![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 16 OTTOBRE 2001 |
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Sviluppare
la ricerca biotech oggi è un imperativo morale
Il
progresso della scienza, nell'era della globalizzazione, è diventato un
«imperativo morale». La nostra stessa
sopravvivenza come specie sarà sempre più legata allo sviluppo della ricerca,
soprattutto biotecnologica. E' questo il tema della conferenza che Hugo
Tristram Engelhardt, Jr., uno dei nomi più illustri della bioetica mondiale,
terrà oggi a Foligno.
Nato
a New Orleans nel 1941, Engelhardt ha studiato all'Università di Austin, nel
Texas, dove ha conseguito il Ph. D. in
medicina nel 1969. Dal 1977 al 1982 ha
insegnato Filosofia della medicina alla Georgetown University, e dal 1983 è
professore alla Rice University di Houston.
Dirige
il «Journal of Medicine and Philosophy».
Da buon texano vive in un ranch,
ama ostentare dei vistosi stivaloni da cowboy e, convinto assertore di
vantaggi della globalizzazione, si compiace anche che siano "made in Hong
Kong".
Alla nostra domanda sui casi
di infezione da antrace che preoccupano in questi giorni l'opinione pubblica
mondiale, risponde prima scherzosamente, ricordando che è un rischio che egli
ha ben presente, perché da sempre minaccia seriamente le sue mucche; poi, si
fa più serio, per esprimere, su questa e su tutte le questioni che riguardano
la nostra incolumità e la nostra salute, un accorato invito alla
ragionevolezza.
«Bisogna sempre vedere saper
veder le cose in prospettiva - afferma - L'antrace per ora ha coinvolto una
decina di individui. Ben pochi rispetto
alla quantità di persone che muore sulle autostrade d'America e d'Europa. Certo, per ogni persona infettata, presa
singolarmente, è una immane tragedia. Ma dobbiamo tener presente che il
rischio è bassissimo e che sappiamo bene da dove viene il pericolo. Dobbiamo abituarci a una più proporzionata
percezione dei rischi che corriamo nella vita quotidiana. Venendo in automobile da Ravenna a Foligno,
mia moglie ed io, abbiamo corso certamente più rischi di quelli relativi alle
minacce dei bioterroristi».
Se però guardiamo al tema
centr della sua conferenza, il progresso scientifico, il ragionamento si
rovescia. L'invito di Engelhardt è
quello di «prendere sul serio» proprio il famigerato "principio di
precauzione", che in genere ispira gli istinti antiscientifici degli
ambientatiseli, ribaltandone però la portata. «Le specie animali rischiano
continuamente l'estinzione - argomenta Engelhardt -. L'uomo non fa
eccezione. Per sopravvivere come specie
umana dobbiamo continuare modificare l'ambiente che ci circonda. L'ambiente modifica noi e noi modifichiamo
l'ambiente in una continua azione reciproca. Prendere sol serio il principio
di precauzione significa guardare allo scenario peggiore e pensare al ruolo
che vi può svolgere l'innovazione tecnologica.
Sappiamo per esempio che la mortalità per l'influenza che ha colpito
Hong Kong nel 1997 è stata del 40-50 per cento. Di fronte un dato del genere, riportato di recente da un giornale
medico, dobbiamo fare questa considerazione: se non siamo in grado di fare dei
vaccini molto velocemente, lo scenario peggiore si avvererà e i virus e i
batteri ci uccideranno. Noi siamo
circondati da batteri che evolvono velocemente e che continuamente ci
minacciano. Il modo in cui noi
proteggiamo noi stessi da questi disastri è lo sviluppo delle biotecnologie. Solo il progresso tecnologico ci può
permettere di essere pronti a fronteggiare le insidie che l'ambiente ci
presenta rinnovandole continuamente».
Se a
questo punto si immagina la classica reazione del senso comune ambientalista,
secondo cui nel passato, in un mondo senza biotecnologie, l'umanità stava
meglio di ora, Engelhardt risponde che
non c'è niente di più falso. Ancora una
volta l'invito è di ponderare con maggior ragionevolezza i rischi che l'uomo
corre nella vita quotidiana: «Vivere in una grande città nel passato comportava
rischi immensi, che oggi non riusciamo neppure a immaginare. Le insidie erano
nell'acqua che bevevamo e nei cibi che mangiavamo. Se oggi non abbiamo più
questi problemi è grazie ai successi e al progresso delle biotecnologie. Un progresso che non può essere arrestato e
che costituisce l'unica opportunità che abbiamo di difenderci dalle continue
modificazioni degli "animali" - cioè dei batteri che ci circondano».
Engelhardt ritiene che questo progresso sia strettamente legato al sistema di mercato. Le biotecnologie - sostiene - hanno raggiunto i loro risultati più efficaci non attraverso le attività dei governi ma grazie alle grandi imprese private. Queste a molti appaiono sospette perché il loro fine è quello di fare profitti. Ma questo è un atteggiamento sbagliato. Dobbiamo piuttosto capire che il profitto, nelle questioni che riguardano la sanità e le biotecnologie, è un'ottima cosa. Ci sono solo tre vie per ottenere i soldi necessari per la ricerca: l'amore, l'avidità e la forza. Tre parole che stanno per beneficenza, profitti e tassazione. La beneficenza è un'ottima cosa, le tasse un po' meno. Ma in realtà il modo più efficace per trasferire creativamente risorse è proprio il secondo: quello che agisce sotto la spinta del profitto. Le aziende che investono in ricerca biotecnologica devono poter fare profitti in maniera da attrarre investimenti che altrimenti andrebbero verso settori assai meno cruciali per la nostra stessa sopravvivenza. Anche i poveri - in prospettiva, soprattutto quelli del Terzo Mondo - traggono giovamento da questo meccanismo. Infatti è solo grazie ai grandi successi del passato che oggi, nelle nostre società, essi possono disporre delle stesse possibilità di sopravvivenza delle persone abbienti».