![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 3 DICEMBRE 2001 |
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Sullo sfondo delle riforme del mercato del lavoro e delle pensioni si è a tratti profilata, in controluce, la questione della compartecipazione dei lavoratori agli utili e alle decisioni aziendali. E' un tema non nuovo, ma di grande importanza soprattutto per il ritardo storico con cui dobbiamo realizzare decisive riforme strutturali in economia. Merita qualche riflessione non strettamente tecnica, anche a prescindere da note teorie sull'«economia della partecipazione» come quelle di James Meade, Nobel 1977, e di Martin Weitzman. L'economia è per sua natura sociale e proprio per questo presenta, in tutti gli aspetti e in tutte le forme di organizzazione, problemi sia di cooperazione, sia di conflitto strettamente connessi fra loro. Con qualche approssimazione si può dire che i primi emergono specialmente nella sfera della produzione, i secondi in quelle dell'allocazione delle risorse e della distribuzione del reddito. Da questa premessa a una conclusione suggerita dalla teoria, ma ben più drammaticamente confermata dall'esperienza, il passo è breve. Il capitalismo genera le migliori condizioni per l'efficienza e l'innovazione, ma non garantisce l'equità (non diciamo la giustizia) né, per certi versi, la partecipazione. Non c'è da stupirsi che, in sé, il capitalismo non sia amato e susciti, se mai, emozioni opposte. Perché evoca una «questione sociale» sul contrasto ormai arcaico fra capitale e lavoro, che risale alle sue origini e che, per due secoli, ha alimentato conflitti antagonistici, lotta di classe e sanguinose tragedie sulla base dell'erroneo concetto di «sfruttamento» elaborato da Marx. Ma anche perché il capitalismo è un po' come la democrazia nel senso di Winston Churchill («E' il peggiore dei sistemi, ma non ne abbiamo trovato di migliori»). Anzi, è come la liberaldemocrazia nella quale crediamo eticamente e razionalmente, ma che proprio per le sue virtù non accende passioni romantiche. Si potrebbe sommessamente aggiungere l'economia, che si basa o dovrebbe basarsi sull'etica della responsabilità, ma non offre soluzioni magiche per problemi difficili. Il calcolo (sociale) dei benefici e dei costi sembra arido e astruso, anche se mi auguro che molti abbiano letto nel numero di Tempi allegato al Giornale del 29 novembre un articolo di Larry Lindsay, consigliere economico di Bush (nonostante il titolo provocatorio: «Elogio del materialismo», ma quello originale nel Financial Times era: «The generosity of capitalism). La partecipazione dunque, in senso lato, può essere vitale per il capitalismo e ancor più per una società libera. Specialmente se teniamo conto del fatto che, nella prospettiva dell'economia, l'insufficienza del mercato o meglio, del sistema dei prezzi richiede qualche forma di azione collettiva, privata o pubblica. L'impresa è precisamente una delle aree più importanti nelle quali le relazioni dei prezzi sono parzialmente sospese e dove, soprattutto, un contratto d'impiego è molto diverso da un normale contratto per lo scambio di merci. Il dipendente è sempre libero di licenziarsi, ma poiché questo comporta dei costi non di rado molto pesanti, il contratto di lavoro crea un'aspettativa di partecipazione. D'altra parte, una correlazione stretta fra costo del lavoro e andamento economico dell'impresa può assicurare, anche in condizioni avverse, la sopravvivenza dell'impresa medesima e la stabilità dell'occupazione. Essa può generare una solidarietà («strategica», come l'ha definita Antonio Fazio) tra proprietà e lavoratori nella ricerca delle condizioni migliori per l'affermazione della stessa impresa sul mercato. L'imprenditore deve però conservare la libertà, connessa con i rischi che assume, di organizzare i fattori della produzione nelle proporzioni e con le modalità più convenienti. La flessibilità del costo del lavoro va dunque ricercata anche in forme di remunerazione adeguate. La partecipazione azionaria dei lavoratori può assumere un particolare rilievo, nel quadro più generale di una partecipazione agli utili. L'opposto si dovrebbe dire della condeterminazione nelle decisioni aziendali, sul modello tedesco della Mitbestimmung, che concorrerebbe invece ad aggravare le rigidità, riducendo la competitività, frenando la crescita e penalizzando l'occupazione.