RASSEGNA STAMPA

24 OTTOBRE 2001
CARLO FORMENTI
Scienza, l'ultimo palcoscenico della creatività

Il convegno "Pensare lo spazio" organizzato dalla Fondazione Isi e dalla Regione Piemonte si tiene da oggi a sabato 27 ottobre a Torino, a Villa Gualino. Per ulteriori informazioni, tel 011.6603090

Spazio e computer: navigando verso il nuovo mondo dell'immaginazione

Dopo l'idillio rinascimentale - quando Leonardo dominava sia lo spazio fisico che lo spazio mentale - e dopo il divorzio voluto dai romantici - che vedevano il rapporto fra arte e scienza come una lotta fra mondo della vita e ragione astratta - artisti e scienziati tornano a dialogare. A gettare un ponte è di nuovo la comune esigenza di pensare e rappresentare lo spazio. E il dialogo è agevolato dalle nuove tecnologie che, da un lato, consentono alla scienza di concettualizzare lo spazio come algoritmo, file, sistema, dall'altro permettono all'arte di sperimentarlo come spazio virtuale. Di questo si occuperà, da oggi a sabato, il convegno internazionale "Pensare lo Spazio", organizzato dall'Isi (Institute for Scientific Interchange) a Villa Gualino (Torino), al quale parteciperanno artisti, scienziati e filosofi. Dagli interventi, sembrano emergere due grandi tendenze: da una parte, c'è chi mette in luce la convergenza fra le diverse forme della creatività umana, che attingono tutte al nuovo potenziale immaginativo liberato dalla tecnica, dall'altro, c'è chi parla di irriducibile differenza fra spazio della rappresentazione e spazio dell'esperienza.

Partiamo dai primi. Secondo James Bailey, esperto di Intelligenza Artificiale e manager della Thinking Machines Corporation, così come le tecnologie della stampa avevano favorito le conoscenze scientifiche codificabili in lettere e numeri, le tecnologie elettroniche, in virtù della capacità di visualizzare l'aspetto evolutivo dei fenomeni, favoriranno l'avvento d'una scienza fondata sulle capacità immaginative. Capacità su cui insiste anche lo studioso italoamericano di Computer Science Tommaso Toffoli (Boston University).

E l'artista digitale Robert Bowen sostiene che la realtà virtuale, oltre a realizzare quel desiderio d'immersione in mondi esotici che è una nostra esigenza strutturale (un tempo soddisfatta dai romanzi), aiuta a capire la sostanziale identità di arte e scienza come gioco dell'immaginazione, come attività non condizionate dalle necessità della vita. Mario Rasetti, docente di Meccanica Statistica al Politecnico di Torino e segretario dell'Isi, accentua l'analogia: "Si tratta di affrontare - dice anticipando il suo intervento - un antico dilemma della fisica, cioè se lo spazio tempo sia il palcoscenico su cui capitano le cose, o se si tratti di variabili dinamiche che evolvono come tutti gli altri fenomeni. Un nuovo approccio a questo dilemma è la teoria secondo cui ogni punto dello spazio tempo può essere concepito come un computer che si connette con tutti gli altri punti". Questa tesi, mentre evoca una sorta di trama informativa sottostante alla realtà, ha anche un forte impatto sull'arte, perlomeno nella misura in cui l'opera non è più un oggetto ma un file.

Così Brian Hayes (collaboratore di American Scientist) sostiene che una foto digitale non si limita a rappresentare-fissare un momento irripetibile della realtà, ma è il punto di partenza di una serie infinita di manipolazioni, una versione digitale della borgesiana Biblioteca di Babele. Questa illimitata possibilità di conversione trova altri esempi in campo musicale: il musicista e compositore Giulio Castagnoli ricorda, sulle tracce di Schumann, che lo spazio acustico di un'opera d'arte nasce nella mente del compositore, si trasferisce sulle due dimensioni di un foglio per poi espandersi nelle tre dimensioni d'una sala per concerti. "Si può vedere con le orecchie - aggiunge Rasetti citando un esperimento dell'Università di Chicago dove, generando dei campi sonori stazionari in uno spazio buio, si è dimostrato che è possibile orientarsi anche senza vedere - e ciò conferma la tesi del matematico Mark Kac, secondo cui, conoscendo i dati relativi alle onde sonore emesse da un tamburo, se ne potrebbe ricostruire la topologia".

Ma non tutti i relatori sono convinti della possibilità illimitata di ricostruire la realtà percettiva a partire dallo spazio della mente. A rivendicare l'autonomia della percezione saranno soprattutto artisti figurativi come Giorgio Griffa che, citando Bruce Chatwin e la sua abitudine di "fissare uno spazio percorrendolo a piedi", afferma di seguire lo stesso metodo davanti a un quadro: la tela va considerata come "frammento di uno spazio indefinito e in espansione" al quale non si può dare un'organizzazione a priori, ma in cui bisogna entrare per poi percorrerlo tracciando un segno dopo l'altro. O come Marco Gastini, che dice: "Mi sorprendo ogni volta di ciò che sto facendo, e studio gli spazi su cui lavoro, anche quando si tratta dello spazio anonimo di un muro, per scoprire le energie e le tensioni che li attraversano e aiutarle a uscire, a farsi vedere. Ecco perché parlerò molto dei materiali con cui lavoro".

A difendere questo approccio empirico contribuirà infine Maurizio Ferraris, ordinario di Filosofia Teoretica all'Università di Torino: "Nel programma il titolo del mio intervento è Vedere e pensare , ma il titolo giusto sarebbe Vedere o pensare , visto che affronterò la differenza fra ciò che vediamo e ciò che pensiamo. Non condivido i sogni prometeici dell'era digitale, che alimentano l'illusione di espandere all'infinito pensiero e percezione: io penso che la percezione abbia limiti invalicabili. La nuova immaginazione scientifica è leibnitziana, crede nella trasformazione illimitata del mondo a partire dai concetti, ma si tratta di una trasposizione illecita del paradigma epistemologico in campo ontologico. In parole povere: io posso pensare che questo tavolo è fatto di atomi o di bytes, ma ciò che continuo a vedere sono il suo colore, le sue dimensioni, eccetera".
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