RASSEGNA STAMPA

3 NOVEMBRE 2001
JEAN STAROBINSKI
GOETHE Cercare le leggi della natura senza matematica

Per studiare la storia di "azione" e "reazione", due parole che sono essenziali per la cultura moderna, Starobinski entra nel laboratorio scientifico del sommo scrittore tedesco

Il libro "Azione e reazione. Storia di una coppia" di Jean Starobinski, da cui diamo qui in anteprima una parte del saggio dedicato a Goethe, nella traduzione di Carmelo Colangelo, sarà in libreria il 6 novembre. È pubblicato da Einaudi, pagine 318, lire 42.000, euro 21,69

Goethe, poeta, frequenta anche il linguaggio della scienza, con la significativa eccezione delle matematiche. Ma nell'ambito della scienza, si è schierato a favore dell'orientamento organicista e vitalista. Scelta polemica, che lo rende sensibile alla posta in gioco legata alle parole della scienza. Sa che l'adozione di uno strumento concettuale può decidere in anticipo della risposta che si dà alle domande. Così, in un tardo scritto di storia naturale, Goethe deplora che il vocabolario del pensiero meccanicista, sviluppato in Francia dalla scienza del Settecento, si sia imposto al punto da ostacolare l'espressione degli scienziati che hanno un'idea meno semplicistica della natura e della vita. "La nazione, avendo adottato la filosofia sensista, si era abituata a servirsi di espressioni materialiste, meccaniciste, atomiste; e poiché l'uso linguistico si eredita, imponendosi perfino nella conversazione comune, appena quest'ultima si eleva all'ambito spirituale, il linguaggio resiste agli uomini eminenti che cercano di esprimere le loro opinioni".

Criticando il vocabolario della scienza meccanicista, Goethe non dimentica i problemi dell'arte e del linguaggio che si usa per parlarne. È il primo a sapere che i termini che si applicano al vivente si applicano anche all'opera d'arte. Nelle sue considerazioni lessicali passerà dunque piuttosto facilmente dall'ambito della rappresentazione della natura a quello dell'estetica. Nel disapprovare l'uso che i naturalisti francesi fanno della parola "composizione" (a proposito dell'"unità di composizione"), Goethe ricorda di non apprezzarla maggiormente nell'ambito dell'arte: la trova "degradante" ( herabwürdigend ): non bisognerebbe dire che il pittore "compone", né designare il musicista come un "compositore". "Perché l'uno e l'altro meritino l'autentico nome di artista, non dovrebbero assemblare le parti delle loro opere, ma sviluppare una certa immagine interiore, una nota ( Anklang ) più alta, in accordo con la natura e con l'arte". In effetti comporre, nel senso etimologico, significa porre fianco a fianco, giustapporre, e Goethe preferisce a questa nozione quella di crescita organica. Quest'opposizione tra composizione e crescita organica è dello stesso ordine di quella posta da Coleridge (ispirato appunto da Goethe) tra fancy e imagination . La fancy raccoglie elementi che restano esterni gli uni agli altri: è un potere di aggregazione e semplice ricombinazione; l' imagination , invece, forma esseri nuovi e vivi, in virtù di un potere di unificazione e totalizzazione organica.

Coleridge arrischia persino un neologismo parlando di un potere esemplastico - "a partire dalle parole greche eis hén pláttein , ossia "dare forma per realizzare l'Uno", to shape into one . Ma l'opposizione tra i due approcci (analisi e sintesi, via razionale e visione intuitiva, fantasia e immaginazione) è essa stessa una giustapposizione che richiede di essere superata in una sintesi superiore in grado di riconciliarli a beneficio di un'organicità superiore. In Coleridge, nello stesso capitolo della Biographia literaria , leggiamo: "Datemi una natura in cui ci siano due forze contrarie, una che tenda a estendersi all'infinito, l'altra che si sforzi di cogliere e trovare se stessa in quest'infinità, e io farò apparire davanti a voi il mondo delle intelligenze con tutto il sistema delle loro rappresentazioni". Le azioni contrarie e le interpenetrazioni di queste due forze "dànno esistenza al principio vitale e alla nostra coscienza di noi stessi". E Goethe (che probabilmente ha fornito l'immagine a Coleridge) scrive a proposito del potere di metamorfosi che anima la natura: "Essa è simile alla forza centrifuga, e si perderebbe nell'infinito se non le fosse assegnato un contrappeso: intendo dire l'istinto di specificazione, la pertinace capacità di persistere di ciò che è venuto una volta alla realtà. Una forza centripeta cui nessun elemento esterno può nuocere nel suo fondo più nascosto".

Desideroso soprattutto di affermare i legami che uniscono tra loro i fenomeni naturali, Goethe vede il mondo come un campo di "azioni" e "reazioni" molteplici, ma non usa questi termini nel senso meccanico che avevano per Laplace o per Senancour; dà ad essi l'accezione che avevano nel vocabolario della fisica qualitativa dei peripatetici del Medioevo o dei neostoici del Rinascimento, per i quali il mondo era un animans , un grande essere animato. Egli cerca le sue fonti nelle intuizioni vitaliste che hanno preceduto la geometrizzazione dell'universo. Concepisce la natura come una grande Tessitrice, ed è persuaso che i rapporti concreti che attraversano la vita universale siano irriducibili e non possano essere tradotti in formule matematiche. Il loro senso si dà a conoscere solo all'occhio della mente, il quale è però un occhio carnale, carico di passione.

Goethe aborre, dunque, i calcoli degli adepti del meccanicismo che vogliono sottomettere la vita alle equazioni della fisica. Come Blake, egli ha fatto di Newton la sua bestia nera (senza conoscere le sue speculazioni alchemiche, con le quali forse avrebbe simpatizzato). Oppone alla sua ottica un'altra teoria della luce, che di fatto è una teoria oggettiva dell'esperienza visiva: "La luce e l'oscurità sono in perpetua lotta l'una contro l'altra. Non si può misconoscere la loro azione e reazione reciproca. Con un'elasticità e una rapidità inimmaginabili, la luce cade dal Sole verso la Terra e rimuove l'oscurità; lo stesso accade con la luce artificiale in uno spazio proporzionato. Ma appena cessa quest'azione immediata, l'oscurità mostra subito la sua potenza, e si afferma nelle ombre, nel crepuscolo, nella notte".

L'oscurità rimossa riprende il sopravvento... Le frasi appena lette fanno pensare al "ritorno del rimosso" della psicologia freudiana. Non credo che sia un caso: in Goethe troviamo molti elementi del vocabolario di Freud. Goethe vitalizza il rapporto tra luce e oscurità. La sua teoria della luce è l'ottica di un visionario affascinato dalle immagini di forze in lotta. Qui, come in molte altre circostanze, egli cerca di esprimere le forze e le forme della natura con tutt'altra ambizione da quella di analizzarne e calcolarne le componenti o i parametri. Nel modo in cui egli la pratica, l'indagine scientifica procede per gradi, per contiguità analogica, di tipo in tipo. Ne enuncia la metodologia nell'importante saggio su L'Esperimento come mediatore tra oggetto e soggetto : "Poiché in natura tutte le cose, ma specialmente le forze e gli elementi più generali, sono in uno stato di perenne azione e reazione , di ogni fenomeno si può dire che stia in rapporto con innumerevoli altri, come di un punto luminoso libero nello spazio diciamo che invia i suoi raggi in tutti i sensi. Se dunque abbiamo compiuto un esperimento o un'esperienza, non studieremo mai abbastanza ciò che gli sta immediatamente vicino e ciò che immediatamente lo segue . È a questo che dobbiamo guardare, più che a ciò che gli si riferisce. La diversificazione e moltiplicazione dell'esperimento è dunque il primo dovere di un naturalista".

L'opposizione tra azione e reazione è un principio generale, di cui l'antagonismo tra oscurità e luce non è che un caso particolare. L'azione e la reazione sono all'opera in tutte le coppie bipolari di cui la natura intera è teatro. Così, nelle sue riflessioni sui colori, Goethe inserisce questa osservazione universalizzante: "Gli osservatori fedeli della natura, per quanto diverso sia il loro modo di pensare in altri campi, saranno tuttavia concordi nell'ammettere che tutto ciò che appare, tutto ciò che si presenta come fenomeno alla sensibilità umana deve rinviarci o a una scissione originaria, capace però di ricomporsi, o a un'unità originaria, capace di sdoppiarsi. La rappresentazione che può esserne data può anche essere questa. Dividere l'unito e unire il diviso, è la vita stessa della natura, è l'eterna sistole e diastole, l'ispirazione ed espirazione del mondo in cui viviamo, ci muoviamo e siamo".

In ciò che si è appena letto si sarà potuto distinguere un'eco delle celebri parole dell'apostolo Paolo sullo spirito di Dio, "è in lui infatti che abbiamo vita, movimento ed essere" ( Atti, 17,28). Questa formula della predicazione apostolica - vicinissima, è vero, a certe idee dello stoicismo antico (Aratus) - è interpretata da Goethe nel senso del panteismo.
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