![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 OTTOBRE 2001 |
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Il terrorismo si propone di distruggere
la trama del rapporto tra l'io e l'altro che è alla base della ragione pubblica
Senza comprensione, nessuna azione
politica, neppure la repressione, può essere intelligente
E' un errore ridurre a un monolitico
fondamentalismo la complessità
della
cultura
Questo
articolo è basato su un'assunzione di fondo, senza condividere la quale diventa
difficile accettare tutto il resto.
L'assunzione è la seguente: non ha molto significato fare confronti
comparativi tra culture, tradizioni e religioni, mentre lo ha farlo tra forme
politiche. Ciò, altrimenti detto, vuol dire che possiamo trovare molto di buono
e molto di cattivo sia nella nostra cultura, tradizione e spiritualità, che in
quelle degli altri. Ma che, allo stesso
tempo, la forma politica liberal-democratica si lascia preferire alle
altre. Senza entrare nel merito,
identifico poi la forma politica liberal-democratica con il rispetto di alcuni
diritti umani fondamentali e di almeno alcune procedure democratiche di consultazione
popolare.
Vorrei
cominciare.cornunque il mio tentativo di ricostruzione filosofica proprio dalla
perdita progressiva di senso che credo tutti avvertiamo in questi giorni. Il
senso, come io l'intendo e come d'altronde è stato più volte concepito in
filosofia, ha a che fare con la relazione interumana, con la traduzione e
l'interpretazione reciproca. Linguaggi e culture differenti si incontrano
attraverso complesse mediazioni contestuali e storiche, e solo queste ultime
consentono la formazione progressiva di manuali di traduzione, che consentono
la comprensione reciproca pur nella diversità delle tradizioni. Si tratta evidentemente di equilibri
delicati, in cui la mediazione semantica dipende essenzialmente da una prassi
che la consenta. Il significato di quella perdita progressiva di senso, che
spesso avvertiamo e da cui sono partito, mi sembra legato proprio dalla rottura
drammatica di questa possibilità di mediazione, rottura che in casi come quello
dell'11 settembre sembra essere attuale. Il problema della perdita del senso
nasce proprio dall'impossibilità di comunicare che dipende da una prassi troppo
recalcitrante perché troppo violenta.
Il terrorismo, in altre parole, è la premessa e la conseguenza insieme
di un clamoroso fallimento semantico, che esclude la comunicazione e quindi
la comprensione.
Comincerò
questo itinerario con una definizione stipulativa. La trama della mediazione politica, il nucleo cioè di quella
relazione tra io e altro che garantisce la comunicazione e in ultima analisi
il senso è costituita in politica dalla ragione pubblica. Per ragione pubblica, io qui intendo
l'insieme di argomenti che sono in maniera esplicita e trasparente, destinati
a giustificare comparativamente decisioni politiche alternative. In questo modo, la ragione pubblica
presuppone una sorta di filtro tra le motivazioni profonde e quelle effettivamente
presentabili nella sfera pubblica.
Lo
scopo di un appello alla ragione pubblica così inteso è infatti chiaro: si tratta di bilanciare due opposte e
ineludibili necessità dell'agire politico, quella di rappresentare le
differenze e quella di prendere una decisione finale valida per la comunità
nel suo complesso. Per equilibrare
esigenze decisionali e rappresentatività delle differenze, i membri di una
comunità sacrificano parte delle loro passioni e presentano argomenti a favore
di opzioni alternative che siano quanto più possibile compatibili con quelli
degli altri membri della comunità.
Intendiamoci,
il funzionamento della ragione pubblica non è né facile né automatico, neppure
nella migliore delle democrazie. Ci
sono frequenti casi, infatti, in cui differenze intrattabili mettono a nudo
tipi di decisione che non possono essere prese, evitando quei nodi profondi
che pure la ragione pubblica liberale ci suggerirebbe di baipassare. La ragione pubblica, comunque sia, tiene
quando le parti in causa mantengono un perdurante interesse a stare insieme, e
sono, proprio per ciò, disposte a un sacrificio significativo di aspetti non
secondari della loro personalità in nome di una convivenza migliore.
La
realtà e la problematicità della ragione pubblica dipendono fortemente dalle
circostanze storiche entro cui le possibilità della mediazione comunicativa
sono collocate. L'equilibrio, che
permette di sacrificare le differenze in nome della convivenza, è sempre in
bilico, per cui è chiaro che un evento catastrofico può rendere la situazione
contestuale non in grado di reggere alle spinte disgregatrici. Ora, se la trama della ragione pubblica è
fragile all'interno della comunità nazionale, essa lo è tanto più quando si
confrontano culture e tradizioni diverse, come avviene sullo scenario
internazionale.
Il
mio interesse intellettuale riguarda direttamente la comprensione del conflitto
identitario, le sue ricadute politiche e culturali e le prospettive normative
che appaiono meglio indicate, per affrontarlo.
Questo non vuol dire che la riflessione filosofica sia un sostituto
dell'azione repressiva. Sostengo solo
che comprensione e repressione sono due cose diverse. E che, senza comprensione, nessuna azione politica, e quindi
neppure la repressione, può essere intelligente. L'ipotesi analitica di fondo che io propongo, è che il terrorismo,
puntando sulla diffusa ignoranza delle differenze culturali rilevanti nello
scenario internazionale, si proponga di distruggere la trama della ragione
pubblica. E, in questo modo, di minare la comprensione reciproca e quindi il
senso. Compito normativo della politica
è, a mio avviso, cercare di impedire un esito siffatto, cominciando proprio con
il comprendere le differenze culturali rilevanti.
Vorrei
anche chiarire subito che non intendo questo compito come un'impresa culturale
in senso stretto, ma ancora una volta lo concepisco come una forma mista di
attenzione squisitamente culturale e di riflessione più tipicamente
strutturale. Cominciando da
quest'ultima, non si può ignorare a mio avviso che esiste una sproporzione
enorme sociale ed economica tra le varie parti del mondo. Un'etica delle relazioni internazionali
basata sull'idea di sostenibilità sociale, costituisce, da questo punto di
vista, non solo un compito morale ineludibile ma anche la premessa per la ricostruzione del dialogo e quindi
del senso.
Tuttavia,
l'analisi della questione ha anche un suo aspetto culturale indipendente dal
livello di reddito e benessere dei paesi poveri. Si tratta, in questo caso, di un'opacità culturale reciproca,
aggravata dal fatto che una cultura, quella occidentale, esprime un evidente
superiorità competitiva. L'anti-occidentalismo
è frutto in questo caso del ritenersi da parte di membri di culture
alternative, più o meno giustamente, vittime di una vera e propria violenza
identitaria. La violenza identitaria è
stata definita come l'incapacità di tenere conto dell'altro nella propria
formazione di identità. A molti membri
di altre culture noi occidentali abbiamo - vero o falso che sia - dato
esattamente questa impressione di incapacità di fare nostri i loro valori anche
più semplici, essendo loro invece per ragioni geo-politiche evidenti costretti
a prendere sul serio i nostri.
Autorevoli
studiosi sostengono che simili preoccupazioni culturali sono sostanzialmente
superflue. A loro dire, l'accostarsi ai
diritti umani e alla cultura liberale da parte di culture extra-occidentali
sarà semplicemente una conseguenza diretta dell'adozione di un modo di
produzione capitalistico e di forme di vita più simili alle nostre. Io resisto
a questa forma di riduzionismo socio-cconomico, gravido tra l'altro di
violenza identitaria. Non c'è bisogno,
a mio avviso, che tradizioni culturali diverse dalla nostra adottino il modo
di vita occidentale per trovare un compromesso accettabile sui diritti umani,
cosa che costituisce un primo passo verso l'adozione di forme politiche
liberal-democratiche. Concediamo, al
contrario, a ognuno il diritto sacrosanto di vivere nell'ambito della propria
cultura e delle forme identitarie che preferisce, e vediamo se, in questo
modo, più liberale e multiculturale insieme, un accordo su un'interpretazione
minimale dei diritti umani è possibile,
A
questa tesi, si può obiettare che i movimenti extraoccidentali, e le tradizioni
culturali che loro corrispondono, non sarebbero affatto disponibili a una
parziale integrazione, del tipo di quella che io predico. A conforto di tale obiezione, si citano
spesso il caso dell'integralismo islamico.
A mio avviso, è lecito però dubitare di tanta sicurezza
nell'interpretare, in maniera univoca, altre culture. E' noto che i paesi
islamici non hanno riconosciuto la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo
del 1948, proprio perché non accettavano il preteso universalisrno di tale
documento alla luce di un conflitto con la legge islamica. Hanno così elaborato,
come proposta alternativa, una
Dichiarazione islamica dei diritti dell'uomo
nel 1991. Da allora in poi, il
rapporto potenzialmente conflittuale tra legge islamica e diritti umani è stato
un permanente oggetto di ricerca scientifica e dibattito politico. Non tutti sanno, però, che i giuristi
islamici che si occupano di diritti umani sono spesso e volentieri di formazione occidentale, e che quindi almeno sul
piano dell'argomentazione giuridica un'intesa non rappresenta un compito
impossibile. La cosa è rilevante anche
a livello superficiale, per esempio se si osserva che quando si parla di
diritto islamico si pensa di solito alla Sharia, ma quest'ultima riguarda
essenzialmente il diritto di famiglia e alcuni aspetti di diritto privato, e
quindi ha poco a che fare con i diritti umani nella loro generalità.
Non
è mia intenzione entrare nel merito del problema (non ne sarei capace, tra
l'altro), ma solo proporre un'osservazione di metodo che vede la tesi dell'incompatibilità assoluta tra le due
tradizioni come banalmente falsa.
Questa mia sintetica, e di certo anche affrettata, conclusione dipende
da una semplice constatazione, che a me sembra francamente irrefutabile;
esistono a pieno titolo, all'interno della dottrina e del mondo islamico,
diverse interpretazioni della legge coranica in competizione reciproca. Di queste, alcune sono ragionevolmente
compatibili con la tradizione occidentale dei diritti umani, e altre non lo sono. Per esempio, la dominante dottrina islamica,
basata sul salafismo, che costituisce il retroterra cultural-religioso di
molti movimenti musulmani, appare sicuramente chiusa e ostile rispetto ai
valori liberal-democratici intrinseci alla tradizionale interpretazione
occidentale dei diritti umani. Ma,
anche se meno influente di questa dottrina, esiste tuttavia, e si batte con
coraggio e vigore, anche un modernismo riformista islamico che si dichiara a
favore di una rilettura critica della tradizione musulmana. Sembra tuttavia evidente che il riformismo
modernista ci offra una possibilità importante di dialogo sui diritti umani, un
dialogo, si badi bene, essenzialmente multiculturale, nel senso che va alla
ricerca di valori comuni ma partendo da basi ermeneutiche distinte,
innanzitutto aspettando la piena titolarità di ogni cultura di adottare le sue
forme di vita e di proporre la propria visione dei diritti. Che questa sia la via da percorrere da un
punto di vista culturale, per me è indiscutibile. E' frutto solo di ignoranza improduttiva e di imperialismo becero
ridurre la complessità della cultura islamica a un monolitico fondamentalismo.
Mettendo
da parte i diritti umani e ritornando più generalmente ai rapporti culturali
con il mondo islamico possiamo cercare di evidenziare alcuni errori evidenti,
evitando i quali la nostra comprensione di quel mondo può migliorare, e magari
qualche promettente percorso di indagine.
Cominciando dagli errori, dovrebbe risultare chiaro a tutti che Islam e
terrorismo sono due cose assolutamente diverse tra loro. Non si può confondere un'intera cultura con
l'azione di piccoli gruppi estremisti e crudeli. Anche il nazismo discende in qualche modo dal cristianesimo, ma
chiunque volesse identificare la cultura cristiana con il nazismo sarebbe
giustamente considerato un interprete perverso. Tuttavia, pur tenendo ferma la distinzione tra Islam e
terrorismo, sembra chiaro che cercare di conoscere meglio quella cultura, può
contribuire a disarmare alcune ragioni di propaganda del terrorismo. Ancora una volta, insomma, comprensione e
repressione sono diverse, e la prima va diretta alla cultura islamica mentre la
seconda concerne il terrorismo.
Tuttavia, qualsiasi azione repressiva presuppone comprensione
intelligente, senza di cui è cieca e inutile.
Non
basta evitare però la violenza identitaria con la curiosità intellettuale.
Bisogna sicuramente guardarsi dalle false analogie che minano la comprensione
di un mondo culturale che è profondamente diverso dal nostro. Tali false analogie riguardano, purtroppo,
primariamente proprio quel nucleo di ragione pubblica, che, come abbiamo visto,
è così essenziale al nostro modo di ricomprendere le differenze all'interno
di un unico universo di discorso e di azione.
La ragione pubblica è la versione politica liberale della possibilità
della mediazione, come noi abitualmente la concepiamo. Ora, la tradizione liberale è nata, in Occidente,
essenzialmente intorno alla separazione tra civitas e religio, come
un modo per salvaguardare il pluralismo delle fedi attraverso la progressiva
privatizzazione degli ambiti di religiosità.
Proprio confinare la religione nel privato, separando con nettezza la
città di Dio dalla città dell'uomo, ha consentito quel doppio livello e quel
sacrificio di motivazioni metafisiche da cui ha origine la ragione
pubblica. Quest'ultima, nata
probabilmente come un modus vivendi indispensabile a desacralizzare la politica
per renderla meno cruenta, ha poi assunto nel tempo una valenza etico-politica
più generale.
La
falsa analogia, di cui si diceva, dipende ovviamente dal fatto che la separazione
tra civitas e religio non è avvenuta, perlomeno nei termini in cui noi possiamo
comprenderla a pieno, nel mondo islamico.
Qui, la separazione tra città di Dio e città dell'uomo non opera, o, se
opera, lo fa in modi e forme che per lo più ci sfuggono. La religiosità islamica, tanto per dirne
una, non è privata, ma è squisitamente pubblica. Come pubblica è la preghiera, e pubblica è la professione di
fede.
Gli
ostacoli materiali sono senza dubbio molti e difficili da superare. Comunque
sia, credo che si possa affermare che il metodo dell'integrazione pluralistica
dal basso, che ho proposto, trova un certo riscontro in politica e in
economia.
Quando
parlo di politica qui, intendo il complesso rapporto tra sovranità e
pluralismo, da cui trae origine tra l'altro l'idea di ragione pubblica. Nella visione tradizionale della politica,
la sovranità è un requisito esclusivo dello stato collegato al controllo del
territorio. La decisione politica
promana, per conseguenza, dal centro; e il pluralismo si può prendere tutt'al
più come un atteggamento privato di benevolenza nei confronti della
diversità. Questo è, in estrema
sintesi, il modello hobbesiano classico della sovranità, che è stato infinite volte ripreso dai manuali di
diritto pubblico e ha influenzato come nessun altro la nostra formazione
culturale politica.
Ora
il punto è che in un mondo gobalizzato questo modello ha perso gran parte del
suo significato. E' semplicemente falso
di fatto che la sovranità promana dall'alto e dal centro. Ciò è stato notato più volte dai critici
postmoderni e radicali, da Foucault a Toni Negri per citarne solo due. Il mondo globalizzato è governato da
micropoteri dispersi e plurali.
Assistiamo, in sostanza, a una dispersione radicale della sovranità, che
passa dallo stato nazionale territoriale a una serie di organismi sia
multistatali (la UE, le NU) sia multinazionali ma non statali (le ong, le
grandi corporations). Il problema che ci si pone, a questo punto, è quello di
ricomporre e dare senso normativo alla fotografia della dispersione della
sovranità. La costituzione
progressiva, prima come un modus vivendi e poi magari come un'intesa più
profonda, dal basso di una trama di ragione pubblica mi sembra il modo più
proficuo di fare un tentativo in questa direzione ricostruttiva. Possiamo anche sostenere che il terrorismo
del tipo di quello dell'11 settembre esibisce, provocando tra l'altro una
guerra non dichiarata e non statuale, la fine del modello classico e centrato
di sovranità. Rappresenta, per così
dire, l'epifania di un tramonto istituzionale.
In questo modo, segna anche la fine di un modello di intesa, un modello
imperniato sulla centralità della ragione pubblica liberale esportata
dall'Occidente. La mia proposta
consiste nella ricostruzione dell'intesa politica, e quindi del senso,
attraverso la riproposizione della ragione pubblica liberale dalle periferie, o
meglio tramite una dialettica di organismi sovrani polarizzati e
polivalenti. Altrettanto importante mi
sembra riproporre l'urgenza di interventi che producano ricchezza nei paesi
con cui avviene con difficoltà il confronto culturale. Ancora una volta, non ridurrei tali
difficoltà alla sola miseria, ma tuttavia mi sembra evidente che processi di
industrializzazione contribuiscano a rendere i rapporti interculturali più
facili. Non mancano tra l'altro dati
statistici che mettono in relazione sistematica la frequenza degli scambi
economici con la riduzione dei conflitti armati. Abbiamo oggi come oggi una pletora di organizzazioni economiche
internazionali dalla Banca Mondiale al WTO, e abbiamo tante imprese multinazionali,
e gli stessi stati occidentali hanno l'opportunità di offrire numerosi
incentivi che potrebbero indurre le imprese a investire in maniera
geopoliticamente accorta. Come mai ciò
non avviene, e questi organismi complessivamente non riescono a investire e a
creare ricchezza nei paesi dove è aspro il conflitto culturale? La risposta
più neutrale che si possa dare è che la causa dell'insuccesso è dovuta alla
mancanza di mercati efficienti in questi paesi, con la connessa difficoltà di
creare mercati efficienti dove questi non esistono autonomamente.
E'
assai difficile proporre rimedi plausibili contro simili formidabili
ostacoli. Tuttavia, io credo che si
possano coinvolgere stati occidentali, grandi imprese e organismi economici
internazionali in piani di sviluppo economico per i paesi poveri, cominciando
da una seria verifica delle regole macroeconomiche che possono contribuire a
evitare i più evidenti fallimenti del mercato.
Come
ho altrove sostenuto, c'è una diffusa convinzione secondo cui la finanziarizazzione globale
dell'economia tenderebbe più difficili piani di intervento di questo
tipo. Ciò, in ultima analisi, per una
ragione non troppo diversa da quella espressa prima in materia di sovranità:
perché la visione finanziaria tende a scindere definitivamente profitto e territorio.
Personalmente,
al contrario, non giudico la finanza come una forza arbitraria, del tutto separata dalle convinzioni e dai
valori del pubblico dei risparmiatori, e quindi credo che proprio il terrorismo radicale possa
contribuire alla formazione di incentivi selettivi che consentano
investimenti eticamente orientati cui i risparmiatori possano indirizzarsi
con la sicurezza di creare un ambiente-mondo più stabile.
Quanto
detto in questo scritto ha origine da una convinzione. Noi, confrontati con i grandi drammi della
storia, assomigliamo più a Don Chisciotte che ad Alessandro Magno. Nonostante questa consapevole e tragica
impotenza oggettiva, sentiamo talvolta soggettivamente la necessità morale ed
esistenziale di rispondere alla tragedia con un atto di fede nella
ricostruzione. Ed è del tutto normale farlo, partendo dalle poche convinzioni che ci
sembrano stabili dopo la tempesta.
Nel mio caso, ciò equivale a dire che le possibilità filosofiche di riconquistare un'intesa tra stranieri culturali sono legate innanzitutto alla capacità di far sopravvivere, con maggiore attenzione all' altro, la ragione pubblica liberale. E, in secondo luogo, che tale intesa ha da essere fondata sulla maggiore eguaglianza economico-sociale possibile oggi.