![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 30 AGOSTO 2001 |
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Di recente le multinazionali farmaceutiche hanno suscitato un certo sconcerto quando hanno rinunciato a far valere per via legale i loro diritti di proprietà nei confronti del governo sudafricano. Come si ricorderà, questo aveva autorizzato la vendita di farmaci anti-Aids che hanno gli stessi principi attivi di quelli prodotti dalle multinazionali, ma che vengono venduti a prezzo di costo. La ragione dello sconcerto era duplice. Da un lato la decisione era del tutto improvvisa, dall'altro gran parte degli osservatori era convinta che una politica come quella sudafricana avrebbe ostacolato l'autofinanziamento della ricerca e avrebbe a lungo andare impedito di realizzare dei progressi in campo farmaceutico.
Non so se, leggendo la storia come un processo lineare e deterministico - come suggerirebbe il Marx di Cavallaro - tale vicenda sia da ritenersi progressiva o regressiva. Ritengo nondimeno che le sue conseguenze siano di non poco conto. In primo luogo, è plausibile che le popolazioni coinvolte avranno maggiore possibilità di sfuggire ad una pandemia che le sta decimando. In secondo luogo, alle multinazionali il mutamento di strategia è stato imposto, il che indica che qualche cambiamento è possibile. Infine, risulta chiaro come l'apparente dilemma "finanziamento della ricerca farmaceutica versus prezzi più bassi dei farmaci" fosse fuorviante. Non è che il problema in generale non si ponga, semplicemente non è vero che esista un unico modo per il capitale di realizzare i suoi obiettivi. Purtroppo gli economisti più consapevoli di ciò sono solitamente quelli che lavorano per le multinazionali.
L'esperienza sudafricana suggerisce quanto possa essere riduttivo concepire il capitalismo come un meccanismo ad orologeria conchiuso, con leggi ferree di funzionamento e configurazioni storico-geografiche che si differenziano tutt'al più per qualche dettaglio "sovrastrutturale". E' vero che un problema di coerenza al suo interno si pone. Tentare di capire in che modo si configuri il sistema di regolazione internazionale, come suggerisce Magni, è perciò importante. Ma questo vuol dire comprendere non un asettico mercato bensì un complesso intreccio di relazioni economico-istituzionali sul quale, come osserva Calafati, intervengono molteplici soggetti nel tentativo di ridefinire i rapporti di forza a proprio favore. Il capitalismo va evolvendosi in molti modi, a seconda dei periodi storici e dei luoghi geografici, vale a dire in relazione alle configurazioni istituzionali e ai rapporti di forza che di volta in volta lo caratterizzano. E' poco plausibile pensarlo come un treno che procede su un binario unico costituito dalla storia.
Contrariamente a quanto mi sembrano sostenere Perugini e Musotti, tuttavia, non possiamo pensare che basti scegliere, come in un libro di cucina, le ricette economiche atte a vincolare in modo appropriato l'operare del mercato. Occorre quantomeno interrogarsi in via preliminare su quale sia il criterio per valutare l'efficacia degli strumenti. E' dubbio, per esempio, che possa trattarsi della soddisfazione dei consumatori. Quando si argomenta che il meccanismo di mercato permette agli individui di conseguire i loro obiettivi si assume che questi abbiano deciso autonomamente cosa vogliono, vale a dire quali siano le loro preferenze. Basterebbe pensare agli strumenti di promozione delle vendite per riconoscere quanto fittizia sia tale ipotesi.
La questione è, però, più profonda. Quando l'occidente si pose di fronte all'alternativa fra abolire il lavoro minorile (o limitare la durata della giornata lavorativa) e tutelare la redditività delle imprese, prevalse un valore extra-economico: al di là della capacità di reazione e dell'adattabilità di cui il capitalismo dà continuamente prova, si giudicò che esistevano delle priorità sociali inderogabili. Di fatto, come ci insegna il nobel per l'economia A. Sen, non di sole preferenze, ancorché condizionate dalle imprese, si avvalgono gli individui. Qualche volta questi hanno la pretesa di mettere in dubbio che tutto si riduca alla scelta fra un telefonino e un lettore di cd. Qualche volta i sistemi di valore che essi elaborano esprimono esigenze collettive che confliggono con la logica individualistica delle scelte fondate sul meccanismo dei prezzi.
La mia impressione è che a Genova, in modo simile, ci si sia interrogati sulle priorità: perché, per esempio, debba ritenersi ragionevole - in quanto remunerativo - che si faccia ricerca su infinite varianti di farmaci qualificati come "inutili" e praticamente nulla per debellare malattie assai diffuse quali la malaria. Ci si è chiesti se sono queste le conoscenze tecnologiche che, diffondendosi con l'internazionalizzazione delle imprese, dovrebbero permettere un progresso umano.
Si tratta di interrogativi che hanno evidenziato a livello di massa quello che, letto in Sen, apparirebbe come una pedanteria di studioso: i giudizi di natura etica possono precludere la comparabilità di opzioni fondate sul metro monetario. In altri termini, può darsi che il meccanismo dei prezzi funzioni quando si debba decidere dove andare a bersi un caffè; è meno convincente per decidere quali medicinali sia bene produrre e quale sviluppo perseguire.
Ragionare di progettualità economica, a questo punto, vuol dire interrogarsi non solo su come si debbano influenzare le decisioni economiche ma, ben più importante, su quali decisioni debbano essere ricondotte al meccanismo dei prezzi e quali, invece, debbano esserne escluse in quanto rimandano a più rilevanti scelte etico-politiche. Le opzioni aperte, e le loro implicazioni, sono infinite e pretendere di valutarne tutte le implicazioni equivale a voler prevedere l'esito di una partita a scacchi quando venga mosso il primo pedone.
E'vero che, pur se più elastiche di quelle degli scacchi, esistono delle regole del gioco economico da tenere a mente; ma mi sembra che il problema centrale non sia tanto di valutare se le istanze del "popolo di Seattle" siano compatibili con esse, quanto di indagare in che modo le "forze di mercato", con le loro mosse, tentino di crearne di nuove al fine di contrastare tali istanze. Imparare dalle proprie origini storiche, come suggerisce Manzetti, credo sia fondamentale. Ritenere che una forma socialmente valida di alternativa sia qualcosa da progettare a prescindere dalla complessità del processo nel quale si è immersi sarebbe, questa sì, una drammatica ripetizione degli errori del passato.
* Università di Macerata