![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 14 OTTOBRE 2001 |
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Nel corso del ventesimo secolo l'intervento dei governi nella vita economica delle nazioni è molto cresciuto, Vito Tanzi e Ludger Schuknecht hanno misurato e interpretato questo fenomeno. Nel 1870 la quota media della spesa pubblica sul pil era del 10,80%; nel 1920 era già al 19,60% e nel 1960 era arrivata al 28 per cento. Nel 1996 siamo al 45 per cento. Questa è una misura che indica quanta parte della domanda aggregata dipende direttamente dalle decisioni dei Governi. Francia, Germania e Italia superano, nel 1870 come nel 1996, l'altra terna dei grandi protagonisti, cioè Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone. Le statistiche e le riflessioni di Tanzi si fermano a metà degli anni '90: proprio quando prende forma il volto nuovo della globalizzazione. Con la rivincita dei mercati sui governi e l'evidente obsolescenza di tutti gli esempi di economia diretta dallo Stato. Possiamo interpretare la globalizzazione come la rivincita del laissez faire? La risposta è negativa anche se le due cose sono spesso confuse tra loro. Del resto esse sono entrambe dei simboli, una metafora di quello che si vorrebbe che fosse la realtà. E i due simboli si sono spesso confusi: nella sovrapposizione è la globalizzazione che si carica dell'eredità negativa del laissez faire. Una formula che si impone già tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo. La paternità dell'espressione è contesa tra il mercante Legendre, che la utilizza per rifiutare le proposte interventiste di Colbert, e il marchese d'Argenson che ne parla a metà del 1700, anche se le memorie dell'aristocratico francese verranno pubblicate solo un secolo dopo. In un denso e sintetico scritto del 1931, Keynes spiega quali siano i fondamenti storici e quelli filosofici, oltre che la opportunità politica, che hanno trasformato questa formula in un simbolo. Essa sintetizzava la faticosa ricerca di uno spazio di libertà individuale, che si era imposto contro la Chiesa e lo Stato, e si affermava, nel trapasso tra ottocento e novecento perché la grande espansione dell'economia era, effettivamente, stata realizzata dalla forza e dalle capacità degli uomini d'affari. La fortuna politica di quella formula veniva dal fatto che essa assicurava una quadratura del cerchio "alla dottrina filosofica che il governo non ha alcun bisogno di interferire, viene aggiunta la dimostrazione scientifica che la sua interferenza è inefficace". È nel medesimo saggio che Keynes evoca Bentham per indicare quali possano essere le cose che lo Stato assume nella propria sfera di azione e quali quelle che debba lasciare alla iniziativa privata: agenda e non agenda. Con il medesimo problema si è misurato Joseph E. Stiglitz, insignito del Nobel mercoledì scorso, quando, con un saggio pubblicato dal "Journal of Economic Perspective", ha spiegato perché lasciava il ruolo di chief economist dell'amministrazione Clinton e quando ha interpretato il fallimento della transizione nei Paesi dell'Est, come economista della Banca mondiale. Dimostrando di essere un keynesiano radicale ma anche ostile alla proliferazione delle burocrazie pubbliche. Keynes, infatti, scriveva che Darwin aveva mostrato come il trionfo degli individui umani non fosse l'effetto di un disegno provvidenziale ma "il risultato supremo del caso, operante in condizioni di libera concorrenza e laissez faire". Mercato e democrazia sembrano oggi il risultato della medesima selezione mentre lo studio di questo percorso secolare di convivenza tra Stati e mercati è il modo migliore per capire dove l'agenda debba lasciare il passo alla non agenda. Una cultura fondata sulla tolleranza e disponibile agli scambi si affianca ai casi di crescita e genera istituzioni amiche dei mercati. Autori come Stulz e Licht propongono rassegne sistematiche di dati che confermano la positiva retroazione, una path dependence, tra common law, una certa distanza dalla religione cattolica e lo sviluppo del benessere. Altri, come Kent Greenfield diffidano delle metafore e della loro ambiguità. Essi temono che la common law finisca per essere una metafora dell'ordinamento naturale piuttosto che un sistema di regole coerente con le norme sociali che orientano i comportamenti degli individui: quando si affermi nella società una cultura della tolleranza e dello scambio. Il fatto è che nella letteratura economica contemporanea appare chiara una forte correlazione tra le radici domestiche e l'apertura internazionale come molle determinanti della crescita. Quando si parla di crescita endogena si guarda alle radici e agli effetti di retroazione che trasformano il futuro in un percorso più facile, in relazione al tipo di passato che lo ha preparato. Un libro recente di Paganetto e Scandizzo conferma questa percezione. Ma questa condizione domestica, pure necessaria, non sarebbe sufficiente a spiegarci gli insuccessi nella relazione tra Stato e mercato. Essa deve essere completata da due altre circostanze: l'apertura verso i mercati e le comunità limitrofe; la creazione di una rete adeguata di istituzioni, che non possono, e non devono, essere ridotte alla mera dimensione degli Stati nazionali. Non si tratta solo di scrivere l'agenda dei governi ma anche di immaginare altri soggetti che siano in grado di esprimere istanze ed esigenze collettive e non siano "congelati" nella forma degli Stati sovrani. Si pensi al paradosso delle infrastrutture e della tutela ambientale. L'ambiente viene distrutto perché non ha proprietari capaci di pretendere un prezzo per la sua utilizzazione; le infrastrutture non vengono realizzate perché non esistono mercati in cui si possano fronteggiare, nel tempo, il costo degli investimenti e la disponibilità a pagare di chi ne riceverà i benefici. Di ambiente se ne consuma troppo e di infrastrutture se ne producono troppo poche o di inutili: ecco un caso di fallimento dei mercati in cui il fallimento degli Stati è altrettanto evidente. Ma di istituzioni nuove avrebbero bisogno anche il mercato del lavoro o il sistema della previdenza anche se Henri Tijong ci mette in guardia verso la eventualità che sostituire la regolazione del mercato alla sua supplenza possa complicare e non semplificare la scena economica. Molte delle differenze tra la dinamica economica degli Stati Uniti e quella dell'Europa, o del Giappone, si spiegano guardando alle istituzioni di cui dispongono quei Paesi e alla cultura che le ha generate. Alberto Alesina scrive che la diversa percezione della diseguaglianza è all'origine del divario che separa le due sponde dell'Atlantico. Perché negli Stati Uniti, "salvo i ricchi che si dicono di sinistra", nessuno considera la disuguaglianza come una condanna definitiva alla povertà, una condizione da cui non ci si possa riscattare. La cultura americana, insomma, al contrario di quella europea, mantiene sempre aperta l'opzione della crescita individuale mentre quella europea ritiene che lo Stato debba occuparsi di coloro che, essendo deboli e disuguali, non potrebbero mai individualmente trovare il proprio riscatto. Cooperazione e reciprocità nei comportamenti internazionali, infine, non sono più riconducibili alla logica degli equilibri diplomatici ma richiedono, anche in questo caso, uno sforzo di fantasia istituzionale. Uno sforzo che sarà necessario e opportuno per evitare che il mondo, sotto il trauma generato dal terrorismo, ripieghi su sogni autarchici o evochi, ancora una volta, istituzioni capaci di accompagnare l'individuo dalla culla alla tomba privandolo della sua responsabilità e, dunque, della sua rischiosa condizione di libertà