RASSEGNA STAMPA

9 NOVEMBRE 2001
ANTONIO AIRO'
UN NUOVO PATTO DI CIVILTÀ

     Una risposta globale al terrorismo; parla Salvatore Veca/"Non è davvero un conflitto fra religioni"

Scriveva Max Weber: "È perfettamente esatto e confermato da tutta l'esperienza storica che il possibile non verrebbe mai raggiunto, se nel mondo non si ritentasse sempre l'impossibile". Ma questa affermazione, di fronte ai tragici atti di terrorismo dell'11 settembre, non suona utopica e comunque retorica perché la pace appare "impossibile"?

Per Salvatore Veca, docente di filosofia politica all'università di Pavia, siamo di fronte "alle inedite possibilità demoniache da parte di agenzie globali e non da istituzioni sovrane, che ricorrono ad atti terroristici contro l'umanità per innescare risposte militari che, a loro volta, mettono in moto meccanismi di reazione".

Cambia quindi il concetto di guerra, come finora è stato concepito?

"In quanto sta avvenendo ci sono certamente elementi di discontinuità che costringono a pensare in altro modo alla parola guerra. Abbiamo infatti a che fare con degli "imprenditori" del crimine ubiquo, che non sembrano collegabili a questo o quello Stato. Neutralizzare queste centrali del terrorismo è quindi doveroso ricorrendo anche alla forza come stanno facendo gli Stati Uniti e le altri nazioni della "grande coalizione". La risposta militare è, sfortunatamente, inevitabile. Rientra nell'ambito di quella che i filosofi definiscono "necessità pratica". Ogni società democratica ha infatti il dovere di difendere e di preservare le libertà fondamentali di tutti i cittadini, uomini e donne e le sue stesse istituzioni politiche di base. Del resto anche l'Onu riconosce il diritto alla guerra per autodifesa. Naturalmente ciò deve avvenire nel rispetto di alcuni vincoli anche nei confronti dei terroristi".

Cosa intende dire quando parla di vincoli?

"Questa è una guerra sinottica, che bisogna leggere in chiaroscuro. Di fronte alle possibilità demoniache che si sono espresso in questi giorni, la risposta non deve dimenticare ad esempio la distinzione tra leader e responsabili del terrorismo che scatenano la guerra e le popolazioni civili che rischiano di essere candidate al massacro come vittime innocenti. Mi rendo conto della enorme difficoltà della risposta. Anche perché bisogna avere attenzione e cura a non cadere nella trappola della guerra di civiltà o di religione...".

Lei esclude quindi nettamente questa ipotesi?

"Certamente. Solo ipotizzarla porterebbe ad accettare lo schema di interpretazione che intendono dare i terrorismi dei loro gesti. Non si deve dimenticare tra l'altro che siamo in presenza di uno scontro di potere molto duro all'interno del mondo islamizzato che non è tutto arabo. Quello che si deve evitare è che questi imprenditori del crimine usino le impazienze e le difficoltà del mondo degli oppressi per raggiungere i loro obiettivi. La guerra di religione potrebbe essere, se ciò avvenisse, un effetto collaterale. Per questo ritengo che in tempi difficili come questi e in presenza di un conflitto che sarà presumibilmente lungo e complicato, la politica e questo può considerarsi un ulteriore vincolo, sia chiamata a ridisegnare la mappa delle relazioni internazionali in un pianeta spezzato e diviso".

Adesso è chiaro il suo riferimento a Weber. Ma concretamente cosa immagina?

"Se è vero che lo scopo di una guerra di autodifesa condotto da una democrazia è arrivare ad una pace giusta e duratura tra i popoli, ciò non dovrebbe ridurre lo spazio della scelta e della responsabilità di leadership politiche lungimiranti. Se il terrorismo è globale, anche la risposta deve modellare istituzioni e norme per un mondo mutato esplorando con lungimiranza e tenacia, in una realtà dai confini incerti e sfumati, possibilità e alternative politicamente praticabili. Se agli atti di guerra in territorio afghano contro i terroristi si aggiungessero una forte innovazione, un gesto di coraggiosa e responsabile discontinuità nella politica interna mondiale, allora i vincoli e le polemiche, che segnano l'azione della coalizione guidata dagli Stati Uniti, potrebbero diventare un'opportunità. Che porterebbe ad un nuovo "patto di civiltà tra le nazioni"".

Il ventesimo secolo è stato il secolo delle guerre e dei conflitti ideologici; il ventunesimo dovrebbe essere quindi quello che realizza un nuovo "diritto delle genti". Ma non sembrano avvertirsi, almeno in questo momento, segnali in questa direzione. Le cose stanno così o no?

"Proprio lo scatenarsi del terrorismo nelle forme criminali che ha assunto, ha scosso la solitudine "imperiale" degli Stati Uniti nata con la caduta dei muri. Il governo di Bush, fino all'11 settembre, pareva percorso da notevoli tendenze isolazioniste, da una gestione fortemente unilaterale della politica che lo distraeva dalla palestra mondiale, da un liberismo esasperato. Adesso, proprio dagli Stati Uniti parte una offensiva diplomatica che sconvolge la situazione. Nella grande coalizione Bush ora include Putin, i Paesi Arabi moderati, va in Cina e si veste da cinese, ripensa seriamente la questione palestinese facendo pressioni su Sharon perché riconosca Arafat, avvia nuove politiche di sostegno e di aiuto ai Paesi emarginati, avverte che il liberismo e il mercato non sono tutto. Questo fa intravedere dei barlumi di fiducia e lascia sperare che si arrivi a ridisegnare le istituzioni internazionali o transnazionali modellate dagli esiti della seconda guerra mondiale o frutto della guerra fredda. Se 11 anni fa non era pensabile questo livello della "guerra del male" perché non credere che le cose possano cambiare. Nonostante e contro il terrorismo".
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