RASSEGNA STAMPA

26 AGOSTO 2001
PAOLO ROSSI
Newton e l'"anima mundi" di More

Roberto Bondì, "L'onnipresenza di Dio. Saggio su Henri More", Rubbettino Editore, Soveria Mannelli (Catanzaro) 2001, pagg. 220, L. 22.000.

Qualche anno fa Maurizio Mamiani dimostrò in modo impeccabile che le celebri regulae philosophandi (o regole del metodo scientifico) di Newton erano un affinamento e una semplificazione delle regole (formulate dallo stesso Newton) per interpretare le parole e il linguaggio della Sacra Scrittura. Dopo il molto lavoro che è stato fatto su Newton negli ultimi cinquant'anni, è entrata in una crisi irreversibile la troppo facile lettura dei cosiddetti Platonici di Cambridge come pensatori antimoderni. Se li si considera per quello che essi vollero essere, il rapporto con Newton diventa molto più ambiguo e complicato. Il loro tentativo di dare una interpretazione non materialistica della scienza moderna, capace di renderla compatibile con un cristianesimo millenaristico, li avvicina proprio a Newton e li fa apparire come i rappresentanti di una fase cruciale della storia intellettuale moderna.

Henry More pensava a una onni-presenza reale, fisica, di Dio nel mondo; riteneva che le spiegazioni meccaniche elaborate da Descartes avessero una portata limitata e non potessero venir estese alla totalità dei fenomeni; vedeva con chiarezza che l'ipotesi di un universo capace di autorganizzarsi avrebbe condotto dapprima a una negazione della sapienza divina e successivamente alla eliminazione della necessità stessa di un creatore e regolatore dell'universo.,

Contrapponendosi sia alla immagine della scienza elaborata da Descartes, sia a quella teorizzata da Robert Boyle, More riprendeva temi e motivi caratteristici della tradizione ermetica, ma era in realtà molto vicino alle preoccupazioni di Newton per una scienza dagli esiti ateistici e materialisti.

L'autore di questo libro, che è un contributo lucido e importante non solo sui platonici di Cambridge, ma anche sulla nozione di spirit of nature, non concede nulla alle mode ermetizzanti oggi prevalenti, ma (con molto equilibrio) si tiene anche giustamente lontano dalle tesi di colore che continuano a vedere in Newton uno "scienziato positivo" e trascurano le sue affermazioni sullo spirito elettrico che media tra l'anima e il corpo, e ha una natura intermedia tra ciò che è materiale e ciò che è immateriale. Questo libro riesce a mostrare i complicati e spesso ambigui percorsi delle idee, la compresenza, in uno stesso ambiente, di posizioni teoriche in irrimediabìle conflitto, la faticosa ricerca di posizioni intermedie.

Al libro vanno ascritti altri due meriti, Il primo concerne la dimostrazione (contro alcune recenti e disinvolte negazioni della forte incidenza della qabbalah sul pensiero di More. Il secondo può interessare più da vicino i lettori della poesia di William Butler Yeats (morto nel 1939 e Nobel per la letteratura nel 1923). Henry More è uno degli autori del grande poeta inglese, che si richiama più volte alla sua anima mundi di More come base di quella "grande memoria" o junghiano inconscio collettivo che "plasma il bambino nel grembo e insegna agli uccelli come fare il nido". La vicinanza (a quanto pare del tutto ignota agli storici della filosofia) era già stata notata da alcuni critici letterari. Ma la diretta, analitica conoscenza dei testi dì More ha consentito al Bondì di moltiplicare gli accostamenti e di chiarire il significato di molti passi.
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vedi anche
Storia della filosofia