RASSEGNA STAMPA

22 SETTEMBRE 2001
VITTORIO BERTOLINI
L'intuizione di Mazzini

Se non fosse per lo sconquasso avvenuto a Genova e, cosa altrettanto non trascurabile, per il rischio che alcuni baricentri della politica italiana regrediscano di almeno trent'anni, di fronte all'andamento degli indici azionari degli ultimi tempi, Agnoletto e Casarini fanno la figura dei poveri untorelli. Infatti più dei cortei e delle manifestazioni dei vari global forum sono gli "angosciosi listini borsistici di questi giorni - come scrive Mario Deaglio su La Stampa - che appannano i principi e le convinzioni che sono state alla base della globalizzazione".

Le analisi con cui si è voluto interpretare la caduta dei listini borsistici sono numerose, si va dall'esaurimento della spinta espansiva americana al ridimensionamento verso valori più congrui alle realtà dei bilanci di alcuni titoli della new economy eccessivamente sovrastimati, senza tralasciare la sfiducia che alcune recenti operazioni finanziare, ritenute eccessivamente verticistiche e in contrasto con i principi di un mercato aperto, hanno indotto nei grandi investitori internazionali. Tutte queste analisi riportano alla questione della responsabilità dell'investitore rispetto al capitale investito.

Negli ultimi decenni, in Europa, la guida politica dell'economia, indipendentemente da quale fosse la coalizione di governo, è stata improntata al paradigma socialdemocratico; quel paradigma in cui la produzione della ricchezza è tenuta separata dalla distribuzione.

Da un lato un sistema produttivo più o meno governato dai principi dell'economia di mercato, dall'altro un sistema pubblico che attraverso la fiscalità riusciva a garantire in un certo modo una distribuzione abbastanza equa della ricchezza prodotto.

Il paradigma socialdemocratico, codificato nel 1958 dalla svolta di Bad Godesberg dei socialdemocratici tedeschi, ma implicitamente già definito dal liberale William Beveridge nell'Inghilterra dell'immediato dopoguerra, aveva il duplice vantaggio di superare le sacche di improduttività dei sistemi statalisti dell'est ma dall'altro di rendere concrete quelle aspettative di eguaglianza e di benessere che i regimi comunisti riuscivano solo a promettere.

L'impossibilità di adeguare il carico fiscale sia alle aspettative crescenti del welfare ha determinato la crisi irreversibile del modello socialdemocratico. Si vedano in proposito le analisi di un autore certamente non reazionario come Ralph Dharendorf.

Le risposte politiche, che vanno dalla proposta di una imprecisata economia sociale di mercato alla riproposizione di un liberismo proprietario, per non parlare degli inconsistenti modelli reticolari no-global, in realtà sono delle non risposte in quanto trascurano quello che è stato ed è il primo fattore di crisi del modello socialdemocratico.

Se infatti la crisi fiscale dello stato è stato l'elemento di rottura, non dobbiamo dimenticare che a monte c'è stata la caduta del consenso. In società sempre più articolate, separare il momento della produzione da quello della distribuzione, o per meglio dire, delegare quest'ultimo ad agenzie sindacali e politiche, con costi di intermediazione crescenti, ha determinato la sfiducia nel modello socialdemocratico senza peraltro far cadere quelle aspettative di sicurezza e di benessere che restano al fondamento della sua realizzazione.

In termini forse poco scientifici, ma molto chiari, si può dire che nessuno intende rinunciare alle garanzie della botte piena pur desiderando il piacere di un moglie ubriaca. Per uscire da questa aporia è necessario pensare che il momento della distribuzione diventi il momento della partecipazione.

Negli Stati Uniti i piani Esop (Employee Stock Ownership Plans) lanciati venti anni fa coinvolgono migliaia di imprese con oltre 8 milioni di dipendenti. In Italia esiste una ricca tradizione di pensiero favorevole al percorso della partecipazione: basti pensare alla scuola cattolica e a quella mazziniana. Su "Il Sole 24 Ore" del 26 agosto l'idea di G. Mazzini " capitale e lavoro nelle stesse mani" viene definita un’intuizione feconda, ma troppo in anticipo sui tempi. Indubbiamente l'ideale mazziniano non si può esaurire nella pura e semplice partecipazione azionaria al capitale aziendale, ma va rapportato alle esigenze del moderno un sistema produttivo.

Poiché nelle prossime settimane la Camera dei deputati dovrà discutere la legge - impropriamente chiamata La Malfa - che riguarda l'assetto delle cooperative, si spera che l'esponente repubblicano non si chiuda in una lettura chiusa della proposta mazziniana di "capitale e lavoro nelle stesse mani". Di ritenere cioè che la partecipazione "costituzionalmente riconosciuta" riguardi solo il rapporto proprietà/lavoratori.

La realtà d'impresa è una rete di relazioni e decisioni in cui si ha una continua interazione fra proprietà, lavoratori, stakeholders e quant'altre componenti sociali che intrattengono rapporti permanenti con l'azienda.

Portare avanti un discorso di economia partecipativa significa favorire queste interazioni, non penalizzarle.
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