![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 OTTOBRE 2001 |
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Usa, Bin Laden, globalizzazione: ecco cosa pensa il grande
psicanalista di cui esce "Il piacere di pensare", conversazione con
Silvia Ronchey "
Dobbiamo attingere a una figura dell'immaginazione capace di
portare in sé la ferita fresca e ancora sanguinante dentro New York. Dobbiamo
scoprire le immagini che emergono da quest'orrore. Dobbiamo trovare nuovi modi
di immaginare la crisi di questi nostri tempi". Lo dice James Hillman. Il suo
linguaggio psicanalitico non tradisce l'emozione di cittadino americano. Nato
ad Atlantic City, New Jersey, professore a Yale, Chicago, Dallas, filosofo
dell'anima, massimo epigono della scuola junghiana (già direttore dello Jung
Institut di Zurigo), dopo essersi formato in Europa dove giunse da
corrispondente di guerra, a 75 anni Hillman stava ultimando un libro intervista
sul "piacere di pensare", tra saggezza socratica e platoniche
riflessioni, quando è arrivata l'apocalittica mazzata di Manhattan. Allora il
libro ha preso un'altra piega. Il "pensare" s'è fatto meno piacevole,
riflettendo sulla realtà che il pianeta vive da quel maledetto 11 settembre.
Hillman non
rinuncia al raziocinio critico nemmeno in tale frangente. Resta quello già
annunciato il titolo del libro, che sarà presentato venerdì sera a Roma (alla
Stampa estera): Il piacere di pensare (Rizzoli, 173 pagine, 22.000 lire); una
lunga conversazione - già televisiva - con Silvia Ronchey, che due anni fa
aveva intrattenuto Hillman sull'Anima del mondo, quattro edizioni pubblicate.
Mentre cresce la paura globale, fa un certo effetto quest'altra affermazione di
James Hillman, circa la guerra non mediata dalla politica: "L'idea di
mediazione è razionalistica, umanistica, proviene da un'immagine archetipa di
equilibrio ed è totalmente estranea alla mente assolutista, alla mente
fanatica, come quella dei distruttori di New York. Per loro non esiste
politica". Nemmeno per gli occidentali in guerra? "Il giovane Bush -
risponde Hillman - ha usato una metafora: si può spezzare l'acciaio di un
grattacielo, ma non l'acciaio della determinazione americana... Il giovane Bush
dimentica che il fuoco scioglie l'acciaio, come è successo con le torri".
La
psicologia ha qualcosa di meglio da offrire, invece della reazione armata
contro la barbarie che ha colpito l'intera umanità? "Ci dev'essere azione,
un'azione intelligente", risponde ancora Hillman, paventando tuttavia
un'inquietante commistione degli opposti. "Devo segnalare il fatto singolare
- dice, assumendosi tutta la responsabilità di tale perentoria dichiarazione -
che esiste un'analogia, una simmetria, un preciso rispecchiamento tra
l'industria globalizzata e l'organizzazione di Bin Laden. Entrambe mancano di
collocazione, entrambe sono sparse per cinquanta nazioni, sono multinazionali,
entrambe comunicano segretamente, mantengono le loro operazioni nell'ombra,
nascondono il loro denaro e hanno una cultura strettamente corporativa con
gerarchie senza volto né nome".
Eppure, Bin
Laden una faccia ce l'ha e sa pubblicizzarla. "E' anche singolare -
aggiunge Hillman - che questi nemici del capitalismo, come Bin Laden, come
Noriega, come Saddam, siano stati tutti in precedenza alleati di imprese
americane e abbiano appreso i loro metodi proprio dal Pentagono". Ma
nemmeno l'erede di Jung, con tutta la sua profonda psicologia collettiva, può
esimersi dal bollare i mandanti e gli esecutori di una tragedia non solo
americana: "I distruttori di New York - precisa Hillman, senza mezzi
termini - sono emissari della morte e sono nemici della vita e delle sue
diversità". E' solo fanatismo che sfocia in pazzia? "I dirottatori -
spiega ancora Hillman - non erano dei ragazzi selvaggi, dei pazzi, degli
invasati. Erano attenti e, dobbiamo ammettere, intelligenti pianificatori,
determinati a morire per la loro filosofia. Una filosofia che ha fondamento in
Maometto stesso, nella Jihad e nella tradizione che l'islamismo ha seguito
attraverso i secoli di sradicare o convertire gli infedeli".
Come
valutare, psicologicamente, la reazione del popolo americano? "L'America
vive la ferita vittimizzandosi eccessivamente e ritenendo la ritorsione
necessaria alla guarigione. Preferirei che si guardasse la ferita come una
fitta inferta nel profondo dell'orgoglio americano: il suo potere militare e
industriale. Una ferita di iniziazione che lasci cicatrici nell'anima e renda
l'America più dura e più forte, sì, ma con l'anima di un adulto e non di un
bambino innocente". Nasce da qui anche quella che Hillman chiama
"politica della depressione". "La depressione come atto politico
- spiega - la pulsione irrefrenabile a comprare e spendere e vivere in fretta,
uno stile di vita maniacale. La depressione è l'unico modo di mettere un freno
a tutto questo. La depressione economica così come la depressione
psicologica".
E Hillman sa bene che, in psichiatria, "la depressione è ira mascherata". Fin troppo diffusa, se è anche la grande malattia del secolo, quello appena passato e quello spaventosamente incominciato. Lui la chiama "male endemico collettivo". Chi ce ne guarirà, se si arrende pure la psicologia? "Ma il mondo non è solo sofferenza": ecco il flebile soffio di speranza cui nemmeno Hillman rinuncia.