RASSEGNA STAMPA

2 OTTOBRE 2001
SERGIO RICOSSA
L'inferno delle metropoli troppo ideali

Quando Adam Smith applicò al mercato la metafora della «ma­no invisibile», combinò un gros­so guaio.  Da allora, pochi hanno letto il libro di Smith, ma tutti ricordano la metafora, e i nemici del mercato (mol­ti) se ne servono per ridere alle spalle dell'autore. Lungi dall'essere uno scienziato, il povero Smith sarebbe un metafisico un po' tocco, che credeva nei mira­coli di entità invisibili perché inesistenti. Per far funzionare il mercato, quel mattacchione di presbiteriano scozzese avrebbe inventato una specie di spirito santo addetto al commercio e all'incirca infallibile, secondo i fedeli della chiesa smithiana.  Talmente infallibile, che il mercato passerebbe da un fallimento al­l'altro, se non intervenisse lo Stato, con la sua bella manona visibilissima, a raddrizzare le cose.  E infatti, molti sanno della «mano invisibile», pochi ci credo­no, perché pensano che sarebbe infanti­le crederci.

Ah, se a Smith fosse venuta in mente una metafora diversa...

Il colossale equivoco in cui sono cadu­ti innumerevoli lettori e non lettori, intel­lettuali e incolti, politici di sinistra e di destra, religiosi e atei, forse non si sareb­be formato.  Forse Smith sarebbe sfuggi­to al ludibrio delle generazioni successi­ve. Adam Smith.- un uomo affatto diver­so dalla sua leggenda; un uomo positivo, empirico, per nulla metafisico, il primo a pensare che non ci fosse nessuna «mano invisibile», nessuno spirito santo addet­to al commercio, niente di infallibile, niente dì soprannaturale.  Uomo di buon senso, ma osservatore attento della real­tà, egli aveva semplicemente notato che chi va per negozi dì solito trova quel che cerca, senza che nessun pianificatore (privato o pubblico) abbia comandato di comprare e di vendere.  E a volte la mer­ce che cerchiamo è stata preparata con il concorso di centinaia di produttori spar­si in tutto il mondo e che nemmeno ci conoscono e si conoscono di persona.

Ognuno ci dà da fare a servirci perché è suo interesse, direttamente o indirettamente.  E il mercato non è la sola organiz­zazione spontanea sorta a opera di uomi­ni indipendenti.  La lingua è un altro esempio.  Per capirci fra noi, usiamo pa­role e regole di grammatica inventate nei secoli da innumerevoli persone per­lopiù sconosciute e che altri milioni di persone contribuiscono a cambiare un poco ogni giorno.  I grammatici tentano di codificare le regole di grammatica, ma non le inventano.  Certi neologismí si conservano, altri si modificano o muoio­no dopo una vita effimera.  Mussolini im­pose l'uso del «voi» fra gli italiani: è tipi­co di un pianificatore, che dà ordini («mano visibile») anziché lasciare che la gente si metta d'accordo come vuole («mano invisibile»).  Alcuni vorrebbero che le lingue spontanee fossero sostitui­te da lingue artificiali più «razionali» (per esempio l'esperanto).  Costoro hanno una mentalità che non è quella di Adam Smith.

Ha invece una mentalità smithiana Pierluigi Giordani, ordinario di urbanisti­ca nell'Università di Padova.  Egli è uno degli urbanisti, non frequenti, capaci di resistere al fascino perverso dell'utopia.  Prendete quelle prospettive di città idea­li che vennero dipinte nel Rinascimento secondo schemi fortemente geometrici e che il libro di Giordani riproduce (La sofferenza della ragione.  Utopia e pro­getto nella città moderna, Maggioli Edi­tore, pagg. 132, lire 24mila).

Seducenti, no?  Ma l'autore, attraverso la planimetria scorge la ricerca di un ec­cesso di ordine e una volontà di perfezio­ne che nessuna autorità civica potrà mai realizzare o tentare di realizzare senza una spietata coercizione sui cittadini.  La città ideale, rischia di trasformarsi in pri­gione ideale, proprio quella trasforma­zione che ideò, col «panopticon», il mae­stro degli utopisti moderni, Bentham il pazzo.  E poiché Bentham fu pure econo­mista,. abbiamo modo di distinguerlo dall'economista savio per antonomasia, Adam Smith.  Bentham, attraverso l'allievo Stuart Mill, corruppe anche il liberalismo.  Adam Smith produsse un liberali­smo incorruttibile... non fosse per quella maledetta metafora della «mano invisibi­le».
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