![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 NOVEMBRE 2001 |
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Il percorso di un uomo estremo
Lucio Colletti
è stato un marxista intelligente. Nella seconda metà del novecento una specie,
questa, assai rara. Risolutamente contro la tradizione storicistica e
idealistica, largamente dominante nell'Italia del secondo dopoguerra, piegava
l'opera di Marx, che conosceva di prima mano, a un progetto scientista. Critica
della dialettica e fondazione di un materialismo armato di una metodologia
logica aggiornata, erano i contributi, che offriva, tra anni cinquanta e
sessanta, al dibattito filosofico, allora molto implicato nella politica. Pura
scuola di Della Volpe, e quindi da una postazione eretica, sosteneva i suoi
argomenti con una forza polemica e con una vena ironica, che fino all'ultimo
poi non gli sono più mancate.
Ci insegnò
delle cose. A noi studenti, quando era già assistente di Ugo Spirito per la
cattedra di Filosofia teoretica leggeva e commentava la Critica della ragion
pura di Kant che, insieme alla Metafisica di Aristotele, erano testo
obbligatori di esame. Marx che aveva letto bene Hegel, ci diceva, non aveva
letto altrettanto bene Kant. Una tesi non nuova nel pensiero marxista, i
revisionisti della Seconda Internazionale ne avevano fatto un motivo di
battaglia teorica, ma Colletti allora non era su quelle posizioni, anzi le
contrastava. Questo allora imparammo: che si poteva essere contro la dialettica
"rivoluzionaria" di Hegel, senza essere riformisti. Memorabile fu la
sua Introduzione alle Voraussetzungen, il testo classico di Bernstein, che i
socialdemocratici di oggi non hanno mai letto. Altrimenti non correrebbero
dietro a Blair. E un'altra sua Introduzione fece scalpore, quella ai Quaderni
filosofici di Lenin, un testo che per ritrovarlo ci vorrebbe a questo punto
uno scavo archeologico, ma che allora era occasione di controversi pensieri.
Insomma, quello di quel Colletti lì fu un marxismo di sinistra. Al punto che si
espose con iniziative pratiche di impegno politico, la rivista "La
sinistra", in cui arrivò a civettare con posizioni estremiste.
Era in
realtà un uomo degli estremi. Per carattere, per forma di pensiero, per il
gusto dissacrante della battuta, che ha fatto molte vittime, per una
sostanziale spregiudicata libertà di giudizio, che da lontano da dove veniva, lo
ha portato poi più lontano di quanto fosse necessario e di quanto fosse
francamente lecito. A un certo punto ci fu una svolta, nemmeno teoricamente
motivata, e piuttosto emotivamente gridata. Qualcosa per molti di noi
incomprensibile, se non facendo ricorso all'insondabile mistero dell'animo
umano. Adesso non possiamo che, in silenzio, guardare con rispetto a questo
percorso, ma quanto ci ha fatto arrabbiare! Non erano tanto le sue ultime
collocazioni politiche che scottavano, quanto quel risentimento da pensatore
pentito. Perché, all'inizio c'è il ripudio del marxismo, come in un atto di
conversione a un altro opposto orizzonte, e a quell'orizzonte proprio perché
era quello opposto, e poi di conseguenza l'adesione alle posizioni politiche
che, anche qui, estremizzano questo passaggio. Perché si può da pensatore
marxista diventare un pensatore liberaldemocratico, ma perché farlo attraverso
questa dannazione della memoria di se stessi? E perché consegnarsi a una parte
politica che quella memoria la combatte così approssimativamente e così
scompostamente?
E' questo che non riusciamo a capire, pur di fronte al dolore di una scomparsa. Anche se questa morte, come tutte le morti, un dubbio ce lo lascia. Non è che Lucio Colletti sia stato più coerente di tanti altri, che passando da un orizzonte teorico all'altro, dicono di mantenere le posizioni politiche di sempre?