![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 25 NOVEMBRE 2001 |
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Col conflitto in corso tornano d'attualità le tesi del pensatore
tedesco Carl Schmitt
Domani un convegno a Roma. Galli: "Previde il collasso delle
logiche nazionali". Portinaro: "L'ordine mondiale travolto dal
terrorismo globale"
Mentre
piovono aerei su New York e i soldati dell'Alleanza del nord sono entrati a
Kabul, ritorna l'uomo nero della cultura politica del Novecento. E' Carl
Schmitt (1888-1985), il Machiavelli tedesco che elaborò le categorie del
"politico" e partecipò alla vita pubblica del Terzo Reich. Alcune sue
riflessioni sulla crisi dello Stato moderno, alla luce del fenomeno della
globalizzazione da lui non direttamente conosciuto, appaiono oggi intuizioni
folgoranti. Lo storico delle dottrine politiche Carlo Galli, autore qualche
anno fa del volume Genealogia della politica (Il Mulino) dedicato al giurista e
politologo tedesco, è uno dei massimi conoscitori del pensiero del filosofo
tedesco. Al quale domani e martedì è dedicato un convegno in programma alla
Sapienza di Roma cui interverranno fra gli altri Ernst Nolte e Alain de
Benoist.
Spiega
Galli: "Lo sgretolamento dell'ordine politico statale, fenomeno al quale
Schmitt applicava la sua riflessione sul "politico", era un processo
in atto già dai primi del Novecento. Questo progressivo venir meno delle
logiche politiche (nel senso di "grande politica") dello Stato
moderno è stato accelerato dalla globalizzazione, intesa non come semplice
fenomeno economico, quanto piuttosto quale intersecarsi di interessi materiali,
sfere giuridiche, correnti culturali, nomadismi degli uomini. Tutto ciò ha
portato alle estreme conseguenze il collasso dello Stato moderno di cui Schmitt
è stato il più acuto osservatore. Con in più, a mio avviso, una novità. Il
processo è arrivato a un punto tale che, oggi, la categoria del
"politico", che era almeno in via genealogica collegabile allo Stato,
non è molto utile per decifrare la realtà contemporanea: infatti è andata in
crisi in senso non solo storico-geografico, ma anche logico interpretativo. La
globalizzazione ha cambiato lo spazio concettuale dentro cui interpretare la
politica e il mondo".
Carl Schmitt
assisteva quindi a una dissoluzione dello Stato moderno di tipo giuridico,
storico e geografico. Perdeva i colpi la realtà, e l'idea, che lo Stato fosse
l'unico titolare del diritto e dell'agire politico. Una titolarità che si
inverava fisicamente nella terra e nel confine, diplomaticamente nei rapporti
internazionali e nel ricorso allo strumento della guerra, quando un altro Stato
diventava hostis, nemico riconosciuto. Oggi, invece, questo processo di
dissoluzione della centralità politica dello Stato si è completato e noi siamo
spettatori impotenti dell'ultima fase: secondo Galli, non solo lo Stato inteso
in senso moderno è imploso, ma è cambiato anche lo spazio dell'agire storico e
del pensare la storia. "Oggi - spiega - sono saltate sia le barriere
geografiche, che quelle psicologico-percettive. Tutto può accadere ovunque.
Così abbiamo da un lato le delocalizzazioni della produzione economica e,
dall'altro, due aerei che si abbattono sulle Twin Towers di New York
oltrepassando i confini della nostra immaginazione. Lo spazio
dell'interpretazione politica, della storia e della percezione di ciò che può
succedere è quindi mutato radicalmente: siamo entrati nell'era dello spazio
globale".
Allo spazio
globale, quindi, corrisponde una nuova idea e un nuovo tipo di guerra. Questo
super terrorismo e questo tipo di risposta sono la guerra globale: "Qualcosa
che ancora non conosciamo ma che, con il suo mix di guerra interna e esterna,
polizia e campagna militare, armi e ideologia, nemici e criminali, appare
diversa dai conflitti finora sperimentati, compresi i conflitti mondiali, se
non altro perché non conosce frontiera e non si concluderà con un nuovo
ordine". E sul concetto di guerra nuova, interviene Pier Paolo Portinaro,
filosofo della politica torinese e autore, fra i molti saggi schmittiani, de La
crisi dello jus publicum europaeum. Saggio su Carl Schmitt (Edizioni di
Comunità): "Il giurista tedesco pensava la guerra civile mondiale come la
fine del diritto internazionale classico che regola la guerra fra Stati. E
quindi come una conseguenza della crisi del diritto statale. Ebbene, adesso il
concetto di guerra civile mondiale può tornare utile: perché, secondo me,
l'attacco dell'11 settembre può essere interpretato come l'inizio della Guerra
civile mondiale del XXI secolo. Un conflitto esteso, caratterizzato dal
superamento della spazialità e del concetto di confine fisico. Un confine che
viene oltrepassato per portare il terrore nelle case del nemico".
Gli Usa
vengono attaccati da al-Qaeda, un "qualcosa" che nulla c'entra con il
concetto di Stato e che mira a minare i suoi valori fondanti, la libertà e il
senso di sicurezza di cui quest'ultima si nutre. Al-Qaeda è una rete segreta ma
sopranazionale, che pretende di incidere nella storia facendo cadere regimi, ad
esempio quello dell'Arabia Saudita, e influenzando la politica di uno Stato,
come l'Afghanistan, il quale ha scelto di mettere a repentaglio la propria
salus, la propria integrità, a costo di proteggere questo "qualcosa"
che Stato non è. "Ecco- commenta Portinaro - che l'ordine mondiale sia
messo in discussione da un ente il quale non è uno Stato, beh, questa è davvero
una svolta epocale. In un certo senso, rappresenta una tappa ulteriore del
processo di dissoluzione nella storia del concetto di Stato, almeno in senso
moderno. Va comunque notato che al-Qaeda si è sviluppata e diffusa in realtà
dove lo Stato, nell'accezione occidentale, non è mai esistito".
Con
l'organizzazione di Ossama Benladen, il nemico non è più pubblico, l'hostis
schmittiano in senso stretto. Ma lo studioso torinese è dell'avviso che,
nonostante l'invisibilità di uno dei due contendenti, il criterio del
"politico", con la contrapposizione fra amico e nemico, risulta
comunque confermato nella misura in cui qui abbiamo a che fare con una ostilità
di tipo assoluto. E interessanti appaiono anche i dubbi di Schmitt sugli organismi
internazionali. "Le sue obiezioni - commenta Portinaro - erano indirizzate
alla Società delle Nazioni, vista come elemento che toglieva agli Stati il
monopolio della guerra e della pace, della definizione di chi è amico e nemico.
Un elemento comunque influenzato dai vincitori della prima guerra
mondiale". Ebbene, queste sue critiche sembrano anticipare l'attuale crisi
del diritto internazionale e delle sue istituzioni politiche, come l'Onu.
"Con la guerra - conclude Portinaro - dobbiamo tornare a ripensare le nostre idee sulla politica, il diritto e l'economia. Carl Schmitt, con il suo crudo realismo, le riflessioni sulla crisi dello Stato moderno, il problema dell'uso della forza e i rapporti fra diritto e potere, può rappresentare un utile punto di partenza".