![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 8 OTTOBRE 2001 |
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I legami tra distruzione, religione e il
sogno di un mondo perfetto in un convegno internazionale che si è svolto a
Torino
E' la morte la grande generatrice
di utopie, sosteneva a ragione un esperto come Ernst Bloch. E non c'è dubbio che questa multinazionale
del sogno antico di un paradiso terrestre in terra, di una geografia nuova in
cui ridisegnare spazi sociali ed esistenziali nei quali vivere la propria
avventura umana, sia sempre stata accompagnata da una scia di sangue e di lutti
ogni qualvolta l'ideale utopico, «irrealizzabile in via di principio», veniva
calato negli scenari del reale. Dei precari tentativi di costruzione di un
mondo nuovo è piena la storia dell'umanità; il secolo appena trascorso
tuttavia, in maniera più marcata rispetto al passato, ha registrato il
progressivo avvicinamento alla realtà storica dell'immaginario utopico che
prima, al contrario, a partire dall'architetto per eccellenza, l'Utopia di Tommaso
Moro, trovava rifugio per lo più in epoche o luoghi immaginari. Un tempo cioè l'utopia trascendeva la
storia, mentre ora entra sempre più in contatto con le forze sociali; un
incontro che non è mai casuale, come ammoniva in anni lontani Karl Mannheim (Ideologia e utopia). Non è un caso, dunque, se dopo le utopie
politiche che hanno segnato la crisi di identità del vecchio continente, ancora
una volta l'Occidente si ritrova a fare i conti con nuove e più temibili
aspirazioni al mutamento, intrise di quella dialettica vitamorte di cui si veste
l'utopia quando prende la forma di un progetto che miri a sovvertire un mondo e
il suo modello sociale e politico.
Non a caso, come non a caso è
avvenuta la strage di Manhattan che impone una riflessione di lunga durata
sulla visibilità tragica con cui la morte si afferma negli scenari del nostro
secolo in cui diventa il luogo «altro» dove realizzare il sogno privato e
collettivo di affermazione e di potere. La vicenda dei kamikaze fa
inevitabilmente emergere nuove domande sui modi di organizzazione simbolica e
narrativa del mondo, che in maniera significativa, proprio in questi giorni,
sono stati alla ribalta in giornate di studio e congressi. Tra questa, il convegno internazionale La
concezione della morte nell'Utopia in età moderna e contemporanea, (organizzato
dalla Fondazione Fabretti, dal Dipartimento di Storia dell'Università di Torino
e dal Centro Interdipartimentale di Ricerca sull'utopia dell'Università di Bologna)
appena conclusosi a Torino. I relatori
hanno ricostruito la straordinaria tenuta euristica di una forma che attraverso
infinite varianti continua a svelare l'inesauribile dialettica tra reale e
irreale, da secoli e secoli in grado di connotare il gioco con l'isola che non
c'è, proiezione dei sogni come degli incubi di intere generazioni di utopisti..
Ma al di là dei meriti dei singoli interventi (Trousson, Pagetti, Sozzi,
Franceschi, Guardarnagna, Spinozzi, Minerva, De Luna, Olivieri, Tenente), il
convegno ha lasciato emergere la relazione pericolosa che l'utopia, presente a
vario titolo in tutti i progetti rivoluzionari, stringe con la morte, una assai
sempre più prepotente e destabilizzante.
Il mondo del dopo Manhattan non può prescindere da questo abbraccio che impone una riconsiderazione del legame tra morte, religione e utopie a vario titolo. «Il progetto utopico - ci dice Vita Fortunati, docente di letteratura inglese all'Università di Bologna, curatrice insieme con Raymond Trousson del Dictionary of literary Utopias, di recente pubblicazione, punto di riferimento imprescindibile per chiunque si occupi o intenda occuparsi di utopie - tenta di essere una risposta immanente alla morte; la si potrebbe definire la risposta all'ossessione di una temporalità distruttiva alla quale si contrappone la stabilità immutabile della perfezione. Gli utopisti cercano di esorcizzare l'ossessione della morte attraverso la rappresentazione rassicurante di un universo perfetto ed è per questo che la problematica utopica si lega spesso inevitabilmente a quella religiosa. Come è stato detto da più parti, il paradosso della morte consiste nell'essere al contempo un fatto che risponde a precise leggi biologiche, un evento verificabile e classificabile nelle sue vane tipologie, e dall'altro un accadimento misterioso, essenzialmente indicibile perché mentre il soggetto esperisce la morte, non può attraversarla vivendola, e quindi non la può definire. Nella volontà dell'utopista di costruire la felicità qui, e nella sua insopprimibile tensione a proiettarsi verso ciò che c'è oltre la vita, è racchiusa la grande aporia che mostra la difficoltà di conciliare la matrice laica dell'utopia moderna con la fede in un mondo ultraterreno».