RASSEGNA STAMPA

26 AGOSTO 2001
editoriale
WITTGENSTEIN Il pensatore che cercò nel linguaggio la via della verità

L'etica non è scienza. Non si dimostra, si testimonia

Dotato di non comune intelligenza, di severa inflessibilità e di uno spiccato spirito critico e autocritico, Ludwig Wittgenstein ha trascorso una vita interamente attraversata dall'inquietudine, sovente accompagnata da gravi disagi, che più volte lo indussero a pensare di associare il proprio al triste destino di tre dei suoi sette fratelli morti suicidi. Figlio di una ricca e colta famiglia, Ludwig Wittgenstein nasce a Vienna nel 1889. Studia ingegneria prima a Berlino e poi a Manchester dove rimane fino al 1911. In questi anni, durante i quali egli dirà di essere stato "sempre infelice", manifesta uno spiccato interesse per la logica e la matematica.
Su consiglio di Frege Wittgenstein va a studiare con Russell a Cambridge, dove ha modo di frequentare, tra gli altri, G. E. Moore, A. Whitehead, J. M. Keynes. Nel 1914 torna a Vienna per arruolarsi volontario nell'esercito austriaco. Nel 1918 è fatto prigioniero a Trento e condotto nel campo di concentramento di Cassino, dove rimarrà fino al 1919. Dopo aver conseguito il diploma magistrale, dal '20 al '26 insegna nelle scuole elementari di alcuni piccoli paesi della bassa Austria. Coronando un suo antico desiderio, Wittgenstein si dedica con passione al lavoro di maestro elementare, che "mi fa felice ed è per me necessario; altrimenti mi si scatena l'inferno dentro".
Nel '29 torna a Cambridge dove consegue la laurea in filosofia e l'anno dopo inizia al Trinity College la sua carriera accademica che lo porterà a succedere nella cattedra di filosofia a G. E Moore nel 1939. In questo periodo inglese si impegna in una ricchissima attività di lezioni, seminari, conversazioni, che si traduce in un prezioso materiale inedito che sarà via via accessibile dopo la morte.
"Non ci si può stupire - scrive N. Malcom - se, con la sua irrequieta genialità, Wittgenstein non si sentì felice nella routine accademica"; e fu così che nel 1947 abbandonò l'insegnamento per dedicarsi unicamente allo studio. Nel 1948 trascorre un anno in solitudine in Irlanda e l'anno dopo scopre di essere gravemente malato. Wittgenstein muore a Cambridge nel 1951 e, lui - uomo dal profondo pessimismo e dalle intense sofferenze mentali e morali - poco prima di spegnersi mormorò: "Dite loro che ho avuto una vita meravigliosa".

"Il rigore di Wittgenstein - scrive il suo amico e biografo Norman Malcom - era dovuto al suo appassionato amore per la verità"; e da parte sua Wittgenstein scrive che il principale imperativo morale è quello di "muovere dall'errore e convincerlo alla verità. Occorre cioè scoprire la sorgente dell'errore; altrimenti non ci serve a nulla scoprire la verità". E Wittgenstein dedica l'intera sua inquieta e tormentata esistenza a indagare l'unica grande risorsa con la quale gli umani cercatori di verità sfidano l'ignoto e i propri limiti: il linguaggio. Quel linguaggio mediante il quale gli individui catturano pezzi di mondo, conferendo significato ad una caleidoscopica infinità priva di senso e quindi al proprio progetto esistenziale.

I due capolavori del filosofo viennese - il "Tractatus logico-filosoficus" e le "Ricerche filosofiche" - sono accomunati proprio dall'idea che l'analisi del linguaggio è l'indagine sul pensiero e sulla conoscenza, e più in generale lo scandaglio dell'esistenza umana. E la stessa esperienza di maestro elementare, che tanto segnò la sua vita, Wittgenstein la interpretò innanzitutto come una missione per indagare e arricchire il linguaggio di cui era intrisa la vita dei suoi alunni, nella convinzione che questo fosse il modo migliore per insegnare loro a comprendere il mondo e, forse, a vivere meglio.

Se è vero, come spesso si dice, che ciò che contraddistingue i grandi filosofi è il fatto di aver impresso una inedita direzione alla ricerca filosofica, allora Ludwig Wittgenstein è doppiamente un grande pensatore, per aver ispirato, con il "Tractatus" e con le "Ricerche", due dei più importanti movimenti filosofici del Novecento: il Neopositivismo del Circolo di Vienna e la filosofia analitica della Scuola di Oxford e Cambridge. Nonostante Wittgenstein non abbia mai preso parte alle riunione del Circolo di Vienna, il "Tractatus" è stato per decenni considerato la Bibbia dei neopositivisti, i quali portavano avanti un gigantesco programma riduzionistico che vedeva in quello della fisica l'unico linguaggio dotato di significato, confinando così nel limbo del non-senso teorie religiose, etiche, politiche, e più in generale metafisiche, non riducibili al linguaggio "cosale" della fisica. Certamente il filosofo viennese consacra buona parte di questa sua geniale opera alla messa a punto di una teoria analitico-epistemologica che si incontrava e dava un fondamento logico al programma del Circolo di Vienna. Per il Wittgenstein del "Tractatus", infatti, il pensiero rispecchia proiettivamente la realtà: così come la realtà consta di fatti complessi che si risolvono in fatti elementari, composti a loro volta di oggetti semplici, parimenti il linguaggio è composto da proposizioni molecolari composte da proposizioni atomiche, che sono la più piccola entità linguistica, le quali possono essere vere o false a seconda che si accordino o meno con i fatti atomici. La logica è dunque l'organo dell'epistemologia, che da una lato separa le proposizione logiche (tautologie) dalle proposizioni che invece hanno un contenuto empirico e dall'altro scompone le proposizione complesse in proposizioni semplici, le quali che hanno diritto di cittadinanza solo se si accordano con pezzi di realtà empiricamente osservabili. Da ciò deriva che non esistono autentici problemi filosofici; essi nascono dal "fraintendimento della logica del nostro linguaggio".

La filosofia è declassata ad attività chiarificatrice degli asserti logici ed empirici al fine di dissolvere gli pseudo-problemi della metafisica.

Sarà proprio per la sua radicale antimetafisica che i filosofi e scienziati del Circolo di Vienna fecero proprio il "Tractatus", che fu da essi interpretato dentro un orizzonte rigidamente neopositivistico. Tuttavia, a partire dagli anni Sessanta, soprattutto con la pubblicazione delle lettere ad Engelmann e a von Ficker, si è potuto accertare come gli intenti di Wittgenstein fossero sostanzialmente diversi da quelli dei neopositivisti e si potuto restituire il suo peso reale a quella parte mistica del "Tractatus" trascurata e incompresa dai neopositivisti. In una lettera del 1919 nella quale pregava von Ficker di pubblicare il "Tractatus", Wittgenstein scrive: "Il mio lavoro consiste di due parti: di quello che ho scritto ed inoltre di tutto quello che non ho scritto. E proprio questa seconda parte è quella più importante".

Il filosofo viennese afferma che quello del suo libro è "un senso etico", e che "tutto ciò su cui molti oggi parlano a vanvera io nel mio libro l'ho messo saldamente al suo posto semplicemente col tacerne". E ciò perché quello logico-razionale è un linguaggio che non può varcare i confini della scienza.

"L'etica non si può esprimere", perché "se io potessi spiegare ad un altro l'essenza dell'etica per mezzo di una teoria, allora l'etica non avrebbe alcun valore". L'etica dunque non è scienza. "Noi sentiamo - si legge nel "Tractatus" - che, persino nell'ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i problemi della nostra vita non sarebbe nemmeno sfiorati". L'etica, per dirla con Kierkegaard, non è una verità che si dimostra ma è una verità che si testimonia, della quale, dice Wittgenstein, si può soltanto "parlare in prima persona". Il problema fondamentale di Wittgenstein, affermano Janik e Toulmin, era quello "di conciliare la fisica di Hertz e Boltzmann con l'etica di Kierkegaard e Tolstoj". E Wittgenstein tenta di risolverlo delimitando lo spazio del dicibile mediante la scienza, per proteggere l'ineffabile, cioè la dimensione etico-religiosa.

Al contrario dei neopositivisti, scrive Engelmann, Wittgenstein "si prende immensa cura di delimitare ciò che non è importante; non è la costa di quell'isola che egli vuole esaminare con tanta meticolosa accuratezza, bensì i limiti dell'oceano".

Nonostante avesse pensato di avere "risolto definitivamente i problemi", dopo anni di silenzio Wittgenstein "torna alla filosofia". Con le "Ricerche filosofiche" (pubblicate postume, nel '53, come quasi tutte le sue opere) Wittgenstein vuole rimediare ai "gravi errori" commessi nel Tractatus. Egli si rende conto che il linguaggio non è riducibile alla sua funzione di raffigurazione della realtà, perché concretamente gli individui se ne servono per gli usi più diversi: "Il comandare, l'interrogare, il raccontare, il chiacchierare, fanno parte della nostra storia naturale come il camminare, il mangiare, il bere, il giocare". Per il "secondo Wittgenstein" occorre dunque abbandonare l'illusoria aspirazione ad un linguaggio ideale, sintatticamente corretto e semanticamente significativo, che sfida la realtà, perché il linguaggio è l'insieme di "giochi di lingua", ossia di "sistemi di comunicazione" che vengono continuamente inventati e rinnovati per fare le cose più varie e che si situano in "forme di vita" culturalmente determinate, cioè in "uno sfondo di umani bisogni". Occorre dunque indagare l'uso concreto che conferisce significato al linguaggio nell'ambito del singolo "gioco di lingua", perché "ogni segno da solo sembra morto (...) Nell'uso esso vive". Il compito del filosofo è dunque quello di esaminare i più diversi "giochi di lingua", descrivendone le regole ed evidenziandone la pertinenza in relazione all'ambiente umano e più in generale alla storia degli uomini, in modo da evitare quello "stregamento linguistico" che porta a confondere i vari "giochi di lingua" (ad es. scienza ed etica) e che aveva indotto lo stesso Wittgenstein del "Tractatus" a pensare che il gioco del denominare fosse il fondamento dell'intero linguaggio. La filosofia ha dunque una funzione terapeutica contro questi "crampi mentali", e il lavoro del filosofo, dice Wittgenstein, è simile a quello di colui che si industria per indicare alla mosca la via di uscita dalla bottiglia nella quale è caduta. "La terapia linguistica della "malattia filosofica" consiste quindi in un ritorno alla ricchezza e alla spontaneità del linguaggio ordinario".

E sarà proprio questa direzione di indagine tracciata dal "secondo Wittgenstein" a rappresentare un fecondissimo programma di ricerca che verrà sviluppato dal movimento analitico di Cambridge, di Oxford, e che, estendendosi negli Stati Uniti, si incontrerà proficuamente con altre tradizioni filosofiche.
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