RASSEGNA STAMPA

13 OTTOBRE 2001
PIETRO POLITO
La marcia in più di CAPITINI

Aldo Capitini, protagonista dell'antifascismo, fondatore del movimento liberalsocialista insieme a Guido Calogero, filosofo della nonviolenza e fondatore del movimento nonviolento, appartiene a quella che Norberto Bobbio, con una felice espressione, ha chiamato "Italia civile": un'Italia che non è l'Italia di tutti, anzi è un'Italia sovente, quasi sempre, in minoranza. Questo profilo essenziale è volto da un lato a presentare i lineamenti della sua figura intellettuale e morale, dall'altro a porre in rilie vo quella che non può non essere considerata la vera e grande novità da lui introdotta nella nostra cultura, la nonviolenza. Cresciuto in un ambiente familiare non agiato, venne avviato agli studi tecnici; segnato dalla malattia, conseguì da autodidatta la maturità classica a 24 anni; nel '24 vinse una borsa di studio alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove si laureò in Lettere e Filosofia nel '28 con una tesi su Realismo e serenità in alcuni poeti italiani (Iacopone, Dante, Poliziano, Leopardi) . Il 1° aprile 1930, chiamato da Giovanni Gentile, ebbe l'incarico di segretario della Normale, che ricoprì fino agli inizi del 1933. Nella biografia intellettuale capitiniana il 1933 è una data chiave, perché segna idealmente e praticamente il passaggio dal periodo della formazione a quello dell'impegno politico diretto. Nel gennaio di quell'anno decisivo per lui, giunto senza poterlo sapere - aveva appena compiuto 33 anni - verso la fine della prima metà della sua vita, Capitini rifiutò di prendere la tessera del partito fascista. Era questa la condizione posta da Gentile per conservare il posto di lavoro: al filosofo che gli diceva : "Credo che non riuscirei a persuaderla", rispose; "Credo che anch'io non riuscirei a persuadere Lei". Il discorso di Capitini non si esaurisce nell'ambito religioso, ma si allarga a un più generale confronto tra laicità e religiosità: a suo giudizio si rivelano inadeguate sia le religioni tradizionali (per esempio il cattolicesimo, il protestantesimo, l'ebraismo, il buddhismo) sia le varie prospettive laiche (per esempio l'illuminismo, la crociana religione della libertà, il comunismo). Entrambe queste posizioni, sia le religiose sia le laiche, risultano incapaci di superare i limiti dell'esistente: la religione tradizionale rimanda la liberazione ad un altro tempo e ad un altro mondo; il pensiero laico, rinunciando alla trascendenza, si rinchiude nei limiti di questo mondo e lo accetta quale è. La nuova religione, prefigurata da Capitini, è la religione aperta, che si propone di andare oltre, di far sì che "il paradosso si attui", qui, ora, subito. Che fare perché il paradosso si attui? Fin dai mesi successivi alla Liberazione, alla sconfitta delle sinistre e alla restaurazione, sfumate le speranze di un rinnovamento politico e di un risveglio religioso, quando il futuro dell'Italia e del mondo viene deciso per anni, decenni, molti decenni (sino a pochi anni fa), si fa più urgente l'altro grande impegno di Capitini, l'impegno a portare nella politica una dimensione ulteriore, la dimensione della nonviolenza. Suscitano meraviglia la varietà e l'intensità dell'attivismo capitiniano sui temi della pace, della nonviolenza e dell'obiezione di coscienza. Nel 1952 diede vita a Perugia alla Società Vegetariana Italiana e al Centro di coordinamento internazionale per la nonviolenza. Durante gli Anni Cinquanta seguì e incoraggiò l'impegno sociale e non violento di Danilo Dolci nel Mezzogiorno, in particolare in Sicilia, a Trappeto e a Partinico. Ideò e realizzò le prime marce per la pace in Italia. Forse la prima è la marcia del 30 gennaio 1952, di cui non si ebbe alcuna notizia, per ricordare l'anniversario della morte di Gandhi. Rimane un modello insuperato per le esperienze successive la marcia da Perugia ad Assisi del 24 settembre '61. In seguito a questa iniziativa si costituì la Consulta italiana per la pace, da lui presieduta. Negli ultimi mesi del '63 cominciò ad operare il Gruppo di Azione Diretta Nonviolenta (Gan). La costituzione del Mo vimento nonviolento per la pace, insieme a una decina di amici, risale all'agosto 1964. E' da ricordare infine la direzione di due riviste: Il Potere è di tutti (1964-1968), che affrontò e discusse i temi della contestazione giovanile, e Azione Nonviolenta , che è tuttora il giornale dei nonviolenti in Italia. Forse l'impegno che seguì più intimamente fu quello per l'obiezione di coscienza. Nel ricordo dell'amico Baglietto, partecipò con trepidazione alla vicenda di Pietro Pinna, dichiaratosi obiettore di coscienza nel '48, processato e condannato nel '49. Si interessò alla sorte dei primi obiettori cattolici. Vide con favore l'impegno educativo e religioso di Lorenzo Milani, che nel '65 con il famoso libretto L'obbedienza non è più una virtù aveva difeso gli obiettori di coscienza. Il suo pensiero si trova esposto nel libro L'obiezione di coscienza in Italia (1959), in cui, nelle prime pagine, possiamo leggere la definizione dell'obiezione di coscienza, che ha ispirato tanti obiettori prima e dopo il riconoscimento legale dell'obiezione avvenuto il 15 dicembre 1972: l'obiezione di coscienza è "l'atto di gettare qualche cosa contro". La vita e l'opera di Aldo Capitini possono essere effettivamente considerate un continuo "atto di gettare qualche cosa contro", oppure, come è stato detto, "una esemplare pedagogia della nonviolenza". A chi gli domandava se si considerasse un nonviolento, più modestamente, più sobriamente, rispondeva che si riteneva un amico della nonviolenza , per la semplice ragione che la nonviolenza "è inesauribile ed anche che è inattuabile tutta perfettamente". Vuol dire che la nonviolenza non è un approdo tranquillo, ma è attiva tensione, aspirazione continua a evitare l'odio, il sopruso, la violenza in tutte le sue forme.
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vedi anche
Filosofia (e) politica