![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 8 SETTEMBRE 2001 |
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Si inizia l'Edizione nazionale critica delle sue opere, un evento culturale: una Repubblica deve poter contare sulla forza dei suoi cittadini
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Niccolò Machiavelli, "L'arte della guerra. Scritti politici minori", |
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a cura di J.J. Marchand, D. Fachard, G, Masi, Salerno Editrice, pp. 742, L. 97. 000 |
Farà piacere al buon Niccolò Machiavelli vedere, quasi cinquecento armi dopo essere stato messo all'indice dalla Chiesa (1559), le sue opere pubblicate in una Edizione Nazionale in dieci volumi per venti tomi curata da un comitato scientifico che raccoglie i migliori studiosi del suo pensiero politico, storico e letterario. Anche se negli ultimi anni hanno visto la luce ottime nuove edizioni dell'opera di Machiavelli (il De Principatibus e i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio curati da Rinaldo Rinaldi per la Utet, 1999; il primo e il secondo volume delle Opere che contengono rispettivamente gli Scritti politici e le Lettere e le Legazioni a cura dì Corrado Vivanti per Einaudi-Gallimard, 1997 e 1999, per citare alcuni esempi), l'Edizione Nazionale rappresenta un evento culturale di grande rilievo per gli studiosi di Machiavelli e per le patrie lettere, come si diceva una volta.
Grazie all'Edizione Nazionale potremo leggere tutti gli scritti di Machiavelli in edizione critica, il che vuol dire non solo conformi il più possibile al testo originario, ma anche corredati dagli strumenti necessari (introduzioni, note, indici) atti a "favorire la fruizione del testo", come scrive Mario Martelli nella presentazione del piano editoriale. Potremo inoltre leggere, raccolti in un unico volume, tutti i testi autografi di Machiavelli di cui disponiamo e una rassegna della bibliografia machiavelliana del Novecento.
Per renderci conto di quanto sia importante, nel caso di Machiavelli, avere sotto gli occhi un'edizione critica di alto livello, è sufficiente considerare che le sue due maggiori opere politiche, I discorsi sopra la prima deca di Tito Livio e Il Principe, andarono sotto i torchi senza che l'autore le avesse riviste. I primi editori, il romano Antonio Blado e il fiorentino Bernardo di Giunta, inoltre, sottoposero i manoscritti a correzioni e rimaneggiamenti. Proprio perché non disponiamo più dei manoscritto originali, l'edizione critica diventa essenziale per avere un testo il più possibile fedele a quello redatto dall'autore, anche se non sapremo mai, a meno di scoperte sensazionali, qual era il testo del Principe e dei Discorsi che Machiavellì lasciò nel suo scrittoio.
In attesa delle nuove edizioni dei due capolavori politici, gli appassionati di Machiavelli potranno gustare il primo tomo dell'Edizione Nazionale che raccoglie, oltre agli Scritti politici minori, L'arte della guerra. Pubblicata per la prima volta il 16 agosto 1521, l'opera diede al suo autore una considerevole reputazione quale esperto di cose militari, come ci ha mostrato di recente Ermanno Olmi nel film dedicato allo sfortunato Giovanni dalle Bande Nere. Eppure l'opera si distingue dagli altri trattati di argomento affine perché Machiavelli sottolinea con assoluta chiarezza l'esigenza della "sottomissione del militare al politico" e denuncia come un pericolo gravissimo l'esistenza "di una casta militare all'interno dello Stato con le sue regole e la sua autonomia", come nota Jean Jacques Marchand.
Machiavelli scrive L'arte della guerra per fare capire ai suoi contemporanei che uno Stato deve poter contare sulla forza dei suoi cittadini (se è una repubblica) o dei suoi sudditi (se è un regno) in armi: "L'arme indosso a' suoi cittadini o sudditi, date dalle leggi e dall'ordine, non fecero mai danno, anzi sempre fanno utile e ritengonsi le città più tempo immacolate mediante queste armi che senza". Ma furono parole al Vento: nessun principe e nessuna repubblica mise in pratica la saggezza dì Niccolò, con la conseguenza che l'Italia, già serva degli stranieri al tempo di Niccolò, rimase tale per secoli.
Come altre sue idee politiche, anche quelle che espone ne L'arte della guerra erano troppo grandi per i meschini principi e governanti di repubbliche del suo tempo, ed erano obiettivamente di difficile attuazione, come aveva egli stesso toccato con mano, quando anni prima si era impegnato per dare a Firenze una milizia formata da sudditi del contado. Ciononostante continua a pensare che sia possibile riformare profondamente gli ordini militari e addirittura far rinascere in Italia l'antica arte militare dei romani: "Non voglio vi sbigottiate o diffidiate, perché questa provincia pare nata per risuscitare le cose morte ... ", come scrive a conclusione dell'opera.
Anche se guarda indietro e spesso vede il passato romano in una luce tanto fulgida da rimanesse abbagliato, Machiavelli individua nelle sue riflessioni sull'arte militare dei principi politici che sono diventati patrimonio delle democrazie moderne, primo fra tutti che la più sicura difesa della libertà è l'esercito formato e comandato da cittadini nel più rigoroso rispetto delle norme della Costituzione. E ci ricorda una realtà, frutto anch'essa della saggezza antica, che i posteri hanno spesso dimenticato, ovvero che la guerra è giusta solo quando è necessaria e che il soldato, e a maggiorazione il comandante dì eserciti, non deve affatto amare la guerra, ma "amare la pace e saper fare la guerra".