![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 30 SETTEMBRE 2001 |
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Una nazione di immigrati, un patrimonio di tolleranza. E il rischio di discriminare le minoranze etniche. Parla Jeremy Rifkin, economista-guru antiglobal
«Noi americani siamo una nazione di immigrati. Non siamo un
popolo. Siamo tanti popoli. Cinesi, italiani, olandesi, tedeschi, filippini,
francesi, russi, arabi, brasiliani, indiani, spagnoli... Nelle Torri Gemelle
non c’erano soltanto americani, c’erano vittime di sessantadue paesi. La più
grande ricchezza che abbia l’America è questa apertura verso tutti, questa
disponibilità ad accogliere tutti, a creare una società tollerante e aperta.
Questa ricchezza è oggi minacciata dagli effetti degli attentati di New York e
Washington. C’è il rischio di una chiusura, di un contagio della paura, di una
paranoia che può diffondersi e isolarci nel fortino assediato delle fobie. Una
paranoia comprensibile ma non per questo meno inquietante, che per la prima
volta nella nostra storia può alimentare ogni sospetto verso i
"diversi", le minoranze etniche, gli "sconosciuti" della
porta accanto».
Jeremy Rifkin parla con toni accorati, dal suo osservatorio di Washington,
dove dirige la Foundation of Economic Trends. Economista-guru del fronte
antiglobal, autore di saggi illuminanti e provocatori (da Entropia a Il
secolo biotech, da Ecocidio a L’era dell’accesso), Rifkin è
un utopista animato da lucido realismo, un analista capace di individuare le
tendenze, anticiparle, decifrarle. Non parla mai a caso. Negli Stati Uniti gli
episodi di intolleranza verso gli arabi non sono un timore: sono già una
realtà, per fortuna ancora marginale, e nessuno sa fino a che punto potranno
essere contenuti da una popolazione che si sente beffata, tradita e pugnalata
alle spalle da chi ha accolto per anni a braccia aperte. A Minneapolis, giorni
fa, tre arabo-americani sono stati costretti a scendere dall’aereo perché gli
altri passeggeri avevano paura di volare con loro, e gli esempi di
"rigetto" ormai sono tanti... E’ difficile negare che quel rapporto
di fiducia incondizionata, che ha permesso persino ai terroristi di fare la
scuola di pilotaggio negli States e consente da anni a una comunità di 60 mila
afghani (la Little Kabul) di vivere pacificamente nei pressi di San Francisco,
non si sia drammaticamente incrinato o spezzato dopo la tragedia di Manhattan e
quel maledetto 11 settembre.
Professor Rifkin,
teme che quest’onda di paura e diffidenza possa estendersi non solo negli Stati
Uniti ma nel mondo intero?
«Sì, lo temo fortemente. Nel caso dell’America, sarebbe la perdita di un
immenso patrimonio di tolleranza, che ha fatto il nostro Paese grande e gli ha
assicurato un’attitudine democratica che è l’essenza dello spirito americano
e il nostro orgoglio. Il rischio del contagio di questi sentimenti agli altri
Paesi, occidentali e non, è molto forte».
La paura è sempre
stata una cattiva consigliera: ma come si può fermarne la quasi inesorabile
avanzata?
«Occorre grande forza e vigilanza. Non c’è dubbio che, negli anni
scorsi, il governo americano sia stato troppo debole e accomodante nei
confronti dei gruppi terroristici. Oggi è necessario un lavoro globale
tra tutti i Paesi democratici per controllare e prevenire i gesti folli dei
terroristi. La sicurezza e la prevenzione debbono essere gli obiettivi
prioritari. E questo, ovviamente, cambierà le nostre vite. Ma bisogna fare uno
sforzo per raggiungere questo risultato senza perdere le nostre libertà e il
nostro spirito di apertura verso le minoranze. In caso contrario finiremo
vittime di una pericolosa paranoia e i terroristi avranno vinto un’importante
battaglia».
In questa lotta
contro il terrorismo internazionale, conterà di più il fattore politico, quello
economico o quello religioso?
«Pensiamo al World Trade Center: perché i terroristi hanno voluto
colpirlo? Secondo me, non tanto perché era il simbolo del potere economico americano.
Nelle Torri Gemelle, infatti, lavoravano migliaia di persone di ogni
nazionalità. Sì, hanno colpito un’icona americana. Ma i terroristi hanno
colpito quello che per loro era anche un simbolo dell’opulenza del mondo globalizzato.
Hanno puntato al cuore delle incredibili differenze tra ricchi e poveri e hanno
usato questa realtà per i loro fini. Certo, il commercio mondiale e la
potenza economica americana non sono responsabili dei mali del mondo: anzi,
hanno spesso creato condizioni di vita migliori per altri popoli. Ma c’è un
lato oscuro della globalizzazione che non dobbiamo nascondere ed è appunto
l’abissale divario tra aree del benessere e della povertà. Ridurle,
significherebbe togliere ai terroristi quest’arma mediologica e il terreno in
cui reclutare molti giovani disperati».
Le ingiustizie
sociali non sono il solo detonatore, però: c’è il fanatismo religioso. Gli
attentatori americani non erano poveri, ma superfinanziati. Non erano i
kamikaze palestinesi...
«Sì, l’uso fanatico di una religione è un pericolo terribile. Ma non c’è
nulla che possa identificare l’Islam con il fondamentalismo arabo. I terroristi
non possono parlare in nome del Corano. L’Islam è una delle tre grandi
religioni monoteiste, seguita da milioni di persone pacifiche in tutto il mondo
e il suo è un messaggio di amore non di odio».
Come reagire per
fermare il terrorismo?
«Il popolo americano non vuole vendette. Vuole giustizia e ha diritto ad
averla. Il mondo intero chiede giustizia. Che fare?... Si deve stringere
intorno ai terroristi un cerchio implacabile con la collaborazione dei servizi
di intelligence di tutti i paesi. Si debbono tagliare loro i fondi di
finanziamento con indagini incrociate. Si deve vigilare, prevenire,
controllare. La sicurezza deve essere il principale obiettivo da
raggiungere. Ma si deve anche ridurre l’abisso che separa ricchi e poveri. Non
è una risposta facile, quella alla barbarie del terrorismo. Richiede disciplina,
maturità, sensibilità, vigilanza, forza. Dobbiamo
rispondere in modo responsabile e duro. Sì, responsabile e duro».