RASSEGNA STAMPA

9 NOVEMBRE 2001
EMANUELE PERUGINI
La ricerca biomedica è proprietà privata

Nella Finanziaria la proposta di far gestire gli Irccs dalle Fondazioni

Nessuna smentita da parte del Mini­stero della Salute alle voci circolate in questi giorni sulla stampa che an­nunciavano l'intenzione di privatiz­zare gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) e i policli­nici, ma neppure nessuna conferma.  Insomma su quella che può diventa­re una questione centrale per il futu­ro della ricerca biomedica italiana, nessuno sa niente. «Sulla questione - si limitano a spiegare dal Lungote­vere - non esiste nessun documento ufficiale.  Tuttavia Sirchia ha più vol­te manifestato l'intenzione, come del resto aveva già fatto il suo predecessore, di voler affidare la gestione dei grandi ospedali e degli Irccs alle fondazioni».  Ma il documento c'è eccome.  Cosi, tra una mancata smentita e una negata conferma, la secon­da gamba della ricerca biomedica pubblica italiana sta per essere conse­gnata nelle mani dei privati.  Si tratta in tutto di 16 ospedali tra i quali alcuni molto importanti come, per esempio, lo Spallanzani di Roma, il San Matteo di Pavia, l'ospedale Mag­giore di Milano. Il bilancio di queste strutture si aggira intorno ai 4 mila miliardi che vengono ripartiti nella ricerca soprattutto in campo tumo­rale, chirurgico (trapianti), neurolo­gico, ortopedico, e, principalmente lo Spallanzani di Roma, nel campo delle malattie infettive, prima su tut­te l'Aids.  Tutto è scritto nero su bian­co in una proposta di emendamento all'articolo 19 delle legge finanziaria che il Parlamento dovrà approvare entro il mese di dicembre e che con­tiene la richiesta di una delega da affidare al governo per la riforma degli Irccs di diritto pubblico.  Una riforma che ha come cardine essen­ziale la trasformazione degli istituti di ricerca in «fondazioni di rilievo nazionale aperte alla partecipazione di soggetti privati e sottoposte alla vigilanza del Ministero della Salute».  Aprire gli Irccs ai privati in questo modo significa toccare non solo la ricerca, ma anche l'assistenza.

Ma che cosa dovrebbe cambia­re? «Mi auguro - ha detto Enrico Solcia, coordinatore del collegio dei direttori scientifici degli Irccs - che le nuove fondazioni siano "no pro­fit".  Per il resto spero che si riesca ad introdurre nuovi meccanismi che rendano più centrale il ruolo dei ri­cercatori». «Va detto - ha aggiunto - ­che al momento non abbiamo avuto nessuna comunicazione ufficiale da parte del Ministero e quindi non ab­biamo avuto modo di elaborare pro­poste concrete».

Il secondo punto cardine della riforma degli istituti di ricerca preve­de la separazione delle funzioni di gestione da quelle di indirizzo e con­trollo.  La mano pubblica resterà co­munque maggioritaria all'interno dei consigli di amministrazione del­le fondazioni, ma gli Irccs potranno individuare collaborazioni con altre strutture, anche private, per programmi non solo di ricerca, ma an­che e soprattutto di assistenza.  Anzi a questo proposito la collaborazione con i privati può spingersi fino ad arrivare ad un vero e proprio trasferi­mento dei servizi di assistenza ai pri­vati «in funzione - si legge nel testo dell'emendamento - della migliore qualità e maggiore efficienza del ser­vizio reso» attraverso l'affidamento in concessione del servizio.

In poche parole tutto diventa privato, soprattutto l'assistenza sanitaria.  Il passaggio alle fondazioni di diritto privato avrà anche delle con­seguenze per quanto riguarda i rap­porti di lavoro subordinato attual­mente in vigore.  I 16.621 lavoratori che costituiscono il personale in orga­nico degli istituti di ricerca, dovrà passare ad una forma di rapporto di lavoro di tipo privato, «fatti salvi i diritti acquisiti e la facoltà di optare per la pregressa disciplina».

Tutta questa rivoluzione dichia­ra però come obiettivo primario quello di promuovere e migliorare la ricerca.  Nel tentativo di rilanciar­ne le attività, si legge nel documen­to, sarà consentito alle fondazioni di individuare una serie di canali attra­verso i quali aderire a programmi di ricerca, collaborare con altri enti e strutture e persino con singoli ricercatori, anche se sono già impegnati con altri enti o strutture.  In realtà la collaborazione con altri enti e con ricercatori di altre strutture già esiste per questi Istituti.  Ma quello che si prospetta sono «nuova modalità» di collaborazione.  Cosa significa?  Forse snellire alcune procedure burocrati­che.  Per una maggiore incentivazio­ne della ricerca, il progetto di legge non esclude poi per le future fonda­zioni anche il ricorso alla partner­ship con enti aventi fini di lucro ope­ranti nel settore biomedico, per la maggiore tutela dei risultati scientifi­ci (ad esempio i brevetti) e per la eventuale sponsorizzazione di singo­li progetti di ricerca.  Inoltre si preve­de anche l'incentivazione attraverso la collaborazione con gli enti privati. E' vero, al Ministero rimarrà la possi­bilità di sovraintendere alle attività di ricerca attraverso un organismo di controllo indipendente, ma una modifica come questa significa apri­re al privato sulla ricerca, così come si prevede per l'assistenza sanitaria.  Altra importante novità evidenziata dalla proposta di legge è quella relati­va agli sgravi fiscali proposti per le donazioni da parte di privati ai, nuo­vi istituti di ricerca.

La proposta del ministro Sirchia sta suscitando un certo clamore an­che nel mondo sindacale. E' previsto per domani un incontro tra le delega­zioni di Cgil, Cisl e Uil allo scopo di discutere non solo della singola pro­posta presentata in Parlamento, ma più in generale della strategia scelta da Sirchia nelle politiche relative alle questioni sanitarie.  Intanto però cominciano ad emergere le prime pre­se di posizione. «Sul progetto degli Irccs - ha spiegato Gloria Malaspi­na, la responsabile per le politiche della salute di Cgil - noi siamo con­trarissimi.  Adesso si tratta solo di scegliere insieme alle altre rappresen­tanze sindacali in quale modo porta­re avanti questa battaglia, anche tenendo conto della volontà espressa dal ministro di tenere un tavolo delle trattative».
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