![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 23 OTTOBRE 2001 |
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Parla Luca Cavalli Sforza, studioso di fama mondiale, tra i promotori del progetto Genoma. L’eccessiva importanza attribuita alle differenze genetiche, la «montatura» dei test sul quoziente d’intelligenza, la religione come scelta. E l’invito a guardare oltre la scienza
E’ stato il primo a dimostrare che le razze non esistono. A
spiegare che le diversità fra le genti consistono nelle barriere culturali, non
nel colore della pelle. Luca Cavalli Sforza, uno dei massimi genetisti
(membro della Royal Society di Londra e dell'Accademia nazionale delle scienze
degli Stati Uniti), era giunto a questa conclusione prima che la genetica
diventasse scienza dello scandalo, per certi esperimenti prossimi a
Frankenstein. Nel suo laboratorio di Stanford, in California, ha creato una
delle prime banche dati per ricostruire l'albero genetico dell'umanità, dopo
aver girato il mondo (per esempio tra i Pigmei), raccogliendo sangue da
"schedare" con le tecniche di analisi del Dna.
«La specie umana è una e diversa al tempo stesso, per cui le differenze
genetiche sono meno importanti degli apporti culturali e ambientali che
separano i diversi gruppi etnici», spiega Luca Cavalli Sforza, genovese, 79
anni, già professore a Cambridge e a Pavia, prima di trasferirsi nel 1971 in
America, dove dal 1991 si occupa del progetto Genoma Umano, di cui è uno dei
promotori: una "mappa storica" della diaspora umana, a partire dal
nucleo originario nell'Africa subsahariana. Le sue ricerche le ha raccolte in
oltre 500 pubblicazioni, fra le quali resta fondamentale Geni, popoli e
lingue (Adelphi), una specie di archeologia biologica, dove scava nella
complessa variabilità da individuo a individuo. E’ stato premiato dal Centro
Pio Manzù (le cui giornate di studio hanno avuto per tema quest’anno il mistero
della vita) per aver "ricucito" il filo d'Arianna che lega la storia
dell'umanità: insanguinata - come accade ancora adesso - da forsennati
conflitti provocati non solo da ideologie e culture contrapposte, ma persino da
fedi e religioni diverse, forse più di ogni barbarie.
Esiste un nesso tra "razze", etnie, e religioni?
«No, non vedo questo nesso. Né credo che sia possibile cercarlo», risponde
Cavalli Sforza. «Dubito persino - aggiunge - che, al giorno d'oggi, si possa
ancora parlare di religione. Con i risultati che si vedono in giro, non vorrei
che i nostri lontani posteri scoprissero che non c'è mai stata pietà religiosa,
come noi abbiamo già fatto per smentire l'esistenza delle razze».
Perché?
«Ma perché, anche in questo caso, sono soprattutto ragioni storiche a creare le
differenze di religione, non meno di quelle politiche e culturali. Non sono mai
riuscito a vederci delle motivazioni genetiche e continuo a non vedercele. Sul
piano scientifico, in ogni caso, sarebbero ipotesi troppo deboli».
Proviamo a farne qualcuna?
«Non mi diverto a fare ipotesi. Ho sempre il terrore che vengano prese sul
serio. Come capita a certi miei colleghi che, innamorati dei geni, se ne
servono per spiegare tutto e il contrario di tutto. Mentre io sono convinto che
i geni sono indubbiamente importanti, ma lo è altrettanto l'educazione: non nel
senso stretto della parola, bensì per quanto riguarda l'ambiente sociale in cui
siamo cresciuti».
Si può misurare una priorità genetica rispetto a quella ambientale e
culturale?
«E' molto difficile stabilire una scala gerarchica di valutazione delle due
componenti. Ma abbiamo ormai accertato che le differenze culturali sono
enormemente importanti, almeno quanto quelle genetiche, anzi probabilmente di
più».
La religiosità estremizzata può annoverarsi nell'ambito genetico di una
certa cultura, per esempio islamica o ebraica o cristiana?
«No, direi di no. Ma può anche darsi che ci siano delle componenti e delle
diversità genetiche pure in materia di religiosità. Però è estremamente
difficile stabilirlo, oltre che rischioso. Credo che non ci sia alcuna speranza
di arrivare a una simile conclusione. Se dovessimo eseguire esperimenti di
laboratorio, come si fa sui topi, bisognerebbe ricavarne degli incroci
collocando i risultati in ambienti il più possibile omogenei se non identici.
Ma nemmeno così sarebbe una ricerca facile. In simili esperimenti si constata
che persino i topi vanno a cercarsi un loro ambiente, in condizioni diverse uno
dall'altro. Per quanto riguarda l'uomo, tuttavia, è proprio impossibile
stabilire se i caratteri di comportamento siano genetici oppure no. Altrimenti
si resta in una generica aneddotica».
Qualche esempio, tra aneddoti e rigore scientifico?
«Eccone uno. Dalla misurazione del quoziente d'intelligenza, che io considero
una grossa montatura, si è visto che ci sarebbe una differenza media di
quindici punti tra l'intelligenza di americani bianchi e neri. Molti hanno
cominciato a chiedersi se non dipendesse da fattori genetici. Diversi anni
dopo, però, lo stesso test è stato sperimentato sui giapponesi. E questi sono
risultati di undici punti più intelligenti degli americani bianchi. Tale esito
era semplicemente dovuto al fatto che in Giappone ci sono scuole migliori di quelle
americane. Allo stesso modo si è visto - altro esempio - che i cinesi sono
molto più bravi in matematica».
Come si spiega quest'attitudine?
«Sono convinto, pur senza averne le prove, che la differenza con gli
occidentali è dovuta al fatto che cinesi e giapponesi usano un alfabeto
ideografico. Quando si vanno ad esaminare i test d'intelligenza più raffinati
ed astratti, si constata che sono quasi come la lettura dei caratteri
ideografici. Chi ci è abituato fin da piccolo riesce ad imparare diecimila o ventimila
caratteri, distinguendo i concetti da leggere rapidissimamente. E questo è
senza dubbio un magnifico training per il quoziente d'intelligenza. Se ne ha la
controprova esaminando con il medesimo test i cinesi cresciuti senza la
tradizionale cultura degli ideogrammi».
Fino a che punto, dunque, le "barriere culturali" condizionano o
determinano le diversità?
«Ce ne sono moltissime, di queste barriere. Per esempio, tra la Cina del Nord e
la Cina del Sud c'è una barriera antichissima, superata solo negli ultimi
duemila anni, quando è stato possibile stabilire lingue comuni, o almeno molto
simili per quelle popolazioni, con l'unificazione politica di immensi
territori. Tuttavia ciò non si è subito tradotto nell'unificazione culturale
completa», spiega ancora Luca Cavalli Sforza, abbracciando una situazione per
molti aspetti mondiale: per sei miliardi di abitanti che soffrono di diecimila
malattie più o meno fisse, come quelle individuate da Mendel 136 anni fa. E
questo è stato uno degli argomenti specifici trattati dall’insigne genetista
alle stimolanti giornate del Centro "Pio Manzù" (mentre "La
storia umana degli ultimi centomila anni" è il titolo della sua successiva
conferenza alle Letture Aloisi dell'università di Padova, a cura della
Fondazione Sigma-Tau). Senza dimenticare il tema di moda della clonazione.
Che ne pensa delle manipolazioni genetiche? Ridurranno davvero il genere
umano a una fotocopia di se stesso?
«Non dimentichiamo - dice Cavalli Sforza, smorzando il pessimismo degli
apocalittici - che l'ingegneria genetica è utile alla salute. Mentre l'idea di
trasformare la specie umana mi sembra impensabile».
Speriamo che abbia ragione. Tanto l'uomo - se ci si mette - sa essere brutto e
cattivo da solo. Senza clonarsi.