![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 3 SETTEMBRE 2001 |
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Un libro non certo pacifico sul pensiero filosofico
A sentire le dichiarazioni rilasciate dopo i fatti di Genova e la bomba al tribunale di Venezia, non vi è forza politica che non sia fermamente contraria alla violenza. Su questo denominatore comune qualcuno vorrebbe addirittura che si superassero le contrapposizioni fra centrodestra e centrosinistra, costruendo un fronte comune. La condanna della violenza, senza eccezioni e senza esclusioni, viene spesso presentata come un indizio di civiltà e di progresso, come un segno inconfondibile della capacità di andare oltre il livello puramente animale. Per quanto granitiche possano sembrare queste convinzioni, le cose non stanno affatto in questi termini. Come era già stato dimostrato dagli studi pionieristici di Konrad Lorenz nei primi decenni del Novecento, la violenza è un fenomeno tipicamente ed esclusivamente umano: non può essere violento Dio (a meno che non sia antropomorfizzato, cioè immaginato come simile all'uomo), né sono violenti in senso proprio gli animali.
Solo l'uomo, solo l'"animale razionale", può essere violento in senso proprio - e quasi sempre lo è, al punto tale da poter affermare che fra violenza e razionalità esiste un nesso inscindibile. Si deve riconoscere che la storia dell'incivilimento umano è strettamente intrecciata con la storia di una violenza che si è espressa in forme sempre più efficaci e sempre più terribili. Tutta la storia del Novecento - prima e, soprattutto, dopo Auschwitz - conferma drammaticamente fino a che punto sviluppo della "razionalità" tecnica e incremento della violenza procedano di pari passo.
All'approfondimento di questo problema, all'analisi della "tremenda" verità che impone di prendere atto del legame che unisce razionalità e violenza, è dedicato un interessante libro, pubblicato dalle edizioni Dedalo di Bari (G. Strummiello, Il logos violato. La violenza nella filosofia, pp. 406, lire 38.000). L'autrice passa in rassegna alcune fra le posizioni più significative del pensiero contemporaneo (da Eric Weil a René Girard, da Emanuel Levinas a Jacques Derrida, da Friedrich Nietzsche fino allo stesso Heidegger), scoprendo che al fondo di esse si può individuare un assunto comune: quello che la stessa filosofia, in quanto pretende di investire di senso l'altro, è essa stessa una prevaricazione - è essa stessa una forma di violenza. Di qui la contraddizione di una filosofia che si oppone alla violenza, come si oppone a tutto ciò che è insensato, costituendosi tuttavia anch'essa come un discorso o un sapere violento. Di qui la conclusione a cui perviene Strummiello, al termine di un itinerario complesso e ben costruito: poiché si deve riconoscere che la violenza si annida ovunque (anche nell'apparentemente "innocua" filosofia, appunto), e poiché essa non designa una realtà unitaria e omogenea, ma una rete di trame e rapporti mutevoli e instabili, è impossibile pretendere di uscir fuori definitivamente da questo regime. Tutto ciò a cui si può aspirare è optare per la violenza minore, per quella che non solo cerca di evitare, ma si impegna anzi a combattere le forme più distruttive di violenza. Una "economia della violenza", insomma - secondo la definizione di Derrida - che permette di distinguere la varietà di gradi della violenza, mostrando come alcune forme (una pratica discorsiva, come è quella filosofica, ad esempio) siano preferibili ad altre, quali gli stermini di massa.
Una conclusione ispirata alla sobrietà e al realismo, dunque, aliena dall'attribuire abusivamente al discorso filosofico il potere di liberarci dalla violenza, e anzi consapevole di quanto essa inerisca intrinsecamente alla condizione umana. Una conclusione in larga misura condivisibile, alla quale avrebbe potuto conferire una forza argomentativa anche maggiore, e più incisiva, la considerazione di altri autori, oltre a quelli sui quali si concentra l'attenzione dell'autrice. Alla quale si suggerirebbe, ad esempio, di verificare quanto estesa e pervasiva sia la concezione della "filosofia come guerra", imperniata sulla nozione di polemos, nella linea di pensiero che da Eraclito raggiunge Heidegger, attraverso il Platone "realista" dei grandi dialoghi "agonistici", come il Sofista e il Teeteto.