![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 AGOSTO 2001 |
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In parallelo con la discussione sulla globalizzazione, sui suoi effetti e su possibili interventi politici per orientarne gli esiti, si è sviluppata un'altra discussione estiva, per la verità non meno confusa della prima: quella sul rapporto fra Chiesa e Occidente.
Si tratta in qualche modo di un ricupero postumo: i media hanno ignorato o dato scarso risalto alla massiccia e del tutto pacifica partecipazione di movimenti cattolici alle manifestazioni critiche sul G8, non ne hanno colto la specificità e la differenza; solo dopo la drammatica conclusione della vicenda genovese si sono interrogati sul significato di quella partecipazione.
Come è noto Angelo Panebianco, ha posto il problema sulle pagine del "Corriere della sera" per denunciare un presunto "mal d'Occidente" fra i cattolici e il rischio che la forte sensibilità per i problemi del sottosviluppo e della povertà nel mondo possa portare i cattolici e la Chiesa stessa ad unirsi ai movimenti antioccidentali.
Secondo Panebianco si sarebbe dato addirittura un contributo alla ripresa del "cattocomunismo". La sua conclusione sostanzialmente politica è quella di un invito all'antica solidarietà: "Se le strade del mondo occidentale e quelle della Chiesa cattolica si separano, poco di buono ne viene per i poveri, ci rimettono i Paesi occidentali, ci rimette la Chiesa. Perdiamo tutti".
Ma pochi giorni prima di lui un acuto osservatore di fenomeni sociali come Giuseppe De Rita aveva sulle pagine di "Avvenire" del 27 luglio affrontato il tema in tutt'altra cornice e con ben diverse conclusioni. De Rita sottolineava l'entità della presenza cattolica (la metà circa dei partecipanti) alle manifestazioni per il G8 per metterne radicalmente in discussione l'efficacia: "I cattolici sono sostanzialmente "antievento", perché è nel quotidiano che vivono la loro fede, esercitano la loro carità, partecipano alla vita sociale, fanno volontariato (in movimenti come nelle chiese locali), fanno continua coesione sociale: enfatizzare l'evento rischia di trarli fuori dalla realtà e collocarli nella sfera del virtuale, dove tanti altri sono più bravi e potenti di loro".
Nella visione di De Rita solo al Papa è concesso il grande evento, ma per i cattolici la spinta antiglobalizzazione rischia di risolversi in populismo da "orda collettiva", tutto tranne che responsabilità concrete dello sviluppo economico e sociale "che resta l'unica strada per risolvere i problemi della povertà e della arretratezza". Dunque una proposta non politica per i cattolici che non sono un ceto politico ma un "attore sociale".
Due riflessioni e due conclusioni assai diverse come si vede, ma alla fine convergenti: da un lato in sostanza un fedele allineamento alle politiche dell'Occidente, dall'altro una sostanziale negazione di ogni spazio per un autonomo impegno politico. Entrambe queste posizioni mi sembrano unilaterali e insufficienti.
Anche la constatazione, tante volte ripetuta nel corso del dibattito estivo, di un rapporto strettissimo fra Chiesa e Occidente nei secoli passati, tanto da poter considerare il secondo figlio della prima, rapporto venuto meno dopo la secolarizzazione degli stati, a partire dall'inizio dell'Ottocento, non è priva di ambiguità: non esiste in realtà una società cristiana prima e non esiste una società compiutamente secolarizzata, che fa a meno della Chiesa, dopo. Vi sono momenti di incontro e di scontro prima e dopo la affermazione degli stati laici. Negli anni della guerra fredda il rapporto fra Chiesa e Occidente è stato strettissimo e tuttavia non si è mai risolto in identificazione senza riserve: l'Occidente come lo intendeva Pio XII nei suoi appelli contro il comunismo, non è stato mai l'Occidente della cultura liberal americana. Fa bene Ernesto Galli della Loggia a sottolineare sul "Corriere" di domenica scorsa che la Chiesa cattolica è stata sempre una "cosa altra, irriducibile e anzi spesso dialetticamente critica verso il secolo".
Ma ha ragione allora anche Enzo Bianchi, priore di Bose, a rifiutare ogni semplice e schematica collocazione pro o contro la globalizzazione divenuta surrogato delle vecchie identità ideologiche e a rivendicare il diritto dovere della Chiesa e dei cristiani di "alzare una voce profetica e di chiamare con coraggio i problemi con il loro nome: ingiustizia, violenza, oppressione, idolatria" (Quando la Chiesa disturba manovratore, "Repubblica" del 17 agosto).
Non è un pur suggestivo dibattito estivo che può risolvere il problema. Non è in questione il rapporto della Chiesa con l'Occidente. Anzi sono personalmente convinto che nel futuro della Chiesa c'è ancora e ci sarà ancora l'Occidente: se i popoli del Terzo e del Quarto mondo, ai quali la Chiesa di Giovanni Paolo II guarda con tanta attenzione, avranno uno sviluppo, i loro problemi di domani saranno con ogni probabilità quelli dell'Occidente di oggi.
La grande questione della quale finalmente si prende coscienza, al di là della divisione fra laici e credenti, è quella del ruolo e degli spazi della fede in una società secolarizzata: c'è spazio e necessità vitale di una presenza profetica, c'è spazio e necessità di una presenza molecolare, come la intende De Rita, ma c'è spazio anche per una presenza politica, legata ad una tradizione culturale che proprio nel complesso e contraddittorio rapporto fra Chiesa e modernità ha le sue radici, una presenza che in collaborazione con una cultura e con una iniziativa politica laica, può dare un contributo per rispondere alle domande assillanti che i processi della globalizzazione pongono. Gli spazi della politica non possono essere ignorati.
Non ci sono soluzioni semplici e unilaterali a problemi complessi e la globalizzazione è certo una realtà terribilmente complessa.