![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 OTTOBRE 2001 |
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Due ricercatori italiani propongono una rivoluzionaria teoria
"metafisica" per il cervello
La scienza
contemporanea ha un problema: la mente. Molti misteri si diradano -
dall'infinitamente piccolo all'infinitamente grande - ma possediamo scarse e
incerte conoscenze su come sia possibile che un sistema fisico (il cervello)
possa produrre quell'insieme di fenomeni che corrispondono alla nostra
esperienza cosciente. Non solo, la scienza non sa neppure che cosa siano tali
fenomeni. A tal punto che la coscienza era stata trascurata dalla ricerca,
intrattabile com'è dal metodo oggettivo-sperimentale. E se oggi si manifesta un
risveglio di interesse, sembrano prevalere gli orientamenti che portano diretti
all'"eliminazione" del mentale. La descrizione neurobiologica dovrà
sostituire quella ordinaria, per cui non si dirà più - ad esempio -: "Ho
voglia di guardare la tv", piuttosto, e più correttamente, "i miei
neuroni XYZ sono nello stato di eccitazione ABC".
Ma se è vero
che molte recenti scoperte mostrano un forte carattere contrintuitivo, nel caso
della mente il "senso comune" oppone una valida resistenza. Vediamo
erba verde, gustiamo miele dolce , soffriamo di mal di denti. E sebbene siano
esperienze qualitative, soggettive e private, sono egualmente certe in quanto
letteralmente "incorreggibili". E con esse dobbiamo fare i conti. Per
non parlare delle rappresentazioni: come fa il nostro cervello, chiuso nel buio
della scatola cranica, a "produrre figure interne" del mondo esterno?
Qual è il legame che li unisce, perché necessariamente qualche tipo di legame
deve sussistere?
Le soluzioni
sono due: il dualismo alla Cartesio (c'è la res extensa, la materia, e la res
cogitans, la mente) e il materialismo oggettivo riduzionista (ci sono solo
particelle in campi di forza, tutto il resto, seppure esiste, va spiegato a
partire da esse). Nella scienza e nella filosofia contemporanea i dualisti,
ancorché più raffinati di Descartes, sono mosche bianche (Popper, Eccles,
Swinburne), mentre tutti gli altri, con mille opzioni, anche antitetiche,
rimangono nel campo monista.
Riccardo
Manzotti e Vincenzo Tagliasco, due bioingegneri dell'università di Genova
dotati di spiccata sensibilità speculativa, hanno appena pubblicato un'opera
(Coscienza e realtà, il Mulino, pagine 595, lire 70.000) che vuole rimettere a
tema il problema della coscienza attraverso un paradigma totalmente nuovo, che
superi l'alternativa dualismo-riduzionismo.
Il loro
approccio prende terribilmente sul serio ciò che dice il senso comune e si dà
l'obiettivo di risolvere i dilemmi della mente grazie alla proposta di una diversa
lettura ontologica della realtà. Il solo tentativo ha fatto arricciare il naso
alla comunità accademica che, se non ha proprio osteggiato la pubblicazione,
certamente ha consigliato prudenza all'editore il quale, nella scelta della
collana, nel sottotitolo, nella quarta di copertina e nella promozione, l'ha
"mimetizzato" come studio di intelligenza artificiale e robotica,
stante anche l'appartenenza accademica degli autori.
In realtà si
tratta di un ambizioso, e convincente, sforzo per rifondare la filosofia della
mente su basi assai distanti dal materialismo oggettivo riduzionista il quale,
come efficacemente argomentano Manzotti e Tagliasco, fallisce nel compito di
spiegare la mente cosciente. Si tratta di un superempirismo ben dentro
l'orizzonte scientifico, che tuttavia pare abbia suscitato, almeno in Italia,
l'imbarazzo, se non il fastidio, dei "galileiani ortodossi",
sospettosi di ogni teoria che dia spazio alla dimensione soggettiva,
qualitativa e personalistica.
La proposta
di Manzotti e Tagliasco ruota attorno alla constatazione che "tre sono le
manifestazioni fondamentali delle realtà: l'esistenza, la rappresentazione e la
relazione-con". E "la realtà è il supporto ontologico delle sue tre
manifestazioni (fondamento di ontologia, fenomenologia ed epistemologia nella
tradizione del pensiero occidentale)... Parimenti ogni manifestazione della
realtà è contemporaneamente esistenza, rappresentazione e relazione-con".
Secondo gli autori, a un livello elementare niente può essere definito in modo
comprensibile come privo di una di queste categorie: non esistono esempi di
presenza pura di alcuna di esse e pertanto non ha senso immaginarle come
proprietà/categorie elementari e diverse.
Di qui
l'ipotesi che vi sia un unico costituente elementare della realtà, denominato
onfene (nome femminile indeclinabile, composto dalle abbreviazioni di
ontologia, fenomenologia ed epistemologia). A sottolinearne la "natura
relazionale", tale costituente, che tende all'altro da sé, viene anche
denominato relazione intenzionale, il cui dominio è quello dell'intenzionalità,
ovvero del "principio fondante delle realtà così come ne facciamo
esperienza". Dalle onfene derivano gli eventi, ossia "qualsiasi cosa
senza la quale la realtà sarebbe diversa".
Decisiva è
la nozione di evento critico, che è il contenuto della relazione intenzionale.
Si tratta della causa prima e necessaria di una qualunque catena causale:
"per esempio, un oggetto è di fronte a noi. Perché la percezione non ci
rende coscienti degli eventi intermedi (neurali e fisici) e degli eventi
precedenti all'oggetto che stiamo guardando? Il motivo è che soltanto la
presenza di quell'oggetto e le sue proprietà costituiscono eventi critici per
gli stati mentali attivati attraverso i miei sensi. Le mie relazioni intenzionali
(od onfene), perciò, hanno per contenuto quell'oggetto e non altro". Il
principio di unificazione, poi, istituisce un nuovo significato nella relazione
intenzionale a partire dalla pluralità di eventi che ne costituiscono l'evento
critico. "La relazione intenzionale unifica la realtà essendo la
portatrice dell'essere in tutti i suoi antecedenti (che ne sono essenza e causa
formale)".
Si arriva
così alla Tma (la Teoria della Mente Allargata), per la quale oggettivo e
soggettivo sono categorie ontologiche e la soggettività è la dimensione
essenziale del mondo. Il significato nasce quando un'esperienza ha per
contenuto una relazione fra due eventi e quando esiste essa stessa come evento.
L'essenza della coscienza, quindi della mente, consiste nel suo essere una
rappresentazione unitaria della molteplicità dell'esperienza. Il soggetto è un
insieme di onfene unificate da una particolare relazione intenzionale, la quale
si proietta verso un solo evento che costituisce il Principio dell'Io, o
semplicemente l'Io che, a sua volta, oggettivato come contenuto di un'altra
onfene, diverrà il sé. La mente, perciò, non è mai uno stato della materia, una
configurazione di un sistema, bensì un processo, un evento nel suo accadere. Il
soggetto uomo è ciò che riesce a unificare un enorme mole di relazioni
intenzionali.
La sfida degli autori, l'esperimento cruciale per corroborare il loro nuovo paradigma, è rivolta ora verso i robot. Se si potrà riprodurre in un artefatto l'unificazione intenzionale di un numero sufficiente elevato di onfene significative, avremo una "coscienza artificiale". Un automa che dirà "Io", come immaginava Asimov nel famoso romanzo, e come sogna Tagliasco dal 1964, quando lo lesse per la prima volta. E, forse, allora, un altro mistero ci spalancherà le sue porte.