![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 DICEMBRE 2001 |
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Se ne discute all'Università di Trieste
Il
Laboratorio di Filosofia Contemporanea ha iniziato qualche giorno fa il suo
settimo anno di esistenza discutendo di Jean-Paul Sartre. Ricordate la pièce
"A porta chiusa" e la famosa affermazione "l'inferno sono gli
altri"? Non ha perso di attualità (basti pensare a quella caricatura che
ne è il "Grande fratello" televisivo), ma Raoul Kyrchmayr, che ha
tenuto una lezione-dibattito dal titolo "Scene dell'altro Sartre", ha
mostrato che Sartre porta avanti contemporaneamente una linea morale che
attribuisce all'altro anche una potenza positiva, di dono e generosità.
Quell'inferno - sospettava Sartre - è forse anche l'unico paradiso che abbiamo!
Sartre apre
una serie di scene che il Laboratorio si incaricherà di allestire nel corso di
un ciclo di incontri nei quali si parlerà di Lacan ("La prossimità
dell'altro"), Lévinas ("L'altro infinito"), Foucault
("L'anormale") e Derida ("Lo straniero"). Interverranno
Graziella Berto, Fabio Polidori, Mario Colucci e Davide Zoletto (il prossimo
appuntamento è per mercoledì 19 dicembre). Questi scenari, diversi ma
congruenti, che interrogano alcuni dei maggiori pensatori della contemporaneità,
possono aiutarci a entrare meglio in una questione che dalla filosofia o dalla
psicanalisi rimbalza ogni giorno nella nostra dimensione privata e nella grande
scena pubblica. Qualcuno ha detto che la questione dell'alterità è destinata a
diventare il problema cruciale del terzo millennio. Forse è già stata la
questione cruciale del Novecento, e in ogni caso essa è piena di trabocchetti e
di asperità. Non possiede un solo versante e non ammette una soluzione
semplice. È tormentata, contraddittoria, paradossale. Si raddoppia
continuamente e di continuo tende a scivolare in una maneggevole retorica. È
fuori di noi, perché l'altro è sempre là fuori che ci attira e ci spaventa. Ma
è anche dentro ciascuno di noi e si identifica con la parte del nostro essere
che ogni volta ci sfugge, la zona opaca del soggetto. L'altro è l'escluso e
attorno a esso si disegnano le mappe storiche e sociali dell'esclusione. Ma
l'altro diventa ogni volta l'incluso, l'assimilabile, il prossimo da amare come
noi stessi. Sembra che per capire la portata di questo problema dobbiamo
collocarci in una posizione paradossale, dentro e fuori allo stesso tempo.
Il
Laboratorio di Filosofia Contemporanea è ospitato dal Dipartimento di Filosofia
della facoltà di Lettere e tiene i suoi incontri in via dell'Università n. 7.
Vorrebbe funzionare come una sorta di osservatorio teorico che faccia da
cerniera tra l'università e la città, un proponimento assai buono ma non facile
da realizzare per una quantità di inerzie. Tuttavia qualcosa ha ottenuto, a cominciare
dal seminario del 1995 su "Follia e paradosso nel pensiero di Franco
Basaglia" che ha messo a confronto, non senza stridori, protagonisti
storici e giovani che di Basaglia avevano solo letto i libri. Più
recentemente ci sono stati due cicli su "Cosa significa "fare"
filosofia", nei quali ricercatori di varia estrazione hanno raccontato il
senso e i modi delle loro pratiche, suggerendo un quadro abbastanza inconsueto
del "mestiere" del filosofo. L'anno scorso è stata messa in questione
l'idea stessa di università con l'occhio rivolto alla riforma che ora è al suo
decollo. Si è parlato di condizioni e condizionamenti e si è andati in cerca di
un'idea di "cultura" sottesa a questa travagliatissima riforma. Da
Parigi è venuto Jacques Derrida a parlare di "Università senza
condizione" (si veda il libro omonimo ora uscito presso Galilée) e ha
gettato un bel sasso nello stagno.
Sempre
quest'anno il Laboratorio (che ha pure dedicato numerose puntate specifiche a
eventi culturali importanti e a libri significativi) organizzerà, a partire da
marzo, un secondo ciclo più di carattere teorico-politico sulla globalizzazione
e in particolare sui rapporti tra globalizzazione, democrazia e idea di
giustizia. Edoardo Grablo ne sarà il coordinatore.
I temi, come si vede, sono vari ma risultano collegati da un filo consistente che non è solo la professione di una critica incondizionata. Infatti emerge chiaramente anche l'esigenza di un orientamento teorico nell'attuale dispersione e anche un po' stagnazione dei pensieri. Orientamento non vuol dire ricetta. Ciò di cui si ha bisogno è piuttosto una mappa precisa dei problemi e la consapevolezza delle domande che essi ci rivolgono. Non è infatti necessario occuparsi di filosofia per rendersi conto che maneggiamo tutti i giorni la parola "altro" attribuendole molta importanza ma anche adoperandola con grande disinvoltura.