RASSEGNA STAMPA

14 SETTEMBRE 2001
SALVATORE VECA
IN CERCA DI UNA RISPOSTA MORALE

Nei pochi giorni che ci separano dall'attacco terroristico agli Stati Uniti di martedì 11 settembre sembra che di una sola cosa possiamo essere certi: che viviamo in un mondo improvvisamente cambiato e che le cose non sono più come prima. Forse, come è stato detto, il Ventunesimo secolo è cominciato quella mattina. Sappiamo come è cominciato: con un'impressionante azione criminale che ha mirato al cuore dell'America e, più precisamente, ai tre distinti bersagli della potenza economica, della forza militare e del potere politico. E' cominciato con la distruzione di moltissime vite umane dì vittime innocenti.

La sensazione che molti hanno provato in questo giro dì boa crudele del Ventunesimo secolo è che sia accaduto qualcosa che non si riteneva possibile o concepibile: macerie a New York, il Pentagono in fiamme, il Presidente braccato in giro sull'Air Force One. La prima elementare constatazione è quella della vulnerabilità di qualsiasi società su cui fissi i suoi bersagli un'organizzazione terroristica: se è Vulnerabile la potenza imperiale, quale società è immunizzata rispetto alla strategia del terrore invisibile? E poi: una società democratica è basata sulle libertà fondamentali delle persone. In parole povere, ogni giornata è piena di un enorme numero di tante piccole scelte individuali: muoversi, entrare, uscire, partire, prendere un aereo, un treno, andare a mangiare da qualche parte. Una società-democratica è per principio una società aperta. E per questo è vulnerabile. Per ridurre il rischio, la via c'è: ridurre la libertà delle persone, come quando si è in guerra.

Ma l'attacco terroristico è stato letteralmente un atto di guerra? e chi l'ha dichiarata? O dobbiamo pensare che il Ventunesimo secolo si inauguri con la storia annunciata di una guerriglia nomade e globale in cui agenzie terroristiche senza volto né nome, variamente connesse con regimi fuori legge, si impegnino in crimini contro l'umanità ed esercizi di barbarie qua e là per il mondo? Queste domande sono molto elementari, me ne rendo conto. Mettono a fuoco la natura delle nostre reazioni, delle nostre risposte emotive al terribile martedì di settembre. Ma forse possono suggerire una linea di ragionamento. In primo luogo, é facile rendersi conto del fatto che l'attacco sferrato contro gli Stati Uniti è un attacco sferrato contro le società democratiche della parte ricca del mondo. E questo non sembra essere un punto controverso. Che il crimine debba essere punito, è un altro punto fermo. Ma qui si apre una gamma di domande difficili. La prima è questa: quale risposta militare che impieghi la risorsa della forza è quella appropriata?

Quale risposta militare, nei confronti di chi, è quella giusta? E chi deve giudicare? La seconda è questa: è ragionevole che la sola risposta sia o debba essere quella militare o la sfida per una civiltà che non accetti la regressione alla barbarie dei suoi nemici è piuttosto che la risposta alla barbarie dei suoi nemici sia propriamente politica? Credo che, per ragionare insieme sulle due domande difficili, dovremmo partire proprio dal fatto che quel maledetto martedì di settembre ci ha gettati in un mondo in cui le cose non sono più come prima. Consideriamo alcuni tratti familiari del paesaggio che ha campeggiato stabilmente nella seconda metà del ventesimo secolo; quel paesaggio che ora sembra per noi allontanarsi e divenire meno familiare.

Pensate alle istituzioni e alle organizzazioni internazionale, a partire dall'Onu, modellate dagli esiti della seconda guerra mondiale, o alla logica delle relazioni internazionali congelata nel lungo tratto della guerra fredda e dell'equilibrio delle potenze imperiali ostili. Pensate alla manciata di anni alle nostre spalle, anni che dopo il collasso dell'impero sovietico hanno conosciuto impressionanti trasformazioni e conflitti in un pianeta in cui all'equilibrio bipolare succedeva la solitudine imperiale degli Stati Uniti. Pensate, infine, all'ingiustizia della terra, alla geografia della ricchezza e della povertà, ai mille volti dell'oppressione qua e là per il mondo. Un mondo in cui il fatto della globalizzazione abbatte muri e attraversa confini, distribuisce opportunità, diritti e benessere tanto quanto sofferenza, spoliazione e degradazione per coinquilini del pianeta. Può una risposta politica alle agenzie del terrore senza volto fare a meno di misurarsi con questo mondo mutato, con le trasformazioni dì quella che vorremmo poter continuare a chiamare la "comunità internazionale"? Sono convinto che una risposta politica lungimirante deve muovere esattamente di qui. So bene che è tutto maledettamente difficile e che le cose non sono più come prima. Ma consideriamo un fatto: quel terribile martedì di settembre ha alterato i confini del possibile. Ci ha mostrato possibilità inedite di guerra al valore. Perché non pensare allora a saggiare lo spazio della politica possibile, non abbandonando la ricerca tenace e paziente dì ciò che può tutelare e ampliare quanto per noi vale? Sappiamo che questo spazio delle possibilità politiche è a sua volta iscritto nello spazio che il mondo mutato ci concede. Ma questa non è una buona ragione per rinunciare alla risposta politica. Al contrario: rende la risposta politica semplicemente un atto dovuto.
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