![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 25 NOVEMBRE 2001 |
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Un insegnamento indispensabile: risvegliare il cuore, purificare i
pensieri, liberarsi dall'ira, amare tutto ciò che è vivo
L'episodio del principe che, uscito dalla sua reggia, conosce per
la prima volta il dolore del mondo e cerca la salvezza
Duemilaquattrocento
anni fa viveva in India il re Shuddhodana. Aveva due mogli che erano sorelle,
ma non aveva avuto figli né dall'una, né dall'altra. Il re se ne crucciava
molto, ma ecco che, quando ormai aveva abbandonato la speranza, la maggiore
delle due mogli, Maya, diede alla luce un figlio.
La gioia del
re per questo figlio era infinita: non lesinava nulla pur di accontentarlo,
divertirlo e ammaestrarlo in tutte le scienze. Siddharta - così si chiamava il
bambino - era un ragazzo intelligente, e bello, e buono. Quando Siddharta ebbe
compiuto 19 anni il padre gli diede in moglie una cugina e fece abitare gli
sposi in un magnifico palazzo, in mezzo a boschi e giardini lussureggianti. Nel
suo palazzo e nei suoi giardini il giovane Siddharta aveva tutto ciò che fosse
possibile desiderare.
Volendo
vedere l'adorato figlio sempre allegro e felice, il re Shuddhodana aveva dato
stretto ordine alle persone del seguito e ai servitori di Siddharta perché non
solo non lo addolorassero, ma gli nascondessero qualsiasi cosa avesse potuto
amareggiare il giovane principe ereditario o indurlo a tristi pensieri.
Siddharta
non usciva mai dalla sua proprietà, e nella sua proprietà non vedeva nulla che
fosse guasto, vecchio, impuro. I servi si sforzavano di allontanare tutto ciò
che potesse essere sgradevole allo sguardo e non solo rimuovevano ogni cosa
impura, ma addirittura strappavano le foglie appassite dagli alberi e dai
cespugli e le portavano via.
Per più di
un anno dopo le nozze Siddharta visse così. Un giorno, mentre percorreva i suoi
giardini, Siddharta pensò di uscire dalle sue terre per vedere come vivevano
gli altri.
Siddharta
ordinò al suo cocchiere Channa di condurlo in città. Tutto ciò che vedeva: le
strade, le case, gli uomini e le donne variamente abbigliati, i negozi, le
merci, tutto questo era nuovo per Siddharta, lo colpiva piacevolmente e lo
svagava.
Ma ad un
tratto in una strada vide un uomo assai strano, come non ne aveva mai visti. Lo
strano uomo sedeva rannicchiato contro il muro di una casa e gemeva così forte
da far pietà. Quest'uomo aveva il viso pallido e increspato e tremava tutto.
Che accade a
quest'uomo? - Siddharta chiese al cocchiere Channa.
Sarà malato,
- disse Channa.
Che
significa malato?
Malato
significa che il suo corpo si è guastato.
E allora, si
sente male?
Probabilmente
sì, si sente male.
Perché gli è
capitato questo?
Ha preso una
malattia.
E tutti
possono prendere una malattia?
Sì, tutti.
Siddharta
non fece altre domande.
Poco oltre
si avvicinò al cocchio di Siddharta un vecchio mendicante. Debole, curvo, con
gli occhi arrossati e lacrimanti, il vecchio muoveva a fatica le secche gambe
tremanti e, biascicando con la bocca sdentata, chiese l'elemosina.
Anche lui è
malato? - chiese Siddharta.
No, lui è
vecchio, - disse Channa.
Che
significa vecchio?
Significa
che ha passato i suoi anni.
Perché è
capitato questo?
Perché è
vissuto a lungo.
Ma
invecchiano tutti? Succede questo a tutti coloro che vivono a lungo?
Sì, a tutti.
Capiterà
anche a me, se vivrò a lungo?
E' lo stesso
per tutti, - rispose Channa.
Portami a
casa, - disse Siddharta.
Channa
spronò i cavalli ma uscendo dalla città dovettero fermarsi davanti a un gruppo
di persone. Portavano su una barella qualcosa che assomigliava a un uomo.
Cos'è? -
chiese Siddharta.
E' un morto,
- rispose Channa.
Che
significa morto? - chiese Siddharta.
Morto
significa che la vita è finita.
Siddharta
scese dalla carrozza e si avvicinò a quelli che portavano il morto. Il morto
giaceva con gli occhi aperti, fermi, vitrei, i denti in fuori e le membra
rigide, immobile come lo sono solo i morti.
Perché gli è
capitato questo? - chiese Siddharta.
L'ha colto
la morte. Tutti muoiono.
Tutti
muoiono, - ripeté Siddharta e, tornato in carrozza, proseguì fino a casa senza
mai alzare la testa.
Siddharta
rimase seduto tutto solo per un giorno in un angolo remoto del giardino
pensando continuamente a ciò che aveva visto.
"Tutti
gli uomini si ammalano, tutti gli uomini invecchiano, tutti gli uomini muoiono:
ma come possono gli uomini vivere, sapendo che in qualsiasi momento possono
ammalarsi, che a ogni attimo invecchiano, si sfigurano e perdono le forze,
sapendo per di più che in qualsiasi momento possono morire e probabilmente
morranno una volta o l'altra? Come si può essere felici di qualcosa, fare
qualcosa, come si può vivere sapendo che probabilmente morrai? Così non va - si
disse Siddharta. - Bisogna trovare un modo per liberarsene. E io lo troverò. E
quando l'avrò trovato lo trasmetterò agli altri. Ma per trovarlo devo lasciare
questo palazzo dove tutto distrae i miei pensieri, devo lasciare mia moglie,
mio padre e mia madre e andare dai saggi e dagli eremiti per chiedere a loro
come intendono tutto questo". E, presa questa decisione, Siddharta la
notte dell'indomani chiamò il suo cocchiere, Channa, lo pregò di sellargli il
cavallo e di aprire il portone. Prima di lasciare la casa si recò dalla moglie.
Lei dormiva. Non la volle svegliare, le disse addio senza parlare e con passo
felpato, cercando di non risvegliare i servi e le serve che dormivano, se ne
andò per sempre dal suo palazzo, montò a cavallo e andò via tutto solo dalla
sua casa.
Fece fare al
cavallo tutta la strada che poteva, poi smontò, lo lasciò andare, scambiò i
suoi abiti con quelli di un monaco che passava di lì, si rase i capelli e andò
da saggi brahmani eremiti per pregarli di spiegargli ciò che non comprendeva:
perché esistono la malattia, la vecchiaia e la morte e come si fa a
liberarsene. Un brahmano lo accolse e gli trasmise la dottrina brahmanica. La
dottrina consisteva in questo, che l'anima dell'uomo migra da un essere
all'altro, che ogni uomo in una vita precedente è stato un animale e alla
morte, secondo la sua vita, si reincarnerà in un essere superiore o inferiore.
Siddharta comprese questa dottrina, ma non la accettò. Visse metà di un anno
presso i brahmani, poi li lasciò per andare in una foresta impenetrabile dove
vivevano dei famosi saggi eremiti; trascorse con loro sei anni tra digiuni e fatiche.
Lavorava e digiunava così tanto che tra il popolo si diffuse la sua fama, si
raccolsero attorno a lui dei discepoli e la gente lo ammirava. Ma anche
nell'insegnamento di questi eremiti non aveva trovato ciò che cercava e cadde
in preda alla tentazione, si rammaricò per ciò che aveva lasciato e volle
tornare dal padre e dalla moglie. Però non andò a casa, si allontanò dai suoi
ammiratori e dai suoi discepoli fino ad un luogo dove nessuno lo conosceva,
pensando sempre alla stessa cosa: come salvarsi dalla malattia, dalla vecchiaia
e dalla morte.
A lungo
rimase tormentato ma una volta, mentre stava seduto sotto un albero pensando
sempre alla stessa cosa, d'un tratto ebbe la rivelazione di ciò che cercava:
gli si rivelò la via della salvezza dalle sofferenze, dalla vecchiaia e dalla
morte. La via della salvezza gli apparve in quattro verità.
La prima
verità era che tutti gli uomini sono sottoposti alla sofferenza. La seconda
verità era che la causa della sofferenza è il desiderio. La terza verità era che
per liberarsi dalla sofferenza bisogna distruggere in sé il desiderio. La
quarta verità era che per distruggere il desiderio sono necessarie quattro
azioni.
La prima è
il risveglio del cuore; la seconda, la purificazione dei pensieri; la terza è
liberarsi dalla malevolenza e dall'ira; la quarta è risvegliare in sé l'amore
non solo per gli uomini, ma per tutto ciò che è vivo.
Mortificare
la carne è inutile, serve di più purificare l'animo dai cattivi pensieri. E la
vera liberazione è solo nell'amore. Solo colui che ai suoi desideri lussuriosi
sostituisce l'amore spezzerà le catene dell'ignoranza e del desiderio e si
libererà dalla sofferenza e dalla morte.
Quando gli
si disvelò questa dottrina, Siddharta lasciò l'eremo, smise di digiunare e di
estenuarsi nel corpo e si mise ad andare tra le genti predicando la verità che
aveva scoperto.
Dapprima i
discepoli lo abbandonarono ma poi, una volta compresa la sua dottrina,
tornarono a unirsi a lui. E per quanto i brahmani perseguitassero Siddharta, il
Buddha, la sua dottrina si diffondeva sempre più.
Siddharta
predicava la sua dottrina al popolo in dieci precetti.
Primo: non
uccidere, conserva la vita di tutto il creato.
Secondo: non
rubare, non rapinare, non togliere a un uomo il frutto del suo lavoro.
Terzo: sii
puro nel pensiero e nelle azioni.
Quarto: non
mentire; dì il vero, quando è necessario, senza timore, ma con amore.
Quinto: non
dire male degli altri e non ripetere il male che si dice di loro.
Sesto: non
giudicare.
Settimo: non
perdere il tempo in vane parole, dì ciò che c'è da dire oppure taci.
Ottavo: non
essere avido né invidioso, ma rallegrati del bene del prossimo.
Nono:
purifica il cuore dalla cattiveria, ama tutti e non odiare nessuno.
Decimo:
cerca di comprendere la verità.
Per sessant'anni
il Buddha predicò la sua dottrina vagando di terra in terra.
Negli ultimi anni il Buddha era debole, ma continuava a spostarsi e a predicare. Una volta mentre era in cammino sentì avvicinarsi la morte; si fermò e disse: "Mi tormenta una gran sete". I discepoli gli diedero dell'acqua; lui bevve un po', si riposò e riprese il cammino. Ma sulla riva del fiume Kharaneavata si fermò di nuovo, si sedette sotto un albero e disse ai suoi discepoli: "E' giunta la mia morte. Quando non ci sarò ricordate tutto ciò che vi ho detto". Il suo discepolo prediletto, Ananda, all'udire ciò non seppe trattenersi, si mise da parte e scoppiò in lacrime. Siddharta lo mandò subito a chiamare e disse: "Basta, Ananda! Non piangere, non turbarti. Presto o tardi dobbiamo separarci da tutto ciò che qui ci è caro. C'è forse al mondo qualcosa di eterno? Amici miei, - aggiunse, rivolto agli altri discepoli - vivete così come io vi ho insegnato. Liberatevi dalla rete dei desideri che avviluppa gli uomini. Camminate lungo il sentiero che io vi ho indicato. Ricordatevi sempre che tutto ciò che è corporeo si corrompe, solo la verità è incorruttibile ed eterna. E' in questa che dovete cercare la salvezza". Furono le sue ultime parole.