![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 23 SETTEMBRE 2001 |
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Per uno strano caso della sorte, il centenario della nascita di Enrico Fermi coincide col momento di maggior allarme internazionale dopo la seconda guerra mondiale. Tutto è pronto per le celebrazioni in grande stile di sabato 29, con il presidente Ciampi invitato ad aprire la mostra e il convegno organizzati a Roma dal Comitato Nazionale intitolato al grande fisico. Ci saranno eminenti scienziati italiani e stranieri, ci saranno collaboratori ed ex allievi di Enrico Fermi e, a completare il profilo dell’uomo, Sarah Fermi e le nipoti Rachel e Alice Caton.
Si potrà assistere alla proiezione di un video inedito realizzato da Harold Agnew due anni prima della scomparsa del premio Nobel per la Fisica del 1938. Verrà certo ricordata la circostanza che lo vide insignito del riconoscimento lo stesso anno della promulgazione delle leggi razziali in Italia. Verrà rievocata la parabola umana aspra e difficile del grande scienziato, e le circostanze che lo indussero a espatriare in USA con Laura Capon, la moglie di origini ebraiche, direttamente da Stoccolma, dopo aver ritirato il premio Nobel. Ma è immaginabile che, oltre a ricordare il ruolo straordinario di Fermi nell’impulso dato alla fisica mondiale, sarà la stessa congiuntura internazionale a suggerire la tentazione di porre l’accento su quella parte della sua vita e della sua ricerca che ne lega indissolubilmente il nome alla bomba atomica. E proprio questa contiguità, e le semplificazioni che può suggerire, preoccupano lo scienziato Carlo Bernardini, docente alla Sapienza di Metodi Matematici della Fisica e presidente del Comitato Nazionale per le celebrazioni del centenario. "Andiamoci piano, ed evitiamo espressioni come "padre della bomba". Fermi è stato uno scienziato che ha messo le sue competenze al servizio del mondo libero", taglia corto Bernardini.
E certo parlare adesso, in questi giorni, d’inevitabilità della bomba atomica sul Giappone nel 1945 può sembrare asserzione da brividi: col senno di ora, il mondo che percepisce se stesso come nuovamente di fronte a una specie di bivio tragico non può ignorare che, stavolta, accettare la logica stessa di un bivio significa postulare la fine. "Sono discorsi tragicamente attuali, ma quello del 1945 è un tasto delicato sul quale non debbono esserci equivoci", continua Bernardini. "La gente sembra aver cancellato il ricordo di quel che per il mondo libero poteva nascere dal fascismo e dal nazismo. Io avevo, allora, 15 anni, e avrei appreso in seguito che i nazisti avevano l’appoggio di grandi fisici, come Eisenberg, Walter Bote, Hahn, lo scopritore della fissione nucleare. Non a caso Einstein, nel 1939, scriveva a Roosevelt qualcosa su cui anche Bertrand Russell avrebbe concordato: "Considerando i lavori di Fermi e Zilat, i nazisti potrebbero fare un ordigno di gran potenza sfruttando l’energia nucleare". Fermi, che era un uomo d’ordine, venne convocato per rispondere alle minacce subìte dal mondo libero, e lo fece con rigore, al meglio delle sue possibilità. Ma aggiungo anche che, quando in seguito si arrivò all’escalation atomica, si tirò indietro: nella sua coscienza c’era ben chiaro che bisognava mettervi un freno, dopo la guerra."
La difesa appassionata di Carlo Bernardini, che ha curato e appena dato alle stampe il volume Conoscere Fermi, nasce anche da una conoscenza diretta dello scienziato, ed è legata a ricordi assai vivi: "La prima volta, lo incontrai al suo primo ritorno in Italia, nel 1949. Io mi ero appena laureato, e ascoltai emozionatissimo una sua conferenza. Mi colpì la straordinaria chiarezza delle sue parole, l’attitudine a rifuggire le astrusità, la voglia di farsi capire procedendo per grandi semplificazioni. Lo incontrai ancora nell’estate del ’54, qualche mese prima della sua morte. Ricordo un uomo non so quanto consapevole della sua malattia che, forse non deliberatamente, stava lasciando una sua eredità. Tutti gli chiedevano consigli, lui incoraggiò gli italiani a impiantare laboratori importanti, come quello di Frascati, già avviato, e l’Istituto di Fisica Nucleare, dove fu costruito l’acceleratore. Fermi aveva una particolare predisposizione per le macchine acceleratrici, che aveva trovato a Los Alamos e gli avevano reso possibile la scoperta delle particelle nucleari. E ancora, intuì prestissimo l’importanza dei calcolatori, cui dedicò l’ultimo suo studio".
La vasta aneddotica su Fermi ne tramanda la gran voglia di concretezza, sollecitata anche nei suoi allievi che lui bloccava con un imperioso "stick to the facts", attieniti ai fatti. E attenendosi ai fatti, quale giudizio darebbe oggi dello stato della ricerca in un Paese come l’Italia? Da qui, se molti giovani scienziati partono, non è per i motivi gravi contro cui si scontrò Fermi nel 1938... "Io credo che direbbe: una scienza come la fisica è sempre stata internazionale. Non conta dove si producano i risultati, ma quali siano", commenta Bernardini "Gli scienziati stanno bene dappertutto, ma finché industriali e politici non capiscono l’importanza della ricerca scientifica, siamo destinati a restare un Paese di serie B".