RASSEGNA STAMPA

28 OTTOBRE 2001
FRANCESCO RUTELLI
«Clonazione» Quali sono i paletti alla libertà di ricerca

Da «Globale» a «Margherita», da «Amore» a «Clima», da «Europa» a «Libertà»: Francesco Rutelli insieme a Stefano Menichini ha raccolto in un libro «Quindici parole» (Baldini&Castoldi).  Dal testo, oggi in libreria, anticipiamo uno stralcio dalla voce «Clonazione».

Chissà quante volte l'ho sentito dire, dal­le tribune congressuali o parlamentari e alcune volte ho detto anche io qualco­sa di simile: «Ci sono temi di fronte ai quali la politica deve ritirarsi, deve lasciare la decisio­ne alla libertà di coscienza».  Una delle frasi che entrano nel «lessico familiare» dei politi­ci, quelle poche parole con le quali si può sciogliere un nodo ingarbugliato, o meglio si può superare un ostacolo troppo alto, eluden­do un tema che potrebbe creare imbarazzi, divisioni, confondere gli schemi di riferimen­to nei quali spesso la politica si rifugia.

Io, quella frase, quando si arriva al tema difficile delle biotecnologie, non la pronuncio più.  Perché penso - e dico, e già mi è capitato di dire destando qualche sconcerto tra i pre­senti - il contrario.  Mettendo in chiaro da subito il più alto rispetto per ogni forma di dissenso e di obiezione di coscienza, vorrei spiegare perché secondo me è arrivato il mo­mento in cui la politica deve riprendere la propria responsabilità sovrana, che è quella di ascoltare, discutere, valutare le proposte sul tavolo e decidere.  Di scegliere tra opzioni al­ternative.  Anche in un campo che è delicatissimo e largamente ignoto come quello delle nuove tecnologie della vita.

Anche accettando il rischio di scomporre, su questioni di questo genere, schieramenti partitici apparentemente asse­stati.

Vorrei riprendere quanto nel 1999 scrive­va Adriano Ossicini - che è stato, in una lun­ga e onorata carriera politica e scientifica, anche presidente del Comitato nazionale di bio­etica, e, su questi temi si spende con grande passione e competenza - a proposito del con­flitto tra istanze etiche e progresso scientifico: «Se ne dà un'interpretazione spesso parziale, in cui la scienza è intesa come un'attività neu­tra e l'etica come la disciplina che pone limiti giustificati ai comportamenti e alle attività umane, dannose o potenzialmente dannose per i singoli e per la società (...) L'etica (e la bioetica in particolare) si è assunta così il compito che uno Stato democratico ha o dovrebbe avere: la politica».

Per parte mia, io credo che la politica debba recuperare la propria funzione su que­ste tematiche per un motivo molto semplice, addirittura banale: presto, molto presto, il cento per cento delle decisioni pubbliche ri­guarderà in qualche modo la vita umana, nel­l'accezione più propria di questo termine. E' evidente, basta guardarsi intorno già oggi.  Dal concepimento alla nascita, e poi i rappor­ti parentali, la crescita; l'alimentazione, la cu­ra delle malattie, i trapianti, le modificazioni del corpo umano, fino alla morte: tutto l'arco dell'esistenza che sembrava regolato da leggi di natura, ferme e immutabili, pare invece divenuto il giardino dell'Eden del possibile, del tentativo, della sperimentazione, del muta­mento continuo.

Ho scelto di intitolare questo capitolo «clonazione» un po' provocatoriamente, non per ridurre a un solo aspetto una discussione molto vasta, ma perché la clonazione dei viventi ­è al momento attuale la frontiera più distante - e più radicalmente inaccettabile, secondo me - che si stia lambendo, e per questo assume un forte valore di simbolo.

E' chiaro che l'artificio che cambia il corso della natura non è una novità assoluta - non ci sono mai novità veramente assolute - perché l'uomo ha sempre lavorato su se stesso, sul proprio corpo, e tendenzialmente ha sempre operato per conquistare ­nuovi orizzonti alla salute, alla guarigione, alla crescita, all'allungamento della vita. ­Il saldo finale di ogni ciclo di conquiste, errori e ripensamenti è sostanzialmente sempre stato positivo, anche perché gli inevi­tabili errori consentivano un margine di recupero, di correzione. ( )

Il disorientamento della politica, in una prima fase, può essere stato comprensibile. Ora non è più accettabile.  A ogni svolta, a ogni annuncio, a ogni frontiera che si supera, con le sue possibilità e i suoi rischi spesso terribili, la domanda sorge a bassa voce: chi decide?  E chi può decidere?  Dove conduce l'impostazione dell'arretramento della politica, del suo affidarsi a scelte di coscienza individui o di categorie, medici, scienziati, ricercatori?  Alla lunga, può condurre a esiti dirompenti. ( )

Libertà di cura e libertà di ricerca son concetti intoccabili, ma tutte le libertà si definiscono in un quadro di responsabilità, vivono di regole e della loro condivisione, di limiti, di pesi e di contrappesi. E' soprattutto necessario che sia così quando l'oggetto di queste libertà tocca - come sicuramente è il caso della cura e della ricerca sulla vita umana - sensibilità acutissime; si suscitano speranze, illusioni, allarmi, paure, desideri, anche gente che soffre.  E si pretenderebbe che tutto questo - che alimenta, come abbiamo visto, un non indifferente mercato - accadesse con ­allegra spensieratezza?

Perciò, usando un termine forse brutto ma efficace, io credo che noi dovremo attestarci oggi su una linea precauzionale.  Che vuole dire puntare e investire su una scienza che accetta di muoversi rispettando dei paletti. Che accetta di porsi dei limiti, naturalmente non sulla base dei diktat di qualcuno ma a conclusione di una discussione, del confronto con le persone veramente competenti, avendo come obiettivo la piena condivisione delle soluzioni prescelte e lasciando sempre - alla fine - il dovuto margine al dissenso e anche all'obiezione di coscienza.  Questo dopo che la politica, nelle sue istituzioni responsabili, ha assolto al suo onere di decidere.

Per usare una metafora, si tratta di mettersi d'accordo tutti quanti su alcune limitazioni del percorso del treno, lasciando intatta una velocità che comunque sarà molto elevata e che non potremmo diminuire.  Anzi, facendo in modo - e solo la politica può farlo perché per esempio può orientare gli investimenti pubblici e favorire quelli privati - che in certi casi la velocità sia la più alta possibile come nel caso delle ricerche contro le più gravi malattie del nostro tempo.

Abbandoniamo per favore le polemiche che esplodono a ogni annuncio clamoroso.  Come è stato paradossale, e deprimente, l'ac­canimento polemico intorno all'impiego delle cellule staminali nella ricerca genetica finalizzata alla lotta al cancro, per poi scoprire dopo pochi mesi che in un laboratorio si stavano ottenendo risultati simili o comun­que accettabili impiegando cellule estratte dal cordone ombelicale, o dal midollo osseo.

Fermiamoci dunque a ragionare pacata­mente sulle soluzioni realmente disponibili e diamoci le regole strettamente necessarie.  Ci­to quattro criteri, che corrispondono ad altrettanti diritti inalienabili dei cittadino: ci voglio­no trasparenza, informazione, rintracciabili, tutela della privacy.

Non sto dicendo poco, attenzione, per­ché noi non abbiamo avuto per molti anni quasi nulla di tutto questo.  Se parliamo di consumi, i nostri figli sono cresciuta lavando­si i capelli, senza saperlo, con shampoo conte­nente lecitina di soia e in famiglia abbiamo riempito le dispense di alimenti che proveni­vano da organismi geneticamente modificati.  Questa è stata la normalità, fino ad adesso.  Se parliamo invece di medicina e delle nuove frontiere della genetica, abbiamo di fronte i rischi dei quali in questi anni ci avvertono Stefano Rodotà, garante della tutela della privacy, e i migliori genetisti italiani. La possibili­tà di disporre della mappa genetica di ciascu­no di noi, di farne merce di scambio da parte di medici o imprese farmaceutiche senza scru­poli, il rischio che le informazioni sulle predi­sposizioni o su eventuali tare individuali di­vengano fattori di discriminazione sul lavoro, nella vita sociale, nella famiglia, o anche «sol­tanto» al momento di contrarre assicurazioni sulla vita.  Non sono lontane fantasie, negli Stati Uniti tutto questo è già un problema molto concreto.  Se pensavamo di aver allonta­nato i fantasmi dell'eugenetica insieme agli scienziati di Hitler, ci sbagliavamo.
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