RASSEGNA STAMPA

1 OTTOBRE 2001
MARIO SANTAGOSTINI
Ulisse, modello eterno della civiltà occidentale

In «Nessuno Muore» Parazzoli s'interroga sul mito dell'eroe omerico: sarà capace di rinnovarsi?

Tra i tanti, anche Francesco Pe­trarca ha scritto qualcosa at­torno a Ulisse: «percorse mari e terre, e non si fermò prima d'aver fondato sull'estremo li­do occidentale una città dal suo nome» (Familiari, IX, 13,24).  Petrar­ca, si pensa, aveva in mente il mito po­stclassico che assegnava all'itacense (o se­condo una curiosa variante: a un suo nipo­te) perfino il privilegio d'aver fondato Lisbona.  Si tratta d'un un episodio forse minore nell'uni­verso delle lettere, ma risulta utile per mostrare a qual pun­to quella di Ulisse è una figura capace di ramificarsi, rinnovar­si, produrre nuove e sempre diverse rappresentazioni, e germi­nazioni di se stesso.  Figura alla quale l'immaginario popolare e letterario hanno attribuito metamorfosi su metamorfosi, e identità spesso difficili da conciliare.

Ulisse assume infiniti volti e apparenze non soltanto nel­l'avventura, ma anche nel cor­so della storia «reale».  E ci con­fonde ancora.  E domandiamo­ci anche se Omero, o chi ha trascritto il primo verso del­l'Odissea battezzandolo «uo­mo ricco di furbizie», avrebbe riconosciuto l'astuto Ulisse nell'immagine proposta da ellenismo e romanità, ossia in una più virtuosa incarnazione di chi viaggia verso la cono­scenza, nell'archetipo del sa­piente.  Ora: anche supponen­do, come alcuni fanno, che proprio nella sapienza omeri­ca allignasse il residuo d'un più antico e stretto rapporto tra conoscenza e inganno, for­se Omero (o chi per esso) si sarebbe davvero trovato in dif­ficoltà di fronte al successore del «suo» Ulisse.  Ma non ne sia­mo sicuri. Invece siamo quasi certi (lo saremo ancora di più se leggeremo Percorsi dell'in­venzione di Maria Corti) che Dante recupera una memoria culturale e mitologica arrivata da molto lontano, quando ci racconta che proprio in nome della conoscenza Ulisse va incontro alla sua «morte per acqua».

Da questo punto di vista, l'immenso canto XXVI della Commedia ribadisce un nesso che già negli statuti sapienziali ar­caici legava in modo stretto e inquietante tensione intellettuale e punizione, limite conoscitivo e infrazione, sapere e morte.  Nesso che, in qualche modo, è trasversale a tutta la storia umana, si personifica in figure via via diverse che tuttavia hanno in comune un dato terribile: annichiliscono al raggiungimento degli apici conoscitivi.  E allora Ulisse assomiglia straordinaria­mente ad Adamo, Empedocle, e perfino a Narciso.  E così appare, nelle sue metamor­fosi, uno dei più pertinenti, ricorrenti mo­delli attraverso cui l'umanità si è autorap­presentata.

Qui giunti, si può azzardare un'ipotesi.  Proviamo a illustrarla.  Ulisse, si sa, ingan­na. Si occulta, e si traveste.  Mente, qual­che volta si svela.  E se tutta, ma proprio tutta la sua avventura fosse stata un ingan­no, menzogna, o quantomeno ingigantimento di eventi in verità assai meno gran­diosi?  Questa è l'ultima variante che, in ordine di tempo, la letteratura su Ulisse offre attraverso un recente libro di Ferruccio Parazzoli: Nessuno muore (Mondado­ri, pagg. 244, lire 29mila).  Che ci, propone un Odisseo già tornato a Itaca; despota di un'isola tetra dove dominano (in maniera terroristica) i porcari di Eumeo. E' un Odisseo vanaglorioso, saturnino e immalinco­nito, che ricorda poco di sé, confonde quello che è accaduto con quello che è già stato raccontato o ha riferito.

In un certo senso: è un Ulisse semipostu­mo a se stesso, incastrato nella leggenda e forse nelle proprie menzogne.  In ogni ca­so una vittima.  E i vari ricordi si incrocia­no con eventi reali che a loro volta somi­gliano stranamente a quanto è già avvenu­to, ma anche a profezie sul futuro già ascoltate e spesso date per disattese.  E' un mondo, quello in cui un Ulisse umorale e crepuscolare, sopravvive a se stesso, che è diventato assolutamente incomprensibi­le, semi-impazzito, dove immaginazione e realtà, magia e ragione, presente e passa­to, sonno e veglia s'intersecano e confon­dono.  Che sembra avviarsi a una decadenza caotica, interminabile.  Qui, Ulisse in­vecchia tra noia, e accidia.  Disingannato, deprivato d'ogni ansia conoscitiva.  Estre­ma, estenuata rappresentazione dell'uo­mo un tempo attraversato dalla smania di sapere.

Sembra una raffigurazione definitiva e terminale, quella di Parazzoli.  Perché in verità non mostra Ulisse, ma una sorta di clone decaduto, una caricatura della cari­catura.  Come se la storia della gran figura mitica, a un certo momento, avesse esauri­to la propria spinta propulsiva e non sa­pesse più aggiornarsi.  Nessuna nuova me­tamorfosi di Ulisse sembra consentita.

E se tutto questo fosse la percezione che è ormai venuto a mancare, nella cultura e nella vita, proprio l'archetipo dell'indivi­duo che cerca la sapienza, e che dunque è scomparsa la più antica e riuscita immagi­ne dell'uomo razionale?  La domanda, a questo punto, sarebbe: dopo essersi spec­chiato per millenni in Ulisse, adesso in chi si rappresenta, l'uomo?
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