![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 11 OTTOBRE 2001 |
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Ripensare a
nuove intese tra privato e pubblico
E'
difficile conoscere Stiglitz senza essere coinvolti da quella rara combinazione
di intelligenza e simpatia umana tipica dei grandi economisti. Di Stiglitz è leggendaria la sua
straordinaria capacità di lavoro così come la sua versatilità ed entusiasmo per
barbecues, viaggi e attività sportive. Paul David gli disse una volta,
scherzando, che per scrivere così
tanto doveva aver trovato il modo di convincere il computer a scrivere da solo.
Nel suo stile, lui gli rispose con una sonora risata. L'ultima volta l'ho
incontrato a Milano per una conferenza all'Università Cattolica in occasione
del Giubileo dei docenti: la sua relazione - in corso di pubblicazione da
Vita e Pensiero - è un coraggioso e controverso atto di accusa sulle
distorsioni delle politiche dei grandi organismi internazionali nei rapporti
con il mondo in via di sviluppo. Il
giorno dopo eravamo a Roma perché desiderava incontrare il Papa e spiegargli le
sue idee. Un disguido negli orari aerei
rese impossibile il colloquio.
E'
opportuno sapere che, pur essendo stato premiato per i suoi studi
sull'economia dell'informazione, in realtà i suoi contributi spaziano su
numerosi campi, fra cui l'economia pubblica.
In un'epoca in cui il ruolo dello Stato viene ridimensionato sia sul
piano teorico che pratico, Stiglitz fa parte di quel gruppo di economisti che
invitano a riforme prudenti, per non correre il rischio, tutto anglosassone,
di "buttare via l'acqua con il bambino dentro".
In
un suo classico saggio del 1989, intitolato Il
ruolo economico dello Stato, affronta
il nodo del perché, in concreto, dello Stato c'è bisogno molto di più spesso
di quanto si immagini: la ragione centrale è rappresentata dal fatto che
l'economia di mercato non è quella idealizzata in molti libri di testo, ma è
invece fatta dagli uomini e dai loro errori. In un recente pamphlet, con il
felice titolo di In un mondo imperfetto (edito da Donzelli), Stiglitz
sviluppa le tesi proposte in quel saggio: la sua analisi è oggi più "matura" perché nel mezzo vi è
l'esperienza di Consigliere economico della Casa Bianca e di vicepresidente
della Banca mondiale. Ma le sue originarie conclusioni ne escono per molte
aspetti rafforzate.
Un
aspetto che ha influenzato la sua riflessione teorica è la difficoltà politica
di introdurre riforme economiche, anche quando sia dimostrabile che vanno
genuinamente a vantaggio di tutti (secondo il criterio dell'efficienza
paretiana): l'incontro fra Stiglitz e Washington non ha mutato le sue
convinzioni sull'importanza della sfera politica sull'attività economica. Se il mondo economico partisse da una
posizione di equilibrio efficiente, con mercati di perfetta concorrenza, dello
Stato non vi sarebbe alcun bisogno: ma se partiamo invece da una situazione
iniziale "imperfetta" l'intervento dello Stato che prima era dannoso
può invece rivelarsi provvidenziale.
Ciò non significa sposare acriticamente il ruolo dello Stato: anche lo
Stato, come si usa dire, può
"fallire" e mancare alle sue promesse di efficienza ed equità. Ma non esistono motivi a priori per cui non
si possa immaginare uno Stato "efficiente", almeno in pari misura di
quanto sia possibile immaginare di rendere più efficiente qualsiasi impresa
privata.
Le recenti drammatiche vicende mostrano come in
effetti l'efficienza dello Stato non sia una impossibile chimera: mai come in
questi giorni si guarda allo Stato come arbitro ultimo dei destini
dell'economia americana e mondiale. Va
tuttavia sottolineato che, quando Stiglitz teorizza il ruolo dello Stato, ha
in mente prevalentemente il caso degli Stati Uniti e le distorsioni che il
mercato tende a conservare: ad esempio il sistema delle assicurazioni private
nel settore della sanità continua a lasciare privi di assistenza milioni di
americani.
Nel caso europeo la situazione è diversa.- per noi la sfida intellettuale di Stiglitz va colta sul piano dell'impegno a rifare in modo efficiente lo Stato sulla base dei bisogni dei cittadini e non su quelli della sua burocrazia. E in questo orizzonte è possibile pensare a forme nuove e socialmente utili di collaborazione fra pubblico e privato: come insegnamo ai nostri studenti i beni pubblici possono essere forniti sia dallo Stato che dal privato, e forse ancor meglio da entrambi.