![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 NOVEMBRE 2001 |
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Una risposta globale al terrorismo; parla
Salvatore Veca/"Non è davvero un conflitto fra religioni"
Scriveva Max
Weber: "È perfettamente esatto e confermato da tutta l'esperienza storica
che il possibile non verrebbe mai raggiunto, se nel mondo non si ritentasse
sempre l'impossibile". Ma questa affermazione, di fronte ai tragici atti
di terrorismo dell'11 settembre, non suona utopica e comunque retorica perché
la pace appare "impossibile"?
Per
Salvatore Veca, docente di filosofia politica all'università di Pavia, siamo
di fronte "alle inedite possibilità demoniache da parte di agenzie globali
e non da istituzioni sovrane, che ricorrono ad atti terroristici contro
l'umanità per innescare risposte militari che, a loro volta, mettono in moto
meccanismi di reazione".
Cambia quindi il concetto di guerra, come finora è stato
concepito?
"In
quanto sta avvenendo ci sono certamente elementi di discontinuità che
costringono a pensare in altro modo alla parola guerra. Abbiamo infatti a che
fare con degli "imprenditori" del crimine ubiquo, che non sembrano
collegabili a questo o quello Stato. Neutralizzare queste centrali del
terrorismo è quindi doveroso ricorrendo anche alla forza come stanno facendo
gli Stati Uniti e le altri nazioni della "grande coalizione". La
risposta militare è, sfortunatamente, inevitabile. Rientra nell'ambito di
quella che i filosofi definiscono "necessità pratica". Ogni società
democratica ha infatti il dovere di difendere e di preservare le libertà
fondamentali di tutti i cittadini, uomini e donne e le sue stesse istituzioni
politiche di base. Del resto anche l'Onu riconosce il diritto alla guerra per
autodifesa. Naturalmente ciò deve avvenire nel rispetto di alcuni vincoli anche
nei confronti dei terroristi".
Cosa intende dire quando parla di vincoli?
"Questa
è una guerra sinottica, che bisogna leggere in chiaroscuro. Di fronte alle
possibilità demoniache che si sono espresso in questi giorni, la risposta non
deve dimenticare ad esempio la distinzione tra leader e responsabili del
terrorismo che scatenano la guerra e le popolazioni civili che rischiano di
essere candidate al massacro come vittime innocenti. Mi rendo conto della
enorme difficoltà della risposta. Anche perché bisogna avere attenzione e cura
a non cadere nella trappola della guerra di civiltà o di religione...".
Lei esclude quindi nettamente questa ipotesi?
"Certamente.
Solo ipotizzarla porterebbe ad accettare lo schema di interpretazione che
intendono dare i terrorismi dei loro gesti. Non si deve dimenticare tra l'altro
che siamo in presenza di uno scontro di potere molto duro all'interno del mondo
islamizzato che non è tutto arabo. Quello che si deve evitare è che questi
imprenditori del crimine usino le impazienze e le difficoltà del mondo degli
oppressi per raggiungere i loro obiettivi. La guerra di religione potrebbe
essere, se ciò avvenisse, un effetto collaterale. Per questo ritengo che in
tempi difficili come questi e in presenza di un conflitto che sarà
presumibilmente lungo e complicato, la politica e questo può considerarsi un
ulteriore vincolo, sia chiamata a ridisegnare la mappa delle relazioni
internazionali in un pianeta spezzato e diviso".
Adesso è chiaro il suo riferimento a Weber. Ma concretamente cosa
immagina?
"Se è
vero che lo scopo di una guerra di autodifesa condotto da una democrazia è
arrivare ad una pace giusta e duratura tra i popoli, ciò non dovrebbe ridurre
lo spazio della scelta e della responsabilità di leadership politiche
lungimiranti. Se il terrorismo è globale, anche la risposta deve modellare
istituzioni e norme per un mondo mutato esplorando con lungimiranza e tenacia,
in una realtà dai confini incerti e sfumati, possibilità e alternative
politicamente praticabili. Se agli atti di guerra in territorio afghano contro
i terroristi si aggiungessero una forte innovazione, un gesto di coraggiosa e
responsabile discontinuità nella politica interna mondiale, allora i vincoli e
le polemiche, che segnano l'azione della coalizione guidata dagli Stati Uniti,
potrebbero diventare un'opportunità. Che porterebbe ad un nuovo "patto di
civiltà tra le nazioni"".
Il ventesimo secolo è stato il secolo delle guerre e dei conflitti
ideologici; il ventunesimo dovrebbe essere quindi quello che realizza un nuovo
"diritto delle genti". Ma non sembrano avvertirsi, almeno in questo
momento, segnali in questa direzione. Le cose stanno così o no?
"Proprio lo scatenarsi del terrorismo nelle forme criminali che ha assunto, ha scosso la solitudine "imperiale" degli Stati Uniti nata con la caduta dei muri. Il governo di Bush, fino all'11 settembre, pareva percorso da notevoli tendenze isolazioniste, da una gestione fortemente unilaterale della politica che lo distraeva dalla palestra mondiale, da un liberismo esasperato. Adesso, proprio dagli Stati Uniti parte una offensiva diplomatica che sconvolge la situazione. Nella grande coalizione Bush ora include Putin, i Paesi Arabi moderati, va in Cina e si veste da cinese, ripensa seriamente la questione palestinese facendo pressioni su Sharon perché riconosca Arafat, avvia nuove politiche di sostegno e di aiuto ai Paesi emarginati, avverte che il liberismo e il mercato non sono tutto. Questo fa intravedere dei barlumi di fiducia e lascia sperare che si arrivi a ridisegnare le istituzioni internazionali o transnazionali modellate dagli esiti della seconda guerra mondiale o frutto della guerra fredda. Se 11 anni fa non era pensabile questo livello della "guerra del male" perché non credere che le cose possano cambiare. Nonostante e contro il terrorismo".