RASSEGNA STAMPA

18 OTTOBRE 2001
ALDO MAGRIS
Il nichilismo "creatore" del pessimista Nietzsche

Aldo Magris, professore di Filosofia della religione all'Università di Trieste, sarà ospite domani, venerdì 19 ottobre, alle 18 al Sancarlino di corso Matteotti, con una conferenza sul tema "Il nichilista", nell'ambito del ciclo di incontri "Figure dell'umano". Pubblichiamo un suo contributo sull'argomento.

 La parola "nichilismo" è oggi tra le più abusate e di conseguenza anche tra le più vaghe. Un termine elegante, colto, impiegato efficacemente come passepartout per evocare senza ulteriori specificazioni tanti fenomeni diversi e caratteristici del nostro tempo, dallo scarso credito di cui godono ormai certi valori tradizionali al crescente abbandono delle credenze e delle pratiche religiose, dall'avversione pregiudiziale, anche violenta, verso gli assetti sociali esistenti all'atteggiamento di molta gioventù senza progetti di vita, incollata davanti alla televisione e preoccupata solo di come passare il sabato sera. Tutto questo può essere ed è in gran parte oggetto di descrizione sociologica o di analisi psicosociale. Il compito della filosofia è - se si vuole - un altro, e cioè quello di pensare il nichilismo come concetto, individuando le sue radici nella visione del mondo dell'uomo occidentale e mettendo in luce la sua posizione nel disegno storico della nostra civiltà. Il primo che ha cercato di svolgere a fondo questo lavoro è stato Friederich Nietzsche, ed è quindi al suo pensiero che dobbiamo anzitutto rivolgerci. Nella riflessione nietzschiana il termine "nichilismo" compare solo negli ultimi anni, dopo lo Zarathustra, quando aveva già delineato le sue dottrine fondamentali dell'eterno ritorno, della volontà di potenza e della trasvalutazione, e andava preparando il suo grande trattato sistematico che sarebbe rimasto purtroppo allo stato di abbozzo. Precisamente fra i suoi appunti pubblicati postumi col titolo "La volontà di potenza" troviamo, all'inizio, la definizione che nel nichilismo europeo "i massimi valori perdono valore". Conoscendo anche solo sommariamente la filosofia di Nietzsche come critica radicale della morale e della religione, come affermazione della "morte di Dio" e del diritto dell'"oltreuomo" o "superuomo" ad agire e creare al di là di qualsiasi criterio etico, sembrerebbe che tale prospettiva nichilistica sia quella per lui più congeniale. Ma si dimentica che la sua impostazione del problema è molto complessa, è ambivalente, e che in fondo proprio Nietzsche è stato uno dei più accesi contestatori del nichilismo, inteso sotto un certo profilo. Benché la problematica specifica sorga in lui piuttosto tardi, le sue origini si trovano nel Nietzsche giovane e nella sua meditazione sul "pessimismo" elaborata nella "Nascita della Tragedia". Già in quest'opera, che pure applicava al mondo greco una visione della natura e della vita umana conforme al pessimismo schopenhaueriano, egli non accettava l'appello di Schopenhauer al distacco e alla rinuncia ma proponeva piuttosto l'accettazione "dionisiaca" dell'orribile verità dell'esistenza, l'impegno ad affermarsi nella vita senza illusioni e senza riserve. Il suo modello non era l'asceta indiano ma il tiranno o l'artista degli antichi Greci. Così più tardi Nietzsche farà la distinzione fra un pessimismo della debolezza o della rassegnazione e il "valoroso pessimismo" dell'uomo forte, altrettanto consapevole che questo mondo funziona all'insegna del disordine, dell'ingiustizia e della sopraffazione, altrettanto convinto che i valori sociali sono solo delle finzioni e che non esiste un senso e una finalità oggettiva delle cose, ma ciò nonostante disposto a creare lui "nuove tavole" e un nuovo senso del vivere che sia finalmente "fedele alla terra". Secondo la Volontà di potenza, il "nichilismo" è la manifestazione contemporanea del "pessimismo" nella prima accezione del termine. Nell'ampia fenomenologia che Nietzsche ne traccia (neobuddhismo schopenhaueriano, musica wagneriana, atteggiamento "decadente" degli intellettuali, darwinismo ecc.) esso non è però una creazione stravagante dell'ultima moda ma al contrario il logico risultato della metafisica e della morale platonico-cristiana che ha dominato la civiltà europea, e precisamente il risultato della delusione a cui si va incontro nel momento in cui essa contraddice in pieno alla realtà dell'esistenza. È in fondo per un senso di veridicità e di sincerità che l'"uomo della conoscenza" si decide ad abbandonare questa tradizione millenaria rivelatasi menzognera, e in ciò sta un aspetto positivo, progressivo, del nichilismo. Però finisce nella paralisi e nell'autodistruzione perché ne cava solo la sconfortante convinzione che nulla più ha senso, che tutto è inutile, e qui sta il difetto, anzi il massimo "pericolo" del nichilismo europeo. Certo, le proposte positive formulate dall'ultimo Nietzsche per superare il nichilismo sulla base della sua dottrina della volontà di potenza suscitano parecchie perplessità, tanta è la loro carica di violenza, la spregiudicatezza estrema che d'altronde secondo lui rifletteva la triste realtà del mondo, la "sovrana indifferenza della natura rispetto al bene e al male". A ragione si possono ravvisare nel suo pensiero l'anticipazione di certe pratiche che saranno poi messe in atto dal nazismo. Ma noi dobbiamo cercare di cavarne anche un altro messaggio, e cioè che alla minaccia distruttiva del nichilismo si può reagire non già aggrappandosi a certezze illusorie bensì solo grazie all'opera dello spirito che sa elaborare la propria esperienza in maniera creativa. Anche il Faust di Goethe, dopo aver sperimentato tutta la ricchezza e la miseria del mondo, dice "Fermati, sei bello!" solo al momento in cui gioisce per i risultati del proprio lavoro a beneficio del suo paese. Persino il patto col diavolo decade, se è servito a produrre nell'uomo e per l'uomo un impegno costruttivo.
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