![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 OTTOBRE 2001 |
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«Le armi
sono necessarie ma non bastano, se ci limitiamo a fare la guerra creeremo altri
terroristi. La nostra risposta dovrà essere estremamente sofisticata e dovrà
coinvolgere la cultura e la formazione in tutto il pianeta. Spero che usciamo
da questa crisi anche creando una organizzazione mondiale della cultura». Il
Jeremy Rifkin che chiamiamo in causa da Washington è lo spirito visionario
dell'Era dell'accesso, l'autore che descrive a colori forti un mondo senza
confini dove le tecnologie consentono al consumatore di godere istantaneamente
di tutti i beni accessibili attraverso il Web. Ma la Age of Access vuol dire
molte cose: non più proprietà di oggetti fisici ma leasing, non più acquisto di
cose ma di esperienze. E accesso vuol dire telecomunicazioni, internet, ma
anche mobilità e viaggi.
Questo mondo dell'accesso non ha preso, anche lui, un colpo che può cambiarlo?
«E infatti il terrorismo fondamentalista ha scelto
il bersaglio della globalizzazione, perché questa è un processo che sempre di
più mette in collegamento tutti con tutti. Quello che vogliono colpire è
proprio il venir meno dei confini geografici, politici, culturali e sociali, il
contesto nel quale i grandi network planetari bypassano le culture».
Che cosa vuol dire, che il mercato passa sopra alle differenze?
«Che le usa
e ne fa una merce. La leggendaria era dell'accesso altro non è che questo:
stiamo spostando il commercio primario dalla produzione industriale a quella
culturale... Migliaia di anni di diversità culturali – la storia dell'uomo in
tutti i suoi aspetti – viene confezionata sotto forma di logo, marca, idee,
concetti. Storie da cui trarre un profitto. Il World Trade Center era il simbolo
di tutto questo, così appariva agli occhi dei terroristi».
Spiegando la loro logica non finiamo per
giustificarli?
«No, i terroristi sono così profondamente
patologici, così profondamente
disturbati che non sempre c'è modo di capire perché scelgono determinati
bersagli. Ma detto questo, sappiamo anche che il segmento più gravemente
patologico del movimento islamico – una piccolissima parte
dell'Islam –
è motivato dalla reazione contro la globalizzazione, combatte una versione
della modernità e il modo in cui la cultura è diventata un prodotto».
Che altro c'è da capire per uscire da questa situazione?
«Che abbiamo
alle spalle un lungo accumulo di tensione che in talune sette islamiche è
diventato esplosivo. C'è voluto parecchio perché si arrivasse all'esplosione,
ma essa non è il frutto soltanto degli ultimi anni dell'economia dell'accesso.
C'è
un'intera storia, cinquantasessant'anni di interessi petroliferi nel Medio
Oriente, di politiche neocoloniali da parte delle potenze europee e americana,
ci sono classi dirigenti locali che hanno fatto i propri interessi a spese dei
valori tradizionali, gli ultimi dieci anni di conflitto israelo-palestinese».
Ma dall'epoca dell'accesso non si rischia di tornare indietro?
«Ma come si fa a ristabilire dei confini?
Voglio dire, con la Cnn, con la tv satellitare? La cultura di tutto il mondo è
a portata di chiunque in tutto il mondo. Esiste invece una paura reale che le
identità locali vadano perdute, una paura legittima, perché è innegabile che il
processo di globalizzazione abbia emarginato e danneggiato un gran numero di
persone in tutto il mondo in termini di povertà e
di identità
culturale».
E' una tesi controversa, che fa valere le ragioni dei
fondamentalisti.
«Lasciamo da parte gli estremisti, credo sia
giusto che si intraprenda un dibattito spirituale, una riflessione profonda sul
lato oscuro della globalizzazione. Se non lo affrontiamo, gli estremisti avranno una base sempre più
ampia».
E' d'accordo con chi chiede lo sviluppo di strumenti di democrazia
internazionale?
«Sì, ma
aggiungerei che la democrazia nasce da una cultura, nasce da valori condivisi,
quindi quel che dobbiamo fare è rafforzare le comunità, educare alla
responsabilità collettiva e alla partecipazione democratica... È la società civile
l'organismo responsabile dell'educazione dei nostri figli e ciò significa che
la cultura è il settore decisivo».
Dal terrorismo all'educazione civica, non è un passo troppo lungo?
«No, perché la cultura è una forza potente in
favore della democrazia. E' indispensabile ripensare l'educazione... La prima
missione della scuola non è trasmettere abilità spendibili sul mercato, ma
insegnare che ogni persona ha delle responsabilità nei confronti degli altri
esseri
umani».
Educazione, ma il terrorismo ha bisogna anche di risposte
militari.
«Sono tra
coloro che considerano l'attentato al World Trade Center e al Pentagono non
come un atto di guerra ma come un crimine contro l'umanità, secondo la
definizione che ne danno le Nazioni Unite. Per poter reagire dobbiamo capire
che cos'è un crimine contro l'umanità».
Ma una risposta a questi crimini è necessaria.
«La nostra
risposta dovrà essere estremamente sofisticata. Non serve una reazione
indiscriminata, non stiamo parlando di ritorsione, stiamo parlando di
giustizia. Dobbiamo essere molto fermi, severi, aumentare i controlli e, se
necessario, anche intraprendere azioni militari: ma soltanto se possiamo
contare sull'impegno comune degli altri paesi del mondo, e dobbiamo essere
certi che la nostra reazione sia volta ad assicurare queste persone alla
giustizia».
E qual è la soluzione a lungo termine?
«Dobbiamo
discutere in tutto il mondo su come la famiglia umana sia riuscita a creare un
mondo in cui c'è una così colossale separazione tra quelli che hanno tutto e
quelli che non hanno nulla, tra quelli che sono connessi e quelli che sono
disconnessi».
Questa crisi influirà sulla mentalità americana?
«Voglio
citare l'iscrizione sulla Statua della Libertà dice: "Dammi le tue
stanche, povere, accalcate moltitudini, che agognano di respirare
liberamente..., manda a me i senza casa, sballottati dalla tempesta: io alzo la
mia lampada accanto alla porta d'oro". Noi americani siamo sempre stati
orgogliosi di essere un paese aperto a nuove idee, aperto a nuove culture. Ora
temo che possiamo diventare troppo spaventati e paranoici e che sposiamo una
nuova e pericolosa visione, quella della destra fascista. Può accadere anche in
Europa. Quindi è indispensabile trovare un equilibrio tra il mondo senza
frontiere dell'era dell'accesso, e il mondo chiuso dai confini della cultura e
della politica».
E le conseguenze economiche? Avremo una recessione?
«Temo che le conseguenze economiche saranno
più gravi di quel che si pensa, perché stavamo già andando verso una grave
recessione a livello mondiale... Negli ultimi venti mesi gli americani hanno
speso più di quanto guadagnavano».
E poi è arrivato lo
scossone.
«E adesso gli americani non comprano più,
sono nervosi, non fanno shopping, non viaggiano, non vanno al ristorante, non
frequentano gli spettacoli, aspettano, in una mentalità da assedio, per
proteggersi, e così diventiamo meno aperti, nel settore del consumo,
esattamente come diventiamo meno aperti in campo politico e culturale».
Anche la guerra può stimolare l'economia
con le commesse militari?
«No, l'economia non rinascerà come
conseguenza dell'impegno militare, perché la nuova guerra non comporterà grandi
necessità di merci. Potremmo però utilizzare questa crisi per indurre i governi
di tutti i paesi a costruire nuove infrastrutture per l'ambiente, per l'energia,
per l'economia: questo sì, è fattibile».
Ritorno di spesa pubblica, ritorno di una forte politica sulla
scena?
«Penso soprattutto alla risposta culturale:
in ogni comunità si dovrebbe discutere come arrivare a una accettazione
politica tollerante delle diversità culturali, e come iniziare a dialogare. Non
mi piacciono, certo, alcune idee del fondamentalismo islamico, a cominciare dal
trattamento delle donne, ma dobbiamo comunque cercare di aprire canali di
comunicazione».
Come organizzare un dialogo su scala
mondiale?
«Dobbiamo creare una organizzazione culturale mondiale, della stessa portata del Wto e dell'Onu, una sede dove tutte le culture del mondo possano scambiarsi idee, affrontare le differenze, imparare a convivere ciascuna con le altre».