RASSEGNA STAMPA

4 NOVEMBRE 2001
editoriale
Lucio Colletti marxista che demolì Marx

     Il filosofo-parlamentare è morto ai bagni termali di Venturina

Veramente "romano de Roma", Lucio Colletti. Così me lo ricordo, disincantato, erede nel modo di fare e di esprimersi di una Roma saporosa di umori belliani, ruspantemente polemico, dunque con una ferocia che, l'avessero sentito parlare i personaggi su cui si accaniva, si sarebbero portati sulla pelle ferite non rimarginabili. Con Colletti e con Giulio Savelli, anche lui passato, seppure con una storia personale diversa, dalla sinistra militante al centrodestra, feci un lungo viaggio da Roma verso una località del Lazio profondo dove avrebbe dovuto svolgersi un convegno su "identità e prospettive della destra politica e culturale". L'avevo incontrato, Colletti, nella sede di Alleanza Nazionale in via della Scrofa: io e lui, in attesa dell'auto che ci avrebbe portato all'appuntamento. Ci fecero accomodare in una stanza dove non c'erano alle pareti immagini nostalgiche ma compariva non ricordo se incorniciata o sotto il vetro di una scrivania, un'effigie di Padre Pio. "Me ne so' annato via dal piccì pe' trovamme in un'artra parrocchia", disse con tono sprezzante, ma senza cattiveria. Le cattiverie vennero fuori invece durante il viaggio, e non erano dirette a Berlusconi, che Colletti in qualche modo salvava pur facendogli pelo e contropelo, né a Fini, che Colletti associava al Cavaliere, considerandolo un "uomo nuovo" come lui, ma proprio agli intellettuali che il nostro filosofo non riusciva a sopportare.

Aveva fatto fatica a convivere con quelli di sinistra quando a metà degli anni Sessanta, da marxista critico, aveva tirato fuori una rivista impegnata che si chiamava "La Sinistra"; ora, stentava a trovare il suo posto tra quelli di destra perché li avrebbe voluti tutti liberali e "popperiani", mentre si accorgeva che in gran parte avevano una visione del mondo meno critica e problematica, ma più dogmatica e compenetrata da aspettative radicali di quel che lui volesse. Colletti si annoiava quando, ad esempio, sentiva parlare della "Rivoluzione Conservatrice" tedesca, di Nietzsche e di Heidegger, di esperienze intellettuali post-fasciste che si portavano nel Dna un progetto di Grande Politica diverso da quello del marxismo come da quello della socialdemocrazia o della democrazia liberale. Siccome aveva fatto i conti con Marx e lo aveva denunciato come un pensatore metafisico piuttosto che scientifico e dialettico, non voleva ritrovarsi in un ambiente politico-culturale che in qualche modo inseguisse un progetto "rivoluzionario", rispetto a quel che si può pretendere dagli uomini e a quel che si può fare, in termini politici, per loro. Dando vita, appunto, a una democrazia liberale, magari dai non sublimi orizzonti, ma realisticamente intesa a garantire al cittadino una carta di diritti fondamentali, lasciando per altro all'uomo di fruire, senza pesanti e opprimenti interventi dello Stato, di un "massimo" di vita privata.

Se i tre qualificativi - liberale, libertario, libertino - che un intellettuale anticonformista come Giordano Bruno Guerri si augurava contrassegnassero la nuova destra, possono riferirsi a qualcuno, ebbene ci sembra che proprio Colletti avesse le carte in regola per rivendicarli come propri. Lui che era già stato un "bastian contrario" della cultura di sinistra quando aveva rifiutato di lasciarsi incantare dalle sirene di un "gramscismo" capace di evoluzione democratica e che, con alle spalle il magistero di Ugo Spirito e Galvano della Volpe, aveva contrapposto alla mistica del sistema la forza dirompente del problema, delegando alla critica e alla esperienza un ruolo difensivo contro ogni progetto assolutizzante di Stato e società.

Ed in questo contrastando gli aspetti utopici che, a suo avviso, potevano permanere nel magistero di cui si era nutrito. Nel suo sogno liberale c'era forse il retaggio di una insoddisfazione permanente nei confronti di una politica che vuol farsi filosofia della storia e finisce col privare l'uomo concreto dei suoi diritti in nome di un mitico "uomo nuovo" figlio della mentalità giacobina. Quella che, in nome di una libertà astrattamente ideologica, ammazza l'uomo che non corrisponde ai modelli della "Raison".

Il disincantato Colletti, forse, anche se non voleva approfondire questo aspetto della sua scelta di centrodestra, o addirittura negava in partenza al suo percorso certe "ragioni", non era lontano, lui, l'anticlericale e il libertino, da un progetto di rifondazione conservatrice della società o, addirittura, dal recupero di un sano realismo cattolico.
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