra gli individui: l´idea di eguaglianza - principio guida
dell´azione del movimento operaio fin dai suoi esordi - arricchisce il
liberalismo, come ho sostenuto in più occasioni. Ma per Calogero eguaglianza e
libertà sono intimamente unite, inseparabili e, attraverso la loro unità,
definiscono i cardini di una società giusta. Qui può situarsi un fecondo spazio
di congiunzione fra il liberalsocialismo e le odierne forme di contrattualismo
rilanciate da John Rawls e ispirate al principio dell´equità. La ricerca di
Calogero di coniugare le due universali aspirazioni di libertà ed eguaglianza
fu continua e sostanziata da uno spirito che, in fondo in fondo, sembra
richiamare - anche se in un contesto laico - la lezione evangelica. Una
tendenza questa che si può rinvenire del resto anche in alcuni autori del
laburismo inglese, esperienza politica alla quale, come accennato, Calogero
guardava come fondamentale riferimento per le sorti della nostra democrazia e,
in particolare, della sinistra.
Il tentativo
di enucleare alcuni caratteri irrinunciabili del sistema democratico, alla
ricerca delle modalità e delle ragioni di una convivenza sostanziata di valori
autentici, e la possibilità di sviluppare l´idea liberalsocialista al fine di realizzare
una società giusta attestano, a tutt´oggi, la vitalità della riflessione
politica di Calogero.