![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 5 DICEMBRE 2001 |
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Un patto di civiltà, nuove opportunità per il mondo
A un
mese dall'avvio delle operazioni militari contro il regime dei Taliban e la rete
terroristica di Bin Laden in Afghanistan può accadere che ci si chieda se la
guerra contro i responsabili delle stragi dell'11 settembre abbia qualche
probabilità di successo nel raggiungere i suoi obiettivi. I suoi obiettivi si riassumono
nel fine di neutralizzare le centrali del terrore globale- perché è questo il
fine che dopo tutto giustifica il ricorso all'impiego della forza da parte
degli Stati Uniti e della grande coalizione.
La risposta militare agli
atti terroristici è sfortunatamente una risposta inevitabile e rientra nell'ambito
della necessità pratica. Questo è un
ambito dai confini rigidi e severi in cui non c'è spazio per biasimo e lode:
devi fare ciò che devi fare, punto e basta.
Ogni società democratica ha il dovere di difendere e di preservare le
libertà fondamentali dei cittadini e delle cittadine e le sue stesse
istituzioni politiche di base. Questa
tesi è alla base del diritto alla guerra per autodífesa, un diritto che è
stato al centro delle risoluzioni dell'Onu a pochi giorni dalla tragedia
americana dell'11 settembre. Sappiamo
che ogni società democratica che si impegni nella guerra di autodifesa delle
libertà fondamentali delle persone e delle sue istituzioni di base è o, in ogni
caso, deve essere vincolata nei modi della sua condotta di guerra. A che cosa servono cose come i
vincoli? I vincoli sulla condotta
escludono alternative e restringono severamente la gamma delle azioni di
guerra ammissibili. Ci sono cose che
puoi fare ma che non devi fare. Lo spazio
delle possibilità a disposizione si restringe.
I guerrieri democratici possono fare meno di quanto possano fare i
nemici e gli aggressori contro cui si battono: per le democrazie gli oneri
della condotta in guerra sono o dovrebbero essere gravosi e, in ogni caso, più
gravosi che per regimi autocratici e dispotici e, a maggior ragione, per
imprenditori del crimine ubiquo contro l'umanità. In democrazia i governanti devono rispondere, sul versante
interno, alla voce e alle aspettative legittime della cittadinanza e dell'opinione
pubblica e, sul versante esterno, al diritto dei popoli. Sul primo versante siamo in presenza dei
vincoli interni e sul secondo versante siamo in presenza dei vincoli esterni
alla condotta di guerra. I vincoli interni
possono consistere nella domanda delle persone di ottenere esiti nel
perseguimento degli obiettivi che giustificano l'azione militare o
nell'espressione del dissenso quanto ai mezzi, alla loro efficacia e
appropriatezza o, nei casi radicali, alla loro stessa giustificabilità. I vincoli esterni sono, fra gli altri,
quelli che richiedono la distinzione fra leader e responsabili dell'aggressione
che scatena la guerra e le popolazioni civili, gli uomini e le donne che sono
in circostanze difficili come queste le candidate al massacro come vittime
innocenti. Ma vi è un vincolo che la
moralità politica considera forse il più importante e che, nell'incertezza di
questo duro avvio del ventunesimo secolo, credo non dovremmo dimenticare. Si tratta di un vincolo che congiunge fra
loro la dimensione interna e quella esterna delle scelte e delle condotte
militari. Come ha scritto nel suo
ultimo libro su Il diritto dei popoli John Rawls, forse il più grande
filosofo politico contemporaneo, lo scopo di una guerra di autodifesa condotta
da una democrazia è «una pace giusta e duratura fra i popoli». Il vincolo più
importante chiama in causa direttamente l'azione e la scelta politica nella
sua forma più alta, quella per cui vale il celebre detto a proposito della
distinzione fra politici e statisti: il politico pensa alle prossime elezioni,
lo statista alla prossima generazione.
Forse il vincolo può trasformarsi in opportunità se non rinunciamo a
pensare che l'inevitabilità di una guerra che sarà presumibilmente lunga e
complicata non dovrebbe ridurre lo spazio della scelta e della responsabilità
politica di leadership lungimiranti.
Sembra che la politica sia chiamata, in tempi difficili come questi, a ridisegnare
la mappa delle relazioni internazionali in un pianeta spezzato e diviso. Lo
squilibrio della potenza, l'ingiustizia della terra fra enorme ricchezza e
disumana povertà, la varietà e la pluralità delle culture e delle tradizioni,
il fatto della esclusione e il fatto dell'oppressione qua e là per il globo
conteso: questo resta lo sfondo in cui gli atti della guerra di difesa, inevitabile
e difficile, contro le agenzie del terrorismo globale devono avere luogo,
quanto più é possibile, entro i limiti dettati dai tre vincoli e, in particolare,
da quello più importante che chiama in causa direttamente la capacità della
politica «interna» mondiale di rispondere al compito di modellare istituzioni
e norme per un mondo mutato. Quel
mondo di cui la tragedia dell'11 settembre ci ha mostrato inedite possibilità
demoniache. Lo stesso mondo in cui
continuo a credere che varrebbe la pena, entro i limiti stretti concessi alla condotta di guerra dalla lealtà alla forma di vita democratica, di esplorare e saggiare con lungimiranza e tenacia lo spazio, dai confini incerti e sfumati, delle possibilità e delle alternative politiche praticabile. Se agli atti di guerra sul teatro afghano si accompagnasse una forte innovazione, un gesto di coraggiosa e responsabile discontinuità nella politica interna mondiale da parte dei leader della grande coalizione, qualcosa come l'annuncio solenne di un nuovo patto di civiltà che abbozzasse i termini equi di uno ius gentium per il ventunesimo secolo, allora potremmo forse riconoscere in che senso i vincoli possono convertirsi, per tutti noi, in opportunità. E a chi obiettasse che la congettura conclusiva ha il sapore dell'utopia nel senso negativo del termine, risponderei con Max Weber che «è perfettamente esatto, e confermato da tutta l'esperienza storica, che il possibile non verrebbe mai raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l'impossibile».