![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 NOVEMBRE 2001 |
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Uno studio di Manzone su dottrina sociale e liberismo
Le pari opportunità non bastano, al "mercato" serve
un'etica
Gianni Manzone, “Il mercato”, Queriniana, Pagine 522. Lire 58.000
Vi sono dei
libri che hanno lo straordinario pregio di arrivare al momento giusto. È il
caso di questo eccellente (anche se un po' troppo ponderoso), saggio di Gianni
Manzone, teologo ed economista che insegna alla Pontificia Università
Lateranense, collabora alla scuola di direzione aziendale della Bocconi di
Milano, è membro dell'Osservatorio Finanza etica.
Partiamo dal
titolo (Il mercato) e soprattutto dal sottotitolo "Teorie economiche e
dottrina sociale della Chiesa". Come m'ha insegnato, a Parigi, il gesuita
Jean-Ives Calvez, a lungo direttore di Études, "della dottrina sociale
della Chiesa se ne parla molto, ma è difficile darle una precisa sistemazione:
è in qualche modo la somma delle molteplici encicliche a sfondo sociale, da
Leone XIII in avanti...". Gianni Manzone riesce invece a fissarne i paletti
fondamentali. Più che inseguendo una inesistente "terza via",
mettendo al centro l'uomo. Infatti non nega (in questo lontanissimo dalla
galassia degli anti-global, in sostanza dei nichilisti) il mercato e le sue
potenzialità, ma precisa: "Nel progetto socio-economico che la Chiesa
propone, ha un posto importante la coordinazione dell'uguaglianza con la
libertà, tradotta in strategie attente alla dimensione globale e, nello stesso
tempo, locale di un mercato inserito nelle comunità umane".
Ecco la vera
novità contenuta nel saggio di Manzone (augurandomi che l'interpretazione del
recensore non sia abusiva o forzata): nessuna condanna del mercato. Semmai il
contrario. A patto che nei suoi meccanismi vengano introdotte regole etiche
precise. Qui balzando evidente l'evoluzione della dottrina sociale.
"Mentre Paolo VI denuncia soprattutto le cause economiche del
sottosviluppo (il liberismo internazionale), Giovanni Paolo II si sofferma ad
esaminare le cause morali e politiche che stanno a monte di ogni concezione economicistica
dello sviluppo". Quella che ha prodotto la "brama esclusiva di
profitto" e la "sete del potere" come recita la Sollicitudo Rei
Socialis,
Ecco
pertanto il teologo Manzone astenersi dell'invocare ricette punitive per il
mercato (appare significativo l'assoluta mancanza di ogni riferimento alla
Tobin-tax), ed affrontare il problema della disuguaglianze alle radici. In
netto contrasto con la filosofia liberal-liberista, sostiene l'insufficienza
della teoria sull'"uguaglianza delle opportunità", poiché la dottrina
sociale della Chiesa "desidera che i divari di remunerazione fra gli
uomini siano il più possibile deboli; perché sappiamo che gli uomini sono
fondamentalmente simili, che sono senza veri meriti, che ereditano dal lavoro
altrui e che ogni legame umano si guasta quando i livelli di vita si
distanziano troppo".
Impossibile o quasi dissentire dal teologo Manzone. Ringraziandolo per la provocazione intellettuale: il mercato potrà venire ricondotto a misura d'uomo unicamente recuperando i principi della morale cristiana, laddove il pilastro portante è quello della solidarietà. Ad ogni livello. I dubbi però affiorano quando il Manzone si propone come economista: innanzi alla complessità della galassia economico-finanziaria planetaria, al coesistere di differenti, contrastanti "filosofie" (basti pensare, in Occidente, alla cultura protestante; in Oriente alla buddista e all'islamica), è realisticamente concepibile che i principi della Dottrina sociale della Chiesa vengano universalmente accettati? Con un interrogativo finale; quale testimonianza "concreta" vanno rendendo i cattolici - e sono moltissimi, specie in Italia ed in Europa - impegnati nella sfera imprenditorial-finanziaria?