![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 25 OTTOBRE 2001 |
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Lo studioso stasera alla Pace per la Ccdc
Tra parcellizzazione e specializzazione: questo sembra essere stato il destino della filosofia nell'ultimo secolo. Una pluralità di "filosofie al genitivo": filosofia della scienza, dell'arte, del linguaggio, della morale, della politica. Per giungere, ai nostri giorni, al proliferare di ricerche settoriali nel campo della bioetica. Quasi che la specializzazione fosse l'unico modo per la filosofia di essere all'altezza della sfida conoscitiva rappresentata dalla scienza: imitandone la limitazione delle ricerche ad un oggetto, s'è pensato che in tal modo anche il sapere filosofico potesse ritrovare una sua legittimazione epistemologica. Ma davvero la filosofia - con questa imitazione delle procedure conoscitive delle scienze, esse stesse quanto mai congetturali - è riuscita a ritrovare un proprio statuto? O il suo destino s'è risolto in una illusione, ingenuamente scientista, che ha fatto perdere la sua più intima vocazione - quella vocazione, inscritta nel suo etimo e nelle sue origini, a problematizzare i fondamenti stessi del sapere e dell'esistenza? Un segno della rinascita di un interesse per la filosofia in quanto tale è ora offerto dal recente libro di Salvatore Veca, La penultima parola e altri enigmi. Questioni di filosofia (Laterza). Il libro pare ratificare una svolta nel cammino dell'autore, certamente con Norberto Bobbio il più autorevole filosofo della politica italiano, e al quale si deve la rinascita nel nostro Paese della tradizione contrattualistica - quella tradizione di pensiero che, da Hobbes a Rawls, individua il fondamento dell'obbligazione politica in un contratto sociale. Una svolta iniziata nel 1997 con il libro Dell'incertezza, ove accanto a studi di teoria della giustizia erano affrontate questioni strettamente teoretiche: dalla teoria del significato alle meditazioni sul senso dell'esistenza, alle riflessioni sull'enigma del tempo e del suo incessante deformare i profili del mondo nel quale ci è capitato di vivere. Potevano quelle ricerche esimersi dal porsi l'interrogativo "Che cos'è filosofia?". Non erano vie per approssimarsi proprio a questa domanda? E la risposta di Veca si declina non in modo assertorio, ma cercando di determinare un profilo della filosofia alla luce delle risposte che una tradizione plurimillenaria ha trasmesso. Risposte condensabili in due categorie: stupore e inesauribilità dell'interrogare. Se con la parola stupore si allude a quello stato di incertezza - il "non mi ci raccapezzo" di cui parla Wittgenstein - da cui insorge l'inquisire filosofico, l'inesauribilità dell'interrogare non allude solo alla pluralità storica delle filosofie, ma per Veca è indice di una radice ontologica: del nostro essere, in quanto creature, enti "insaturi, incompleti e contingenti". È vero: per lo più nella tradizione occidentale s'è cercato di superare lo spettro della finitezza cercando di trasformare la filosofia in una sapere perenne, alieno dalle contaminazioni del tempo. Ma davvero, si chiede Veca, la philo-sophia può oltrepassare i segni della contingenza - del suo essere "tensione" e non "possesso" - e trasformarsi in una "parola ultima?". Non tradirebbe il suo essere solo amore (philia) della sophia e non tracotante sapienza? Di qui l'invito di Veca a definire la filosofia come inesausta dialettica di penultima e ultima parola: ogni filosofare non può non tendere a rispondere agli enigmi dell'esistenza nella sua fragilità e contingenza, ma nel contempo non può non riconoscersi come un che di penultimo, sempre destinato a lasciare ad altri il testimone della ricerca. Proprio perché parola, nella filosofia è in gioco un senso possibile per le nostre vite - ma è parola penultima perché intrinsecamente segnata dalla contingenza. Si badi: in Veca la contingenza, la costitutiva incompletezza (e imperfezione) ontologica delle nostre vite, lungi dall'essere un disvalore, è ciò che più rende umane le nostre biografie: generati da altri, giustificati da altri (l'amata, i figli, gli amici), in un infinito intreccio di racconti attraverso i quali costruiamo un senso - uno dei possibili sensi - alla vita capitata in sorte. Non è difficile riconoscere in questa perspicua definizione della filosofia come "penultima parola" l'abbozzo di una metafisica della contingenza e del valore dell'incompletezza ontologica. Una metafisica che ha al suo centro la categoria della possibilità. Anzi, cos'è una filosofia della contingenza se non un elogio della possibilità e della pluralità come categorie per eccellenza dell'umano? Ma questa filosofia della "penultima parola" non è implicitamente la metafisica sottesa alla stessa filosofia politica di Veca, in quanto teoria della democrazia come sistema politico costitutivamente aperto alla pluralità e conflittualità delle domande sociali? Forse il possibile sottotitolo del libro di Veca poteva essere: elogio della incompletezza. Quell'incompletezza che assume, oggi, sempre più i tratti di un valore morale, di fronte al cruento reinsorgere di fondamentalismi politici e religiosi che, ergendosi a "parole ultime", annientano l'umano nei suoi plurimi e fragili volti.