RASSEGNA STAMPA

25 NOVEMBRE 2001
MASSIMO BALDINI
Geymonat: la scienza targata Marx

Si celebrano i dieci anni dalla morte del filosofo nemico di Popper

Nell'85 il teorico della "società aperta" polemizzò con lui perché giudicava l'Occidente un inferno

Antifascista, partigiano, filosofo della scienza, antiidealista e materialista dialettico. Ludovico Geymonat, scomparso dieci anni fa, il 29 novembre del 1991, è stato tutte queste cose e molte ancora. Nato a Torino nel 1908, nel 1956 ottenne la prima cattedra in Italia di Filosofia della scienza presso l'università di Milano. A lui si deve la monumentale Storia del pensiero filosofico e scientifico (1970-1976, 7 voll.).

Nel panorama culturale italiano ha svolto un ruolo positivo, ma nel contempo, anche negativo. In primo luogo ha contribuito a svecchiare il clima culturale del nostro Paese che nel secondo dopoguerra era idealisticocentrico introducendo le riflessioni dei più autorevoli epistemologi noti in campo internazionale. Inoltre, ha contribuito a togliere la scienza e la tecnica da quel ruolo ancillare nei confronti della cultura umanistica a cui l'idealismo le aveva relegate.

Si fece difensore di un nuovo razionalismo. "Il razionalismo, cui aspira la cultura moderna - scriveva nel 1945 - deve esser ben più agguerrito e penetrante di quelli che caratterizzarono i secoli passati; esso deve contemporaneamente essere: critico, ossia capace di tener nel dovuto conto le obiezioni mosse contro la pura ragione delle filosofie mistiche e decadenti, fiorite negli ultimi anni; costruttivo, cioè in grado di soddisfare le esigenze di ricostruzione e di logicità caratteristiche della nuova epoca; aperto; cioè capace di affrontare i problemi sempre nuovi che la scienza e la prassi pongono innanzi alla spirito umano".

In realtà, questo promettente e affascinante progetto filosofico fu mutilato e tradito, col passare degli anni, a causa dell'adesione geymonatiana al materialismo dialettico. Il marxismo gli impedì di cogliere con atteggiamento augurale quanto di nuovo a partire dagli anni Sessanta accadeva nella filosofia della scienza in campo internazionale e, soprattutto, di essere consapevole dei limiti della ragione umana.

Geymonat riteneva che gli intellettuali, in generale, e i filosofi, in particolare, dovessero lavorare a stretto contatto con le masse. "Sarebbe - egli scrive nell'Avvertenza della sua Storia del pensiero filosofico e scientifico - certamente ridicolo pensare che la nuova cultura possa venir creata attraverso le sole battaglie combattute dagli intellettuali, prescindendo dall'apporto decisivo delle masse. Altrettanto ridicolo sarebbe, tuttavia, pensare che tale creazione possa meccanicamente scaturire dalle trasformazioni strutturali conquistate dalla lotta delle masse".

Il suo materialismo dialettico lo portò, per dirla con Dario Antiseri, a "respingere sino alla fine" l'epistemologia di Karl R. Popper. Nel 1983 apparve sulla rivista sovietica Voprosi Filosofi un suo articolo nel quale criticava le tesi epistemologiche popperiane. Tra la filosofia di Popper e il marxismo vi era, egli dichiara, la "più manifesta e totale incompatibilità".

Non è un caso allora che in occasione del convegno in onore di Geymonat, tenutosi a Milano nell'estate dell'85, il filosofo della "società aperta" inviò un messaggio piuttosto polemico. "I nostri intellettuali - scriveva - cercano di persuadere se stessi e gli altri, specialmente la generazione più giovane, che viviamo in un mondo terribilmente ingiusto, in una specie di inferno. Gli intellettuali hanno causato danni terribili... E ora dicono ai giovani che vivono in un inferno, mentre di fatto questo mondo non è stato, fin da Babilonia, mai così vicino al paradiso come lo è ora il mondo occidentale. Per contrasto, in Unione Sovietica, si dice alla gente che vivono in paradiso, e tanti lo credono e sono moderatamente contenti (è questo, credo, l'unico aspetto per il quale la società sovietica è migliore della nostra)".
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