RASSEGNA STAMPA

9 NOVEMBRE 2001
EDGAR MORIN
“Bombe per una guerra sbagliata"

"Al Qaeda rappresenta uno stadio nuovo del terrorismo. Non ha un centro, uno Stato, un unico territorio nazionale da cui prende le mosse. La mondializzazione tecno-economica ha portato non solo alla globalizzazione dei mercati ma anche alla mondializzazione del terrore, trasformandolo in una minaccia planetaria. Contro la quale gli Stati Uniti agiscono con una guerra classica, contro una nazione, un popolo. Ed è per questo, e non per ragioni ideologiche, che reputo sbagliata, perché inadeguata al fenomeno che intende combattere, l'azione militare americana in Afghanistan". A sostenerlo è uno degli intellettuali europei più affermati e autorevoli: Edgar Morin. "Sbaglia - sottolinea Morin - chi tende a satanizzare gli Usa considerandoli una sorta di "Taleban del capitalismo", tuttavia, nonostante la reiterata volontà di realizzare un fronte mondiale contro la minaccia terroristica, l'azione americana in Afghanistan ha più un carattere imperiale che "confederale"".

Professor Morin, molto si è detto e scritto su Osama Bin Laden e l'organizzazione Al Qaeda. Qual è la sua opinione in proposito?

"Al Qaeda è una delle forme, perverse, della mondializzazione. Non ha un centro, uno Stato, un rifugio. Può trovare rifugio e base d'azione ovunque. Ma alla mondializzazione del terrorismo, che va contrastata con al massima decisione, non si può rispondere con gli strumenti della guerra classica come stanno facendo gli Stati Uniti in Afghanistan. È un problema di efficacia prim'ancora che di moralità. A un'organizzazione "mondializzata" deve adattarsi una risposta a quel livello. E a quel livello il lavoro di intelligence, di aggressione finanziaria alle fonti di sostegno alla rete terroristica di Bin Laden, è molto più importante e incisivo che l'esercizio classico, e brutale, della potenza militare".

Una considerazione, quest'ultima, che ci porta al cuore del problema: la politica Usa dopo quel tragico 11 settembre.

"Vorrei partire da una premessa di fondo che sgomberi il campo da qualsiasi occhieggiamento verso quella sinistra prigioniera del proprio passato che continua a ritenere gli Usa l'Impero del Male capitalistico. No, gli Stati Uniti sono la più antica democrazia del pianeta e costituiscono una società aperta e per questo più vulnerabile. Hanno salvato l'Europa dal nazismo, così come in tempi più recenti hanno difeso le popolazioni islamiche in Bosnia e in Kosovo. La loro cultura non è riducibile a McDonald's più Coca cola, ma si è manifestata feconda creatrice nel campo delle scienze, della letteratura, della cinematografia, della letteratura.... Non dobbiamo satanizzare l'America né essere guidati nell'esprimere il nostro giudizio da un inaccettabile retropensiero...".

Quale, professor Morin?

Quello per cui in fondo gli Usa se la sono voluta opprimendo due terzi del pianeta. Altra cosa è il constatare che il loro umanesimo porta spesso con sé un tratto di inumanità: gli Usa sembrano incoscienti della contraddizione che comporta il terrore dei loro bombardamenti “anti-terroristi". E invece quei bombardamenti continui in Afghanistan rappresentano un altra forma di terrore contro le popolazioni civili. Giustamente gli americani sono sensibili alla sofferenza e al sacrificio delle seimila vittime delle Torri Gemelle, e tuttavia una potenza che intenda "governare il mondo" sulla base di valori universali, il primo dei quali è il rispetto dell'unicità di ogni vita umana, non può essere impermeabile al drammatico martirio che i bombardamenti infliggono alla già traumatizzata popolazione afghana. Ecco, dopo l'11 settembre, a me pare che l'America proceda a zig-zag tra due cammini tra loro inconciliabili: quello che porta al rafforzamento di un'alleanza, politica prim'ancora che militare, nella lotta contro il terrorismo globalizzato, e il cammino imperiale, di chi tende ancora a muoversi all'interno di uno schema di governo unipolare del pianeta. L'azione in Afghanistan è più di carattere imperiale che "confederale"".

Questo terrorismo globalizzato dice di parlare e agire in nome dell'Islam.

"L'Islam non può e non deve essere ridotto ad un blocco monolitico, compresso in una visione schematica. Quella islamica fu la più grande civiltà del mondo ai tempi del califfato di Baghdad. Ora, la nostalgia di un passato glorioso associata ad un presente di frustrazione e di ingiustizia, segnato da corrotti regimi militari e polizieschi, in assenza di una speranza di sviluppo, tutto ciò ha creato una miscela esplosiva che l'Occidente ha in qualche modo contribuito ad innescare, sostenendo, per miopi interessi economici e mire geopolitiche, quei regimi dispotici e facendo sì che per masse sterminate di diseredati la religione militante venisse vissuta come ultimo ancoraggio identitario. L'integralismo islamico è anche il prodotto della bancarotta politica e sociale di quei regimi sostenuti dall'Occidente".

L'Islam non è dunque un blocco monolitico.

"Certamente. All'interno del complesso mondo islamico si muove una diffusa corrente che punta alla laicizzazione delle istituzioni e della società - dalla Turchia alla Tunisia finanche all'Iran di Khatami - il che, però, non vuol dire accettare una meccanica omologazione ai principi e agli stili di vita propri dell'Occidente. Il conflitto, politico e culturale, si sviluppa innanzitutto all'interno dell'Islam, con una componente che scommette sulla possibilità di coniugare modernizzazione sociale, apertura della società, e rispetto della tradizione e dell'identità originaria dell'Islam. E non è un caso che i soggetti che con più decisione portano avanti queste istanze di apertura non omologante siano i giovani e le donne".

In che modo l'Occidente dovrebbe rapportarsi a questo complesso fenomeno?

"Di sicuro non facendo propria la teoria della "guerra di civiltà" elaborata, con l'accetta, da Samuel Hungtinton! La cultura occidentale ha al suo interno tutti gli "ingredienti" che possono contribuire ad un fecondo rapporto con la parte "laicizzante" dell'Islam: i diritti umani, l'uguaglianza tra i sessi, il riconoscimento delle diversità.... Il punto è che questa volontà emanicipatrice non deve comportare la distruzione di identità. Una politica di civilizzazione è la sola che possa realmente impedire una "guerra di civiltà"".

In che modo, con quali strumenti, sviluppare questa politica di civilizzazione?

"Occorre partire dalla consapevolezza che esiste un mercato-mondo, un terrorismo-mondo ma non una società-mondo. Se l'11 settembre ha svelato l'illusione di un governo unipolare del mondo, ha anche messo in luce l'inesistenza di strutture politiche, istituzionali, di potere internazionali. E invece è questa la strada da battere per sviluppare un'azione volta a ridurre le più terribili ineguaglianze nel mondo che non sono circoscrivibili alla sola povertà economica, ma investe devastanti squilibri demografici, ambientali, tecnologici. Penso alla messa in atto di un "Piano Marshall" mondiale, di aiuti alle regioni più in sofferenza del mondo che non possono limitarsi o ad un sostegno finanziario. A dover essere mobilitate non sono solo le istituzioni finanziarie e gli organismi internazionali, ma anche la società civile. Penso ad una mobilitazione delle coiscienze, ad un movimento dal basso di solidarietà attiva che parta dalle nuove generazioni. Una mobilitazione delle coscienze per dimostrare che non c'è indifferenza verso la sofferenza".

C'è oggi una vicenda-simbolo di questa sofferenza?

"Direi senz'altro quella palestinese. Sofferenza che s'intreccia con l'ingiustizia di una politica occidentale incapace di coniugare il sacrosanto diritto all'esistenza per lo Stato di Israele con l'altrettanto fondato diritto dei palestinesi ad uno Stato indipendente. Se si vuole davvero parlare al mondo arabo è da qui, dalla soluzione della questione palestinese, che si deve partire".

Un'ultima domanda, professor Morin. E riguarda il capitolo spinoso del rapporto tra la sinistra e la guerra.

"La confusione viene da questo tipo di guerra, fatta di bombardamenti che provocano la sofferenza delle popolazioni afghane. Questi bombardamenti rappresentano una tortura per la popolazione civile. Discuterne l'efficacia rispetto alla legittima lotta contro la minaccia terroristica non significa arruolarsi nelle fila di quella sinistra nostalgica e protocomunista che dopo aver perduto l'illusione palingenetica del modello sovietico, si aggrappa alla satanizzazione degli Usa, dipinti come i malvagi "Taleban del capitalismo". I movimenti pacifisti, "sale" critico da salvaguardare, può e deve discutere sull'efficacia e l'eticità di questa guerra in Afghanistan ma se non deve chiudersi in pregiudiziali ideologiche nei confronti dello strumento-militare".
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