![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 31 OTTOBRE 2001 |
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Da Nietzsche a Huntington: come evitare
lo scontro di civiltà nella Babele postmoderna
Noi siamo
post-moderni non perché veniamo dopo la modernità; e nemmeno perché, venendo
dopo, siamo più avanti - verso il bene o verso il peggio. Siamo post-moderni
perché non hanno più senso per noi queste dimensioni che, per la modernità,
erano sempre temporali e assiologiche insieme. È ovvio che anche per noi vale
ancora la successione del prima e del dopo. Non vale però più la collocazione
di questa successione in un tempo concepito come dimensione ultima e assoluta,
come orizzonte complessivo di senso.
Era in
questa prospettiva che si poteva considerare un insulto o, eventualmente, un
complimento, essere chiamato "reazionario" - cioè qualcuno che vale
meno, o più, di un altro perché si regola in base a sistemi di valori del
passato. La post-modernità è caratterizzata dalla situazione che Nietzsche
descrive nella Seconda delle sue Considerazioni inattuali (1874). L'uomo della
nostra (e sua) epoca si aggira come un turista nel giardino della storia, lo
considera come un deposito di maschere teatrali che può indossare e abbandonare
a suo piacere. In quello scritto, Nietzsche criticava duramente questo
atteggiamento, ma nello sviluppo del suo pensiero successivo ci sono buone
ragioni per credere che avesse cambiato idea. E forse non è solo un sintomo
della sua finale pazzia ciò che egli scrive in una delle sue lettere da Torino,
all'inizio del 1889: "Io sono tutti i nomi della storia".
Per
semplificare: la modernità può esser considerata il tempo in cui essere moderni
è il supremo valore - perché il tempo è unilineare e chi è alla testa del
movimento temporale è anche più "avanti": secondo gli illuministi,
verso il meglio, verso l'illuminazione della ragione; secondo i reazionari,
verso la rovina finale ecc. Nietzsche, e Burckhardt prima di lui, ha insegnato
che nella storia non c'è una logica, non c'è uno sviluppo razionale. Sono i
vincitori, dirà poi Benjamin, coloro che costruiscono una filosofia della
storia come sistema razionale, vedendo in essa la "logica"
preparazione e legittimazione della loro posizione di privilegio. Può ben darsi
che non possiamo fare a meno di una filosofia della storia, che cioè, per poter
semplicemente ragionare, dobbiamo "sapere in che mondo viviamo",
facendo quella operazione che Benjamin attribuisce alle classi dominanti
interessate a legittimare il proprio potere.
Anche le classi
subalterne, però, hanno una filosofia della storia, formulata secondo linee
differenti. Il punto è che, mentre la modernità credeva a una storia come
processo oggettivo unitario, oggi sappiamo che la nostra interpretazione della
storia è per l'appunto una interpretazione e non più di questo; dunque, che è
una ricostruzione "interessata", ispirata da un progetto, come ogni
altra nostra conoscenza del mondo. Ma proviamo a lasciar da parte Nietzsche, e
domandiamoci fino a che punto il mondo post-moderno apra nuove possibilità, o
eventualmente nuovi rischi, per la pace e la libertà. La prima risposta sembra
essere una risposta disgiuntiva: nella Babele postmoderna delle culture e dei
sistemi di valori, è forse immaginabile che ci si senta più liberi, ma proprio
per questo sembra che siamo esposti al rischio di un disordine endemico, e
dunque alla minaccia di una costante situazione di lotta, secondo la tesi di
Samuel Huntington, quella dello "scontro tra le civiltà".
Se si tiene
presente questa cupa "profezia", l'appunto di Nietzsche sul trionfo
dei "più moderati" e soprattutto dell'uomo capace di una certa
autoironia non appare più tanto insignificante. Nietzsche, in altre parti della
sua opera, aveva già avvertito che la morte di Dio doveva essere vissuta anche
come la morte della stessa idea di verità, altrimenti saremmo sempre rimasti
schiavi, ancora, di un valore supremo; Dio avrebbe solo cambiato nome, ma
sarebbero continuati gli effetti opprimenti della sua sovranità. Si noti che
non poche riflessioni etiche di oggi sembrano rimandare a un'immagine di questo
genere: il primo nome che viene in mente è quello di Michel Foucault, per il
quale la moralità è in fondo la costruzione della propria vita come una
coerente opera d'arte, senza alcuna implicazione decadentistica o dannunziana,
ma piuttosto con la preoccupazione di una scelta di stile e di una coerenza che
non è affatto meno obbligante di un imperativo etico nel senso corrente della
parola. Ma Foucault era certo un pensatore profondamente influenzato da
Nietzsche.
Se si guarda
però alle riflessioni di molti pensatori analitici di scuola anglosassone, si
vedrà che per loro si tratta di esplicitare le implicazioni di concrete opzioni
morali con argomenti del tipo: se accetti questo comportamento, significa che
vuoi anche questo e questo, ma allora devi decidere se davvero lo vuoi. Non c'è
mai, salvo che in forme di utilitarismo troppo dogmatiche e astratte per essere
davvero applicabili, una fondazione ultima degli imperativi e delle massime;
anche qui, piuttosto, è una certa coerenza quello che alla fine viene
richiesta. Che non è necessariamente solo coerenza con un progetto individuale,
arbitrario: anzi, e questo vale anche per gli stili morali di Foucault, è per
lo più una coerenza con situazioni storiche, con tavole di valori condivisi.
Lo stesso
vale per l'agire morale nella prospettiva di pensatori di ispirazione kantiana
come Habermas o Rawls: qui si tratta di scegliere massime di azione che siano
ragionevolmente presentabili a tutti i possibili interlocutori, senza alcuna
pretesa di valere come dimostrazioni apodittiche. Dobbiamo davvero pensare che
queste etiche di oggi vadano rifiutate in quanto inficiate da un profondo
estetismo? A me pare piuttosto che si tratta di prendere atto di una tale
inclinazione "estetica" per capire le vie che la cultura di oggi può
e deve prendere per conciliare la pace sociale con la libertà. Si tratta
appunto di realizzare - in forme che non sono necessariamente nemiche della
religiosità, specialmente cristiana - una presa di congedo dalla pretesa di
verità assolute. In una società in cui sempre più avremo a che fare con
posizioni etiche e religiose, e tradizioni culturali, diverse da quelle in cui
siamo nati e cresciuti, l'atteggiamento che può salvarci è quello di un
"turista" nel giardino della storia. L'unico nemico della libertà è
chi crede di dovere e potere predicare la verità ultima e definitiva. In altri
termini, la salvezza della nostra civiltà postmoderna può essere solo una
salvezza estetica.
So bene che
questa appare una parodia quasi blasfema della famosa frase di Heidegger
nell'ultima intervista pubblicata sullo Spiegel: "Solo un Dio ormai ci può
salvare" . Ma non sono così sicuro che il senso dell'affermazione
heideggeriana sia poi tanto diverso da ciò che io intendo qui. Il Dio di
Heidegger non era certo un Dio dogmatico, il Dio che troppo spesso certa
tradizione cristiana ha identificato con il primo motore aristotelico, con il supremo
legislatore della natura, ottenendo solo il risultato di rendere impensabile la
libertà e la storia.
L'Occidente, e lo stesso cristianesimo che ne è l'anima e l'essenza stessa, possono sviluppare la propria vocazione universalistica solo accettando, come Nietzsche suggeriva nel frammento citato, una buona dose di "ironia" anche su se stessi.