![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 19 AGOSTO 2001 |
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A cinquant'anni dalla morte un grande convegno nei luoghi dove si rifugiò a fare il maestro elementare
Una figura ancora oggi al centro del dibattito filosofico
Ludwig Wittgenstein e il futuro "della filosofia" è l'impegnativo titolo del convegno che si è tenuto per il cinquantenario della morte del filosofo a Kirchherg, a un passo dai paesini allora irrangiungibili della bassa Austria, dove si era rifugiato nel 1920 per insegnare nelle scuole elementari, nel pieno della crisi filosofica che aveva seguito la stesura del Tractatus logico-philosophicus. Uno di questi paesi sperduti, Trattenbach, ha trasformato in museo la casa in cui visse. Un letto di legno, uno scheletro di gatto da lui stesso assemblato a scopi didattici, un dizionario di tedesco composto per gli studenti, una lettera scritta al calzolaio, sono le poche cose che ha lasciato.
Né c'era da aspettarsi di più da colui che si era spogliato di una delle più ricche eredità d'Europa e che, negli anni 30, a Cambridge, ai fasti del Trinity College avrebbe preferito uno stile di vita quasi monastico.
Nella vallata vive ancora uno degli allievi cui tirò letteralmente le orecchie. Non era un maestro paziente, Wittgenstein, ma la pazienza era uno dei tratti del suo modo di filosolare, soprattutto nella seconda fase del suo pensiero, quella delle Ricerche filosofiche (pubblicate postume nel 1953), nate dopo un lungo ripensamento sui temi del Tractatus (uscito nel 1922).
Oggi è difficile dedicarsi alla filosofia prescindendo da Wittgenstein, ma sul futuro di questa disciplina, a convegno concluso, non si può dire gran che, se non che molti temi wittgensteiniani continueranno a rimanere in auge, almeno finché non verranno oscurati da una certa tendenza alla sovra-interpretazione. Non c'è problema da lui affrontato che non si presti a una molteplicità di ipotesi e controipotesi, a causa del modo ambiguo, o perlomeno "aperto", in cui volutamente viene presentato: le nozioni di "somiglianza di famiglia" e di pluralità dei giochi linguistici, il significato come uso, il paradosso su cosa vuol dire seguire una regola, l'impossibilità di un linguaggio privato, la visione deflazionista della verità. l'antiessenzialismo e l'antifondazionalismo, le riflessioni sui colori e sulla matematica, sulla certezza e sul senso comune, sul problema mente-corpo e sui limiti del linguaggio, le posizioni sull'estetica, religione, psicologia. Per ognuno di questi temi è legittima più di una interpretazione, ma a volte si ha l'impressione che si esageri e che si cerchi soprattutto di piegare Wittgenstein ai propri desiderata. Che è comunque un altro modo per continuare a fare filosofia. Anche le ricostruzione generali pongono problemi simili. La più dibattuta al convegno è stata quella rappresentata da James Conant, già contenuta nel recente volume collettaneo The New Wittgenstein, che si è rivelata quasi un Leitmotiv, suscitando una gamma di reazioni, positive e negative, in un dibattito che ha coinvolto i più importanti filosofi e studiosi del pensiero di Wittgenstein: da Stanley Cavell, ispiratore indiretto di Conant, che ha aperto i lavori, a John McDowell, Michael Williams, Diego Marconi, Paul Horwich, Marie McGinn, Jaakko Hintikka, Aldo Gargani, Brian McGuinness, Rosaria Egidi.
La questione riguarda la continuità tra il primo e il secondo Wittgenstein. Com'è noto il Tractatus venne interpretato dai neopositivisti del Circolo di Vienna come la proposta di un metodo per separare le affermazioni che hanno un senso (quelle della scienza) da quelle prive di senso (che sono dunque metafisiche). La posizione di Wittgenstein è stata a lungo assimilata a questo atteggiamento di fondo, che fu proprio di Carnap e Russell. Ma questa immagine, che oggi appare dubbia anche se si guarda al solo Tractatus, appare abissalmente lontana dal modo di intendere la filosofia nella seconda fase del suo pensiero, quella delle Ricerche filosofiche, almeno a partire dalla pubblicazione negli anni 80 dell'ampio commentario di Gordon Baker e Peter Hacker, che insiste sul loro carattere antipositivista, antiscientista, o addirittura antiscientifico.
Sulle Ricerche si è concentrato anche Cavell, che con The Claim of Reason (tradotto in italiano con La riscoperta dell'ordinario, Carocci, 2001: vedi "Il Sole-24 Ore" del 1' aprile 2001) ha fornito una interpretazione del secondo Wittgenstein che pone l'accento sull'aspetto dialogico dello stile delle ricerche. Wittgenstein vi mette in scena almeno due voci: una voce tentatrice, dominata da un impulso metafisico che tende, con esiti scettici, a porre questioni sull'essenza del linguaggio e sui criteri e le regole che ne rendono possibile l'esistenza; e la voce del mondo ordinario, dell'accettazione del senso comune e delle pratiche quotidiane. La voce della tentazione è quella che ci spinge a credere di poter stare e parlare fuori da determinati giochi linguistici, assumendo la posizione dell"occhio di Dio". Secondo Cavell, Wittgenstein è affascinato da questa voce e vive una costante tensione tra il desiderio di annullarne gli effetti - smontando con pazienza i "crampi mentali" e i dilemmi metafisici fino a renderli innocui - e il desiderio di andare davvero oltre il linguaggio e il limite posto dai nostri sensi.
Questa interpretazione sembrerebbe accentuare la distanza tra il primo e il secondo Wittgenstein. Le Ricerche sembrano sconfessare apertamente l'atteggiamento del Tractatus, che appare come una manifestazione della metafisica di cui bisogna liberarsi attraverso un procedimento terapeutico. L'attività filosofica, nel secondo Wittgenstein, diventa come una terapia che ci aiuta a uscire dalle visioni del mondo "malate" costruite da noi o dalle nostre filosofie. Per questo egli giunge alla conclusione che si tratti soprattutto di un "lavoro su se stessi, sul proprio modo di pensare, sul proprio modo di vedere le cose", e insiste sulla "difficoltà di cambiare atteggiamento", sulla necessità di "superare le resistenze della volontà". "Il filosofo - scrive Wittgenstein - è colui che deve guarire in sé molte malattie dell'intelletto prima di poter giungere alle nozioni del sano senso comune". E per guarire da tali malattie è necessario metterne in scena le manifestazioni.
Niente di più lontano dal Tractatus, a quanto pare. E invece no, secondo Conant. Ciò che c'è di "nuovo" nel New Wittgenstein è appunto l'idea che ciò che vale per le Ricerche dovrebbe valere anche per il Tractatus. Alla fine del Tractatus Wittgenstein scrive che le affermazioni in esso contenute di fatto non hanno senso. In genere si interpreta questo passo intendendo che, anche se quelle frasi non dicono ciò che sembrano dire, esse in qualche modo cercano di mostrarcelo. Nel New Wittgenstein invece con il Tractatus non si intende mostrare qualcosa di inspiegabile a parole. Piuttosto si sviluppa compiutamente un punto di vista metafisico per mostrare apertamente che esso è intrinsecamente privo di senso.
L'interpretazione è di quelle che colpiscono e affascinano, ma non convincono tutti. Hacker, per esempio, si è già dichiarato contrario. L'abilità dei suoi sostenitori sta nel mostrare, attraverso alcuni testi significativi ma non esaustivi, che non è del tutto implausibile,
Il fatto è che non sono implausibili neppure altre interpretazioni, o altre letture della continuità tra il Tractatus e ciò che è venuto dopo.
Resta inoltre da spiegare perché mai Wittgenstein identifichi continuamente il Tractatus con il suo vecchio punto di vista. E perché mai la "transizione" dal primo al secondo Wittgenstein abbia dovuto essere cosi travagliata. Passando, tra l'altro, per Trattenbach.